Sabato sera i militari italiani, insieme alla polizia kosovara, hanno sventato un possibile nuovo assalto di matrice islamica al monastero ortodosso di Visoki Decani, nel Kosovo Occidentale.
Fondato nel 1327 dal Re Stefan Uros III, il monastero di Decani è uno dei più importanti siti cristiani nei Balcani ed è patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Gli Occhi della Guerra, per capire come sono costretti a vivere i serbi nella più giovane repubblica d’Europa – proclamatasi indipendente nel febbraio 2008, dopo un lungo braccio di ferro con Belgrado – e il crescente pericolo dell’islam radicale, ha intervistato in esclusiva padre Sava Janjic, Igumeno del monastero e figura importante della chiesa serbo ortodossa.
Il monastero di Visoki Decani stava per essere attaccato per l’ennesima volta. Ci può dire cosa è successo e chi sono le persone che, armate di pistola e AK47, volevano assaltarvi?
Sabato sera quattro albanesi kosovari si sono fermati con la propria auto di fronte al nostro monastero. Sono stati subito arrestati durante un’azione coordinata dalla polizia e dai militari di KFOR perché dopo il controllo sono stati trovati in possesso di un AK47 e di una pistola. Inoltre, nella macchina c’era letteratura di tipo islamista. Gli uomini erano vestiti in stile wahabita, con la caratteristica testa rasata, la barba e pantaloni sopra le caviglie. Purtroppo, la polizia del Kosovo non ha condotto un’indagine approfondita e non ha neanche voluto vedere i nostri video del sistema di sorveglianza. Nella sua dichiarazione, il portavoce della polizia ha negato eventuali collegamenti con la matrice islamica ma i giornali kosovari e serbi hanno scritto che si trattava di due uomini già noti da prima per i loro legami con i militanti islamici in Siria. Oggi, presso il Tribunale di base a Pec gli arrestati hanno raccontato che stavano andando al campo in montagna. La Corte ha deciso di punirli solo con il possesso illegale di armi e li ha condannati ad un mese di detenzione. In qualsiasi altro Paese, la presenza di islamisti armati di fronte a un importante sito Unesco sarebbe stata presa dal sistema giuridico molto più seriamente. La reazione della polizia del Kosovo e della magistratura, invece, sembra voler sminuire il pericolo o addirittura coprire questo evento, ed è molto scoraggiante per la nostra comunità e per coloro che vogliono vedere un futuro migliore in Kosovo.
Quanti attacchi avete ricevuto fino ad oggi?
Nonostante la presenza della NATO, gli estremisti albanesi del Kosovo hanno attaccato la zona del Monastero già 4 volte negli ultimi 16 anni. Grazie a Dio in questi attacchi nessuno è rimasto ferito e la presenza della KFOR è stata di grande importanza per prevenire la distruzione totale del monastero. Senza la presenza della KFOR italiana questo monastero, risalente al XIV secolo nonché patrimonio culturale dell’Unesco, sarebbe un cumulo di rovine ora. Solo uno di questi attacchi armati è stato completamente analizzato dalla polizia. Nel 2007 un attacco con dei bazooka fu qualificato dal tribunale locale come “disturbo della pace e l’ordine” e “possesso illegale di armi”. In qualsiasi altro Paese, invece, questo sarebbe qualificato come un attacco terroristico vero e proprio. Questo doppio standard di valutazione dei rischi mostrano quanto i giudici e il sistema di polizia del Kosovo non siano in grado di proteggere coloro che non sono di etnia albanese.
Da quando la guerra del 1999 è finita sono stati distrutti diversi luoghi sacri…
A differenza di altri conflitti, in particolare di quello in Bosnia, dove non furono danneggiati luoghi di culto dopo la firma dei trattati di pace, in Kosovo dopo la guerra ci sono stati molti attacchi di estremisti albanesi contro luoghi santi cristiani. In totale, dalla fine della guerra nel 1999, sono state distrutte o gravemente danneggiate 150 chiese serbe ortodosse. La più grande ondata di distruzione avvenne nel marzo 2004, quando gli estremisti albanesi colpirono 35 chiese in due giorni. Questa distruzione del patrimonio cristiano in un periodo di pace in Europa è senza precedenti e dimostra quanto sia grave la situazione in Kosovo. Senza la presenza della KFOR i serbi non sarebbero stati in grado di rimanere in Kosovo e tutti i nostri luoghi santi sarebbero stati distrutti.
In Kosovo c’è una preoccupante crescita dell’estremismo islamico. Qual è la situazione?
Oggi il Kosovo è uno dei centri dell’estremismo islamico. Da nessun’altra parte in Europa, infatti, si possono trovare più combattenti jihadisti stranieri pro capite come qui. Questo è un problema molto grave, perché il Kosovo è una società a maggioranza musulmana e se questa tendenza continua può essere molto destabilizzante per l’intera regione. Anche se molti musulmani in Kosovo stanno seguendo una tradizione moderata, dopo la fine della guerra nel 1999 sono arrivate varie organizzazioni dall’Arabia Saudita, dai Paesi del Golfo e dalla Turchia che hanno iniziato a diffondere l’Islam politico e radicalizzato in una parte della comunità islamica.
Hanno collegamenti con gli estremisti kosovari dell’UCK?
Sì, il nesso tra le organizzazioni criminali legate all’ex UCK e l’islamismo è molto pericoloso per tutti i cittadini del Kosovo. Questo pericolo impedisce il normale sviluppo delle relazioni interetniche e scoraggia gli investimenti esteri. Inoltre è dannoso per la stabilità politica del Kosovo. Purtroppo, dopo la guerra gli ex leader dell’UCK sono diventati parte della criminalità organizzata e i loro clan ora controllano la scena politica del Kosovo e di tutti noi. È molto difficile trovare una via d’uscita da questa situazione di stallo. I giovani sono sempre alla ricerca di ogni opportunità per lasciare il Kosovo. La disoccupazione è arrivata ad essere oltre il 50 per cento, la corruzione affligge la società e molti pochi ragazzi vedono il loro futuro qui. Questo è il motivo principale per cui vi è un alto tasso di richiedenti asilo provenienti dal Kosovo.
Come sono costretti a vivere i serbi in Kosovo?
I serbi del Kosovo vivono qui perché questa è la nostra casa ed è il luogo dove abbiamo i nostri luoghi santi e la nostra tradizione, sin dal Medioevo, quando questa zona era una parte del Serbia unita. La vita per i serbi è difficile, ma il Kosovo resterà sempre per noi la nostra Gerusalemme. Dopo le rivolte e le distruzioni di chiese del 2004 abbiamo ricostruito molto e lavoriamo per non dover lasciare mai questa zona dove il nostro cuore si trova. Eventuali nuovi attacchi contro i serbi e contro le nostre chiese comprometterebbero definitivamente il futuro del Kosovo nell’Unione Europea, perché proprio in questo momento in cui si combatte la nascita del terrorismo islamico e la crisi dei migranti nel mondo occidentale, non sarà in grado di supportare anche la situazione etnica in Kosovo. L’unico modo per aiutare i giovani è quello di vivere in pace e tolleranza.
Il Kosovo è nel caos più totale. Dopo le manifestazioni e i violenti scontri dello scorso nove gennaio, l’opposizione ha dichiarato che si mobiliterà di nuovo contro il governo. Questa situazione vi mette ancora più in pericolo?
Il governo del Kosovo non è stabile a causa della terribile corruzione a tutti i livelli e il Parlamento è bloccato da un’opposizione che ha usato la violenza. La vera ragione dell’instabilità politica non sono gli accordi tra Pristina e Belgrado, ma il Tribunale speciale per i militari del UCK che il Kosovo è tenuto ad accettare. Gli ex circoli dell’UCK che ancora gestiscono il Kosovo, vogliono evitare responsabilità come in tempo di guerra e stanno destabilizzando la situazione politica per bloccare il lavoro della Corte. E ‘molto probabile che presto si possano adottare misure supplementari per destabilizzare ancora di più la situazione nelle zone abitate dagli albanesi nel Sud della Serbia – valle di Presevo – e nella Macedonia Occidentale. Alcuni media hanno già pubblicato le notizie sull’aumento delle importazione di armi in Kosovo dalla vicina Albania. La comunità internazionale deve prendere misure decisive per prevenire questo scenario, non solo per il bene del Kosovo, ma anche per la protezione dei paesi limitrofi. Ogni violenza qui, infatti, avrebbe un impatto negativo anche in Italia, che già si misura col problema dei rifugiati e della militanza islamica.
Qual è il ruolo della comunità internazionale? E cosa ne pensa dei militari italiani in missione in Kosovo?
La presenza internazionale in Kosovo è di vitale importanza, perché la società kosovara senza l’aiuto finanziario, politico e della sicurezza internazionale imploderebbe nel caos e nel disordine. Particolarmente importante per noi è la missione militare italiana. Il Monastero di Decani è stata protetta dai militari della missione italiana KFOR per 16 anni e i soldati italiani stanno ancora effettuando il loro dovere insieme con i loro colleghi austriaci, sloveni e moldavi in modo molto professionale. Abbiamo ottimi rapporti con la KFOR e vorremmo cogliere l’occasione per ringraziare l’esercito italiano per il loro impegno e la professionalità.