Il panorama etno-religioso del Kazakistan è il più eterogeneo e variegato dell’Asia centrale: diciotto milioni di abitanti, oltre centotrentacinque gruppi etnici e più di diciotto confessioni censite; una miscela potenzialmente esplosiva e da maneggiare con cautela che, però, contrariamente a quanto accaduto nel resto dello spazio postsovietico, non ha mai dato luogo a fenomeni incendiari particolarmente gravi.

Il Kazakistan indipendente, in effetti, si è tradizionalmente distinto, e continua a distinguersi, per una peculiarità: l’assenza di fratture sociali promananti da moventi etnici o fideistici. A differenza degli altri –stan, dove il graduale ritorno dei popoli all’islam ha determinato il sorgere di processi di radicalizzazione religiosa estesi e perniciosi per la sicurezza nazionale, qui gli indicatori di pericolo non hanno mai superato la soglia della criticità e, anzi, con il passare del tempo si è assistito alla nascita di una cultura della tolleranza riconosciuta a livello internazionale.

È a Nur-Sultan, del resto, che si trova una delle massime espressioni del dialogo intercivilizzazionale, il Palazzo della Pace e della Riconciliazione, dove si riunisce periodicamente il Congresso dei leader delle religioni tradizionali e mondiali, un evento a cadenza triennale, fondato nel 2003, che promuove la cooperazione tra fedi e culture

Il percorso che ha condotto la nazione kazaka ad abbracciare e a valorizzare la diversità, preferendo la costruzione di ponti nell’epoca dell’innalzamento dei muri, è la dimostrazione che la diplomazia culturale è capace di risultati parimenti solenni e tangibili a quelli che si potrebbero ottenere attraverso le vie della realpolitik. Nel caso in questione, l’attore che ha dato impeto al proposito della dirigenza kazaka di trasformare Nur-Sultan nella casa mondiale della tolleranza – anticipando di oltre un decennio le agende di Egitto ed Emirati Arabi Uniti – è stato il Vaticano dell’era Wojtyła.

Papa Francesco in Kazakistan?

Fra quattro mesi, a giugno, il Palazzo della Pace e della Riconciliazione di Nur-Sultan dovrebbe ospitare – pandemia permettendo – la settima edizione del Congresso dei leader delle religioni tradizionali e mondiali, e il governo kazako anela ferreamente ad ottenere la partecipazione del pontefice regnante, Francesco.

La dirigenza ha lasciato che il desiderio venisse espresso da Alibek Bakayev, l’ambasciatore del Kazakistan presso la Santa Sede, che, di recente, ha parlato della possibile visita dell’erede di Pietro ai microfoni dell’Eternal Word Television Network. Secondo Bakayev, il 2021 sarebbe, o meglio è, l’annata ideale per lo sbarco del papa a Nur-Sultan per due ragioni: avrà luogo il Congresso dei leader delle religioni tradizionali e mondiali, e ricorrerà il ventesimo anniversario dello storico viaggio apostolico di Giovanni Paolo II in terra kazaka.

Partecipando al Congresso, inoltre, il pontefice avrebbe anche l’occasione di (re)incontrare Cirillo, il patriarca di Mosca e di tutte le Russie, e, secondo Asia News, uno dei siti-megafono della Santa Sede, dell’allestimento di una loro possibile bilaterale a Nur-Sultan si starebbe discutendo da più di un anno.

Bakayev ha lasciato trapelare un certo ottimismo nel corso dell’intervento, spiegando che “speriamo grandemente che nell’agenda papale ci sarà l’opportunità per un viaggio in Kazakistan”. Le sensazioni positive sarebbero (in parte) scaturite dall’annuncio della visita apostolica in Iraq, programmata per marzo e prova che anche in Vaticano vi è volontà di tornare alla normalità, ergo a viaggiare.

L’impatto di Giovanni Paolo II

I cattolici rappresentano una minoranza nella minoranza – circa 250mila su una comunità cristiana di 4 milioni –, ma la loro influenza culturale (e politica) è di gran lunga superiore a quella che dovrebbe determinare il loro numero. La ragione per cui la piccola Chiesa cattolica kazaka risulta capace di prodezze diplomatiche di spessore, e non patisce le limitazioni tipiche delle confessioni minoritarie, è una: il Vaticano.

Come hanno ricordato recentemente su Euractiv l’europarlamentare Ryszard Czarnecki e il direttore del Centro Nazarbaev per lo sviluppo del dialogo tra fedi e civiltà, Altai Abibullaev, “nell’arena politica, Kazakistan e Vaticano sono attivi sostenitori del disarmamento, della non proliferazione di armi nucleari e del divieto globale degli esperimenti nucleari […] e, sin dai primi giorni, il Vaticano è stato un partecipante attivo, consistente e di alto livello del Congresso [dei leader delle religioni tradizionali e mondiali]”.

Le relazioni diplomatiche sono state stabilite il 17 ottobre 1992, a poco meno di un anno dall’indipendenza del Kazakistan, e sei anni dopo, nel 1998, in territorio vaticano, ha avuto luogo il primo incontro tra Giovanni Paolo II e l’allora presidente kazako, Nursultan Nazarbaev. Fra i due statisti, da quel momento, sarebbe nato un legame molto forte, travalicante i confini della mera sfera politica, che il 22 settembre 2001 avrebbe condotto alla materializzazione di una storica quattro-giorni in Kazakistan.

Fu nel contesto del viaggio apostolico, curato in ogni particolare per massimizzare l’impatto culturale e incoraggiare il dialogo cristiano-musulmano, che, spiegano Czarnecki e Abibullaev, nella mente di Nazarbaev sarebbe nata, germogliata e maturata la decisione di dare vita ad un evento internazionale per promuovere l’ecumenismo.

Il pontefice aveva invitato musulmani e cristiani a costruire una “civiltà basata sull’amore”, spiegando alla gioventù che il 21esimo secolo non avrebbe dovuto essere come il precedente, ovvero caratterizzato dai conflitti, “e che i popoli del mondo intero avrebbero dovuto unirsi e perdonarsi a vicenda”. Un appello struggente, ricco di significato, che Wojtyła aveva deciso di lanciare in Kazakistan – tra Piazza dell’Indipendenza e le aule dell’università nazionale eurasiatica Gumilyov – da lui descritto come “un Paese nobile, senza confini […] e aperto all’incontro e al dialogo”.

Il Congresso avrebbe preso forma due anni dopo, nel 2003, curiosamente allestito in occasione del secondo anniversario del viaggio apostolico, ovvero fra il 23 e il 24 settembre. Dato che la politica è una questione di minuziosità, ovvero di cura del dettaglio, e di simboli, e i numeri sono tra i simboli più potenti ed espressivi, è legittimo supporre che la data fondativa di uno degli eventi ecumenici più importanti del globo non sia il riflesso di una coincidenza ma l’omaggio ad uno statista che in soli quattro giorni avrebbe lasciato un ricordo indelebile dietro di sé.

Oggi, l’era Nazarbaev è finita e al trono di Pietro siede un nuovo pontefice, ma il Congresso è sopravvissuto fino ai giorni nostri e il nuovo presidente kazako, Qasym-Jomart Toqaev, sta dimostrando linearità, continuità e sintonia con il predecessore, dal quale ha ereditato l’onere-onore di portare avanti una missione delicata: quella di concretare i sogni ecumenici di Giovanni Paolo II (e Nazarbaev) attraverso la “diplomazia spirituale”.