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Lo chiamavano «grande gioco». Era il risiko per il controllo della «via della seta», l’unica grande direttrice capace – due secoli fa – di garantire gli scambi commerciali via terra tra Europa, Cina e India. Ad affrontarsi in una partita giocata dai deserti del Kazakistan all’Amu Darya passando per Kiva, Buchara e Samarcanda e scendendo dai valichi dell’Hindu Kush afghano fino ai confini con il Punjab, c’erano Russia e Inghilterra, le due grandi potenze di 170 anni fa. Oggi il grande gioco è ricominciato. Sono cambiati soltanto la posta e, in parte, gli attori. Ritiratosi l’antico rivale inglese, offuscatasi la grandezza americana, il nuovo impero di Zar Vladimir Putin deve vedersela con le ambizioni di una Cina affamata d’energia e materie prime. Una Cina sempre più interessata a mettere le mani sulle rotte dei commerci e sui tracciati di gas e petrolio.Proprio per questo oggi, come 170 anni fa, l’Uzbekistan resta una casella fondamentale del Grande Giuoco e un suo spregiudicato protagonista. Un protagonista pronto a sfruttare a proprio vantaggio le ambizioni delle grandi potenze attratte non solo dalla sua posizione di grande cerniera dell’Asia Centrale, ma anche dalle sue ricchezze. Queste ultime fanno di un paese grande una volta e mezza l’Italia, ma con una popolazione di appena 30 milioni di abitanti, un autentico scrigno prezioso. Le sue miniere, capaci di sfornare 80 tonnellate d’oro l’anno, rappresentano il quarto forziere del mondo, mentre i suoi giacimenti di rame e uranio sono rispettivamente al decimo posto e al dodicesimo posto nelle classifiche mondiali. L’Uzbekneftegas, l’azienda di stato controllata dalle grandi élite di potere, è all’undicesimo posto nella classifica dei grandi produttori di gas del pianeta. Più importante della produzione sono le 194 riserve d’idrocarburi non ancora sfruttate. Riserve che potrebbero trasformare l’Uzbekistan in uno dei principali produttori del pianeta. Accanto alle riserve naturali c’è il tesoro di un settore agricolo ancora da ristrutturare. Trasformato da Stalin in un paese monocoltura, riservato alla produzione di quel cotone di cui resta uno dei principali esportatori, l’Uzbekistan è, grazie ai sistemi d’irrigazioni ereditati dai sovietici, un potenziale paese serra, capace di soddisfare i fabbisogni alimentari di molti vicini. Per tutte queste ragioni Pechino punta ad attrarla nella sua orbita economica anche a costo di sfidare quella Russia di Putin rimasta per decenni il principale partner economico di Tajkent. A facilitare il nuovo grande gioco cinese contribuisce la ritrosia di un Uzbekistan timoroso di tornare all’antica dipendenza da Mosca.«L’ Uzbekistan non sarà mai parte di entità che ricordano la vecchia Unione Sovietica», chiosava Karimov nel 2015. Così dopo aver snobbato – a differenza dei vicini kazaki, kirghisi e tagiki – la proposta russa di entrare nell’Unione Economica dell’Eurasia e aver abbandonato, nel 2012, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva, l’alleanza militare guidata da Mosca, l’Uzbekistan ha lasciato che Pechino si trasformasse nel suo principale partner commerciale. Grazie alla presenza di 500 compagnie d’investimento cinesi le esportazioni verso Pechino hanno raggiunto nel 2014 i 4,7 miliardi di dollari e nel 2015 hanno superato i tre miliardi. Un sorpasso facilitato dalla svalutazione del rublo, ma riconosciuto da Putin che nel 2006 ha ammesso l’arretramento della Russia al secondo posto nella classifica degli scambi con l’Uzbekistan.In questi arditi giochi d’equilibrismo l’Uzbekistan non disdegna di corteggiare e rinnegare anche gli Stati Uniti. Ospitati dal 2001 al 2005 in una base militare cruciale per le operazioni in Afghanistan, gli americani si sono ritrovati sfrattati non appena hanno addossato al regime di Karimov le responsabilità del massacro di civili messo a segno per sedare la rivolta di Andijan nel maggio 2005. Ma il grande gioco è fatto anche di alleanze e rapporti sotterranei. Per questo, mentre Russia e Cina si affrontano a colpi di miliardi, gli Stati Uniti si offrono di garantire la sicurezza dei confini in caso di ricaduta dell’Afghanistan in mani talebane.Gian Micalessin

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