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Il Kazakistan è in festa per il trentennale dell’indipendenza, che cade quest’anno, e le ragioni per celebrare questo storico appuntamento sono innumerevoli, variegate e suffragate da fatti e numeri. Fatti e numeri che dipingono il Kazakistan come l’indiscussa potenza-guida dell’Asia centrale, come la centrale elettrica dell’integrazione eurasiatica e come la testa del movimento mondiale per il disarmamento nucleare.

I traguardi tagliati negli ultimi trent’anni sono tanti, dal sociale all’economia, ma la strada da percorrere affinché si compia la visione nazionale per il 2050 di Nursultan Nazarbaev è ancora lunga, tanto piena di opportunità da cogliere quanto ricca di sfide da affrontare. E la recente talebanizzazione dell’Afghanistan rientra certamente nella seconda categoria.

Capire la visione degli affari regionali e internazionali del Kazakistan è più che importante, è fondamentale, perché, di nuovo, trattasi della potenza-guida di quella polveriera che è l’Asia centrale. Uno status che si manifesta in una varietà di modi, tra i quali risalta indubbiamente l’elaborazione di iniziative e politiche destinate a guidare i passi dei membri della regione, e che non può essere ignorato al fine della comprensione delle dinamiche che caratterizzano le nazioni del Turkestan. Questo è il motivo per cui siamo andati a Nur-Sultan, capitale del Kazakistan e cuore dell’Eurasia, dove abbiamo avuto l’opportunità di intervistare uno dei più importanti diplomatici del Kazakistan indipendente: Tuleutai Suleimenov.

Tuleutai Suleimenov, classe 1941, è uno dei diplomatici che hanno contribuito maggiormente a determinare e favorire la trasformazione del Kazakistan indipendente nella potenza-guida dell’Asia centrale. Formatosi presso l’Accademia presidenziale del Ministero degli Esteri dell’Unione Sovietica, Suleimenov è stato al fianco di Nazarbaev sin dai primordi dell’indipendenza e vanta un curriculum eloquente, che negli anni lo ha portato ad essere ambasciatore negli Stati Uniti e nell’Unione Europea. Oggi in pensione, Suleimenov ha accettato di essere intervistato da InsideOver su una serie di temi, dall’Afghanistan al Consiglio Turco, passando per le relazioni con l’Italia e il futuro della regione.

Lei è un diplomatico di lungo corso, che ha vissuto la transizione ed è stato testimone dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Parliamo proprio di questo: dell’Afghanistan. È dagli anni della guerra fredda che questa nazione è afflitta dall’instabilità. Qual è la sua opinione sull’ascesa al potere dei talebani?

In Afghanistan c’è una situazione molto difficile adesso, un regime instabile che sta creando molti problemi alla popolazione. Il gioco degli scacchi è stato vietato, alle donne è proibito mostrare il volto in pubblico, studiare, sullo sfondo di altre forti limitazioni sociali. Questo non potrà portare a nulla di buono. La loro volontà di formare un governo inclusivo potrà essere confermata soltanto dal tempo, ma la situazione al momento non è sicuramente facile. Al contrario: è molto difficile. Perché, adesso, l’Occidente e gli Stati Uniti rivedranno le loro posizioni nel Paese a causa del traffico di stupefacenti e della mancanza di un governo [affidabile]. Decine di migliaia di italiani, francesi, inglesi e statunitensi che hanno lavorato nel Paese durante la presenza ventennale degli Stati Uniti non sono riusciti a scappare prima, e non riusciranno ora. Hanno paura di esseri inseguiti, di essere catturati dai talebani. Parliamo di un Paese difficile che, a causa dell’arrivo dei talebani, renderà le cose difficili anche per la regione.

Sembra conoscere molto bene l’Afghanistan.

Io ho lavorato in Afghanistan per quattro anni e mezzo. Conosco bene sia il Paese sia il suo popolo. Sono tutti sotto pressione in questo momento, non sanno verso quale direzione andrà il Paese. Lo stesso islam sarà diverso, perché l’ordine talebano sarà fondato sulla shari’a, che è una legge dura. Occorre e occorrerà molta cautela. I Paesi confinanti, non a caso, stanno sigillando i loro confini per proteggersi da eventuali attacchi. Li stanno fortificando. E lo stanno facendo unendo gli sforzi. In caso di attacchi, ci sarà una forte resistenza. Anche perché, abbandonando il Paese, gli eserciti occidentali hanno lasciato dietro di sé un grande quantitativo di armi, che se utilizzate dai talebani darebbero vita ad un grosso problema.

Fino a questo momento abbiamo parlato di guerra e di Afghanistan, ma mi piacerebbe approfondire un altro argomento. Lei ha vissuto la transizione, il processo di indipendenza. Allora, vorrei chiederle: quanto sono stati importanti il turanismo e il panturchismo dall’indipendenza ad oggi? Penso, ad esempio, allo stabilimento del Consiglio Turco.

Il panturchismo è un sentimento molto antico, ma che con la caduta dell’Unione Sovietica ha cominciato a riaffiorare, a svilupparsi nuovamente. Il Consiglio Turco è il risultato dell’unione delle principali nazioni che rappresentano il mondo turco, Turchia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan, e recentemente ha visto l’ingresso anche dell’Ungheria. Il panturchismo è un collante, perché unisce coloro che lo utilizzano. Li unisce nella religione, nella cultura, nella lingua, eccetera. L’unificazione dei popoli turchi non è un fenomeno artificiale, ma un processo di convergenza naturale tra popoli affini. Non sono soltanto i turchi: prima di noi c’è stata l’unione dei popoli arabi (ndr. Lega Araba) e di quelli occidentali (ndr. Nato e integrazione europea), mentre oggi cercano l’unione i popoli russi e quelli dell’Asia. Popoli simili cercano l’unione, spesso è così. È normale, è naturale.

Il Consiglio Turco è una piattaforma multilaterale dove le nazioni di etnia e cultura turca si incontrano, dialogano e collaborano. Nei tempi recenti, tuttavia, si è assistito ad una tendenza curiosa: l’interesse dei Paesi europei verso questa realtà. Mi riferisco all’Ungheria, che dal 2018 ha lo stato di osservatore, e all’Ucraina, che l’anno scorso ha palesato l’obiettivo di seguire le orme della nazione magiara. L’Italia, pur non essendo una nazione turca, è legata ai popoli turchici da un rapporto plurisecolare, perciò su InsideOver avevo proposto ai nostri politici di ponderare la possibilità di entrare nel Consiglio Turco. Lei cosa ne pensa di questa proposta?

L’Italia nel Consiglio Turco? Sì! Perché no? Perché non dovrebbe? Abbiamo un modo simile di ragionare, delle culture simili – penso ad alcuni usi, costumi e tradizioni, come quelli sul vino – e le lingue, per quanto differenti, non sono completamente inintelligibili. Ci sono le basi per un’amicizia molto forte tra l’Italia e i popoli turchi. Potremmo scoprire, stando insieme, che magari siamo partiti da una radice comune, che abbiamo le stesse origini. Gli italiani sono geograficamente lontani, ma culturalmente vicini. Non sono soltanto simili ai popoli turchi, perché i loro modi di essere e pensare li rendono simili, secondo me, anche ad alcuni popoli del Caucaso, in particolare ai georgiani. E, quindi, perché no? Se c’è dialogo tra popoli e culture, può esserci collaborazione tra i governi.

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