I kazaki avrebbero dovuto esprimere il loro giudizio sull’operato di Kassym-Jomart Tokayev nel 2024, anno delle programmate presidenziali, ma una serie di circostanze ed eventi ha convinto il capo di stato ad anticipare il voto di ben due anni. I kazaki, invero, saranno chiamati alle urne il prossimo mese, il 20 novembre.
Tokayev ha annunciato l’intenzione di anticipare il momento della verità lo scorso mese, il primo settembre, in occasione del Discorso annuale alla nazione. Palese è l’obiettivo: mostrare alla cittadinanza che il “nuovo Kazakistan” non è un concetto astratto, ma un’idea che si vuole realmente trasporre in realtà. Alta la posta in gioco: il controllo di Astana per i prossimi sette anni.
Verso le presidenziali più attese di sempre
Ad Astana è (quasi) tutto pronto per l’arrivo delle presidenziali più attese della storia del Kazakistan indipendente e le prime in assoluto della “Seconda repubblica”. Le più attese dai kazaki e dalle grandi potenze del sistema internazionale.
I motivi che hanno spinto Tokayev a sfidare se stesso, chiamando i concittadini al voto a quasi un anno da una delle più gravi crisi sociali della storia recente kazaka, sono almeno tre. Vuole rassicurare la cittadinanza che il piano di rinascita nazionale, condensato nel concetto di Nuovo Kazakistan, non è un miraggio ingannevolmente utilizzato per farle dimenticare la crisi di inizio anno. Vuole tastare con mano l’effettivo livello di consenso detenuto. E, di riflesso, ambisce ad inviare un segnale forte alla comunità internazionale: Astana è ormai incamminata verso la maturità democratica. Il che significa, tra le varie cose, anche accettare un risultato contrario alle aspettative.
Tutto è (quasi) pronto
Le autorità kazake hanno già raggiunto un accordo con la Commissione elettorale centrale dell’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani, organismo dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), per il dispiegamento nelle sedi di voto di una squadra di osservatori internazionali – che dovrebbero essere 330.
La prontezza con cui la presidenza kazaka ha richiesto, ed ottenuto, un team di monitoraggio OSCE parla del significato di queste elezioni per Tokayev. Banco di prova e momento della verità per un esperimento ambizioso, nato sotto i migliori auspici, che, nonostante l’elevato tasso di riformismo, non è riuscito ad evitare lo scontro frontale con le contraddizioni del modello economico e il malcontento delle periferie della (multi)nazione. Scontro che, lungi dall’inibire la macchina del cambiamento, da Tokayev è stato accolto come una sfida-opportunità per sveltire la trasfigurazione del Kazakistan. Che, nella visione del presidente, passa necessariamente dal plebiscito.
Gli occhi dei big su Astana
Poiché tutto ciò che accade ad Astana si ripercuote successivamente nel resto dell’Asia centrale, gli occhi dei big del sistema internazionale sono puntati, dallo scorso settembre, sulla campagna elettorale. Lo suggeriscono il crescendo di pubblicazioni a tema delle grandi riviste specializzate, da Foreign Policy a Politico, e le attività dei think tank che influenzano gli indirizzi politici occidentali, come Chatham House, che ha organizzato un evento per decisori, focalizzato sul “nuovo Kazakistan”, alla vigilia delle presidenziali kazake.
La rielezione di Tokayev sarebbe sinonimo di continuità e stabilità per molti degli attori aventi degli interessi in Kazakistan, Italia inclusa. E siccome da un Kazakistan socialmente forte e politicamente prevedibile dipende l’intero sistema Asia centrale, nonché i corridoi commerciali terrestri Europa-Cina, non sorprende che gli occhi delle grandi potenze siano puntati su di esso. E la domanda di ogni spettatore è una sola: “chi vincerà?“.