Šešelj è tornato. La presenza del “vojvoda cetnico” riaccende con una vampata speranze nazionaliste ma anche vecchie ruggini e recrudescenze panalbanesi. Le cellule dormienti dell’Esercito Nazionale Albanese (ANA) minacciano, infatti, di riprendere a combattere e, come impone la propaganda del terrore, lo fanno approfittando della rete.L’ANA, nei giorni scorsi, ha esortato alla mobilitazione i combattenti che si trovano nella regione di Kosovska Mitrovica, sede di tutte le istituzioni serbe nel Kosovo non riconosciute da Priština, attraverso un video diffuso dal portale albanese Veriu.info.Il macabro documento ritrae un gruppo di miliziani, celati sotto i passamontagna neri, armi in pugno, mentre assistono al minaccioso proclama del loro leader. “Esorto i combattenti a prepararsi all’ulteriore lotta per i nostri interessi nazionali – grida il comandante – contro le strutture parallele che nel nord di Kosovska Mitrovica opprimono i nostri fratelli albanesi, mentre, i nostri ex collaboratori oggi al potere in Kosovo si riempiono le tasche di soldi”.L’obiettivo dell’ANA è ancora quello della vecchia guardia secessionista panalbanese. Il progetto mai abbandonato è quello di riunire sotto l’egida della Grande Albania il Kosovo, parte della Macedonia ed i distretti serbi di Presevo, Medvedja e Bujanovac. Secondo alcune fonti citate dal portale albanese che ha diffuso la scioccante rivendicazione di ANA, la formazione terroristica sarebbe pronta ad entrare in azione forte del radicamento non solo in Kosovo ma anche in Albania, Macedonia e nella valle di Presevo. Veriu.info ha ulteriormente citato “uno dei leader della brigata” secondo cui oggi “ANA dispone di forze organizzate e ben addestrate, che si possono mobilitare rapidamente”.Nel 2003 un’inchiesta condotta dall’Intitue for War&Peace Reporting (IWPR) aveva in realtà evidenziato la devitalizzazione della guerriglia albanese nel sud dei Balcani. All’epoca lo studio rivelò come ANA fosse delegittimata tanto da leader politici ed amministratori locali quanto da singoli cittadini ed ex guerriglieri, potendo contare su una forza ridotta a non più di duecento uomini.L’ondata di radicalismo che ha investito i Balcani negli ultimi tempi, divenuti la culla dell’integralismo islamico in Europa, potrebbe aver dato nuovo impulso alla formazione che oggi sembra determinata a portare a termine il disegno imperialista iniziato dal disciolto Esercito di Liberazione del Kosovo (UÇK).Secondo Momir Stojanović, ex direttore dell’Agenzia per la sicurezza militare, la registrazione prova come alla fine degli anni Novanta l’ex UÇK non sia stato debitamente disarmato. “L’obiettivo della registrazione è di avere un forte impatto psicologico sui serbi in Kosovo e mostrare loro che l’UÇK è ancora lì e che cosa potrebbe accadere se non accettano di riconoscere il cosiddetto stato del Kosovo”, spiega Stojanović. Il generale accusa la comunità internazionale “rea di aver fallito nel tentativo di tenere al sicuro i serbi e le altre minoranze” e esorta ad intervenire con tempestività per calmare la situazione: “è necessario disarmare tutti gli ex membri del Kosovo Liberation Army ma anche avviare il prima possibile i lavori del Tribunale speciale per i crimini compiuti dall’UÇK”.Anche Zoran Dragisic, professore presso la Facoltà di Studi sulla Sicurezza di Belgrado, non ha dubbi sulla serietà delle intenzioni del gruppo panalbanese e sul loro potenziale offensivo. “Le minacce devono essere prese sul serio, perché la situazione in Kosovo è tale che i conflitti sono ancora possibili. Ci sono abbastanza armi, e le persone sono radicalizzate. Temo che ci siano fanatici tra gli albanesi”, avverte Dragisic.

Nel campo comunista di Goli Otok
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