E se la Cina avesse ragione? Se, davvero, le parole sparate in faccia al Segretario Usa, Antony Blinken, dal direttore dell’Ufficio della Commissione Centrale degli Affari esteri cinesi, Yang Jiechi, rappresentassero la realtà, che cosa dovremmo aspettarci da qui ai prossimi anni nelle relazioni tra Washington e Pechino? Gli Stati Uniti “non sono più qualificati per parlare con noi da una posizione di forza”, gridava dalla sua postazione, durante il tesissimo vertice di Anchorage, l’alto funzionario cinese, in risposta alle reprimenda di Blinken all’indirizzo del Dragone.

L’uscita del signor Jiechi è stata soltanto una sbruffonata figlia del delicatissimo momento – un modo, insomma, per azzittire la controparte statunitense – oppure poggiava veramente su un fondo di verità? Come ha scritto Asia Times, l’influenza americana risulta fragile in diverse aree strategiche eurasiatiche. Allo stesso tempo, la Cina ha adesso tutte le carte in regola per ostacolare il tentativo degli Stati Uniti di costruire un’alleanza per limitare la propria ascesa geopolitica. Assistiamo così a due movimenti complementari. Mentre Washington è impegnata a bilanciare lo strapotere cinese mettendo radici nel continente asiatico, in una sorta di revival del Pivot to Asia di obamiana memoria, Pechino guarda all’Occidente, in primis, da un punto di vista commerciale.

Una questione di percezione

C’è tuttavia una sostanziale differenza tra Stati Uniti e Cina. Quest’ultima, infatti, risulta spesso “attraente” agli occhi dei Paesi che incontra sul proprio percorso, a differenza della potenza americana, spesso percepita come in declino. Percezione, appunto. È tutta una questione di percezione. Secondo quanto riportato da Asia Times, il modo attraverso il quale i politici americani stanno misurando il proprio potere nazionale, sarebbe ormai diventato obsoleto.

In altre parole, l’amministrazione Usa adotta un metodo di misurazione inadeguato per il XXI secolo. Gli studiosi cinesi, al contrario, sembrano aver sviluppato un modus operandi molto più efficace. Si chiama Zonghe Gouli, o Comprehensive National Power (CNP), ed è la metodologia impiegata dalla Cina per misurare il potere della nazione rispetto ai concorrenti. È anche e soprattutto per questo motivo che Pechino si è trasformata, nel giro di qualche decennio, in un serissimo sfidante americano.

Il “segreto” di Pechino

La ricetta seguita dalla Cina unisce molteplici ingredienti. Accanto al cosiddetto hard power index, caratterizzato, ad esempio, dalla ricchezza economica, la potenza militare, le risorse naturali o la tecnologia, troviamo il soft power, inteso come cultura, istruzione e potere politico. Fin qui, siamo di fronte alla classica distinzione tra hard e soft power avanzata dal professor Joseph Nye. La novità sta in altri due tipi di “potere” sviluppati da Pechino: il coordinated power index e l’enviromental index. Nel primo caso, stiamo parlando della presentazione del processo decisionale politico cinese, della linea di comando e della struttura della leadership; aspetti, questi, recentemente emersi come più efficaci rispetto a quelli incarnati dal metodo democratico. Nel secondo caso, invece, siamo di fronte a una sorta di indice ambientale, da far valere in campo internazionale.

A corredo del tutto, trova spazio un particolare sistema di valutazione che include, tra gli altri, obiettivi strategici nazionali, capacità decisionali e stabilità politica. Gli Stati Uniti, al contrario, pensano che tutto si basi sulla superiorità militare. D’accordo, Washington, non solo sulla carta, può contare su un esercito più forte e rodato rispetto a quello cinese. Ma, considerando i graduali miglioramenti, anche militari, apportati dalla Cina, quanto reggerà ancora questo equilibrio? Dulcis in fundo, le forze armate Usa dipendono dalla tecnologia, ovvero lo stesso cavallo di battaglia che sta facendo sfrecciare Pechino al vertice di tutte le classifiche economiche. L’America, dunque, non può più far finta di niente. Se la Casa Bianca non cambierà approccio, il definitivo sorpasso cinese non sarà soltanto una questione di tempo. Risulterà anche dolorosissimo e difficile da digerire.