La regione del Kashmir continua ad essere oggetto di tensioni e violenze dopo la decisione, presa il 5 agosto dalle autorità di Nuova Delhi, di revocare lo statuto di autonomia dello Stato e di effettuare una partizione del suo territorio. Le forze di sicurezza indiane hanno riferito di aver ucciso due terroristi nel villaggio di Drabgam nella serata di lunedì. Gli scontri con elementi estremisti, in realtà, non sono una novità: basti che pensare che il ministro della Difesa Rajnath Singh, a giugno, aveva reso noto che, solamente nei primi sei mesi del 2019, erano stati eliminati 133 terroristi nell’area. Lo sviluppo più preoccupante, invece, è l’ennesima violazione del cessate il fuoco avvenuta lungo la linea di contatto che separa il Kashmir indiano da quello pakistano: fonti dell’esercito di Nuova Delhi affermano che le forze armate di Islamabad avrebbero iniziato, improvvisamente, a bersagliare il territorio indiano costringendo le forze di sicurezza locali a rispondere. Questo genere di violazioni si sono moltiplicate negli ultimi tre mesi ed hanno raggiunto, secondo dati ufficiali, un totale di 2000 episodi nel 2019. I due eserciti si sono accusati reciprocamente, in passato, di aver iniziato a sparare e di aver violato il cessate il fuoco.

Una situazione esplosiva

I problemi della regione continuano, dunque, a fomentare le divisioni con il vicino Pakistan: Sardar Masood Khan, presidente della porzione di Kashmir amministrata da Islamabad,  ha accusato, nel corso di un’intervista esclusiva rilasciata all’agenzia di stampa Anadolu, l’India di voler perseguire un approccio militare per giungere ad una risoluzione dei problemi locali contrariamente a quanto auspicato dal Pakistan e dalla popolazione civile del luogo. Khan si è appellato, inoltre, alla comunità internazionale affinché si possa porre fine alle turbolenze nella regione e trovare una soluzione definitiva alle sue tante problematiche. Il Kashmir divide da decenni Nuova Delhi ed Islamabad: la porzione amministrata dall’India, infatti, rappresenta l’unico territorio a maggioranza musulmana della nazione e dalla fine degli anni ottanta è stato oggetto di una violenta contrapposizione tra le autorità centrale ed i gruppi di separatisti locali legati anche all’estremismo islamico. Nuova Delhi ha accusato il Pakistan di fornire aiuti a questi gruppi e considera il Kashmir come un proprio problema interno.

Le prospettive

La decisione di revocare lo statuto di autonomia e di procedere alla partizione dello Stato non sembra poter portare ad una maggiore integrazione di quest’area nella nazione indiana ed, al tempo stesso, rischia di far precipitare lo status quo verso un abisso di scontri e violenze. Le restrizioni alle libertà civili nel Kashmir, tra cui un blocco alle comunicazioni mobili, fisse ed alla navigazione online (in via di normalizzazione ma non terminato) e gli arresti effettuati in loco, hanno il potenziale di fomentare un deciso risentimento nei confronti delle azioni del governo centrale ed allontanare un’effettiva integrazione. Il premier Narendra Modi, però, può contare su una sostanziale legittimità democratica avendo vinto, in maniera convincente, le elezioni legislative nazionali che hanno avuto luogo nel 2019 e ciò costituisce, paradossalmente, il problema di fondo della vicenda: l’approccio di Nuova Delhi sembra destinato a non mutare nel futuro prossimo e ciò potrebbe creare serie conseguenze alla stabilità della regione ed alle relazioni con il Pakistan, un vicino ingombrante con cui i rapporti sono già particolarmente tesi.

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