Si è da poco conclusa la due-giorni del primo ministro russo Dmitry Medvedev a L’Avana, che è stata un’importante occasione per rinsaldare le relazioni bilaterali di lunga data e inviare un chiaro monito agli Stati Uniti: ciò che l’ex consigliere per la sicurezza nazionale della Casa bianca, John Bolton, ha definito “la Troika della tirannia“, ossia l’asse Cuba-Venezuela-Nicaragua è, ormai, a pieno titolo una questione d’interesse nazionale per la Russia.

Un viaggio, molti risultati

L’agenda di Medvedev è stata tanto breve quanto intensa. Fra il 3 e il 4 ottobre il primo ministro russo ha infatti incontrato le massime autorità politiche del Paese, ossia il presidente Miguel Diaz-Canel e il capo rivoluzionario Raul Castro, con le quali ha discusso di numerosi dossier: dalla situazione regionale a quella internazionale, dall’embargo all’industria.

Le sanzioni sono state l’occasione ideale per rinsaldare una vecchia amicizia che è nata in simili condizioni di difficoltà internazionali ed è resistita anche alla fine della Guerra fredda e al secolo delle ideologie. Le due parti hanno firmato numerosi accordi bilaterali con l’obiettivo di ridurre il peso delle guerre economiche che stanno subendo attraverso una maggiore collaborazione nei settori strategici: ricerca e sviluppo nel campo scientifico e tecnologico, biotecnologia, agricoltura, aviazione, infrastrutture, industria, commercio, energia.

La Russia è storicamente uno dei principali partner commerciali del paese e sta lavorando intensamente per riportare la propria influenza ai fasti dell’epoca sovietica. Dal 2017 al 2018 l’interscambio commerciale è aumentato del34%, raggiungendo un volume di affari di 388 milioni di dollari che, secondo le stime del viceministro Yuri Borisov, dovrebbe salire a quota 500 milioni entro la fine di quest’anno.

La visita di Medvedev avviene in una fase cruciale per il piccolo Paese caraibico: la transizione post-castrista è stata pacifica ma la situazione economica si è aggravata per via del rafforzamento dell’embargo imposto dall’amministrazione Trump, che ha comportato un isolamento ulteriore dal resto del continente e, soprattutto, la fine delle importazioni di petrolio dal Venezuela, nel quale sono in corso da diversi mesi dei tentativi insurrezionalisti guidati dall’autoproclamato presidente Juan Guaidò.

Gli accordi siglati a L’Avana avranno lo scopo di rilanciare l’economia cubana attraverso un piano di contingenza molto variegato: aiuto nella modernizzazione e nella professionalizzazione dell’aviazione nazionale, fornitura di attrezzature specifiche per potenziare l’industria dei metalli, riqualificazione della rete ferroviaria, esternalizzazione nell’isola di alcune attività produttive nel settore automobilistico, maggiore cooperazione energetica.

La chiave di volta energetica

Le esportazioni di petrolio russo nell’isola sono quadruplicate nel primo semestre del 2019, sostanzialmente per via della crisi venezuelana, e Mosca vorrebbe sfruttare questa finestra per tornare ad essere il primo rifornitore di petrolio di L’Avana, ma non solo. I ministri dell’energia dei due paesi hanno sviluppato congiuntamente un piano per lo sviluppo del settore energetico cubano, che includerebbe sia la presenza di compagnie russe che la possibile costruzione di centrali nucleari ad uso civile.

Nei prossimi anni la Russia prevede di investire quasi 800 milioni di dollari nel potenziamento del settore elettrico cubano, attraverso la rimessa in sesto di almeno dieci unità generatrici di potenza di tre centrali termoelettriche. Le rispettive compagnie nazionali sono attualmente impegnate nella rifinitura della tabella di marcia già elaborata e dovrebbero iniziare ufficialmente a cooperare nel 2020.

L’obiettivo di Mosca è chiaro: aiutare l’alleato a diventare quanto più autosufficiente possibile dal punto di vista energetico, onde evitare che le conseguenze economiche dell’instabilità regionale possano riflettersi a livello sociale, ossia aprendo dei possibili spiragli per tentativi golpisti partoriti dall’esterno. Se la strategia del Cremlino dovesse funzionare, entro il 2030 Cuba potrebbe uscire dallo stato semi-cronico di stallo economico e raggiungere anche la sicurezza energetica.

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