Il grande gioco di Erdogan: così guadagna dalla crisi

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI

Recep Tayyip Erdogan è il grande vincitore della crisi russo-ucraina. Inserendosi nel treno lanciato dal premier israeliano Naftali Bennett, ha vinto la volata per acquisire centralità nel quadro della mediazione. Erdogan ricuce con Israele, condanna l’offensiva di Vladimir Putin ma rimane cauto sulle sanzioni, dopo averla a lungo ritenuta prossima alla fine ha applicato alla lettera la Convenzione di Montreux sul transito di navi nel Bosforo, prosegue la sua influenza sull’Ucraina che si difende anche grazie ai micidiali droni Tb-2, è assieme a pochi altri Paesi (come la Polonia e la Romania) cruciale per il blocco euroatlantico.

Erdogan sta dimostrando di conoscere le complesse logiche della mediazione tra formalità e informalità. Aprendo i colloqui tra le delegazioni di Mosca e Kiev ha usato parole al miele sia per Putin che per il nemico Volodymir Zelensky; garantendo la presenza al summit di Roman Abramovichpontiere tra la Russia e Israele con vista sul mondo economico-finanziario occidentale, ha ammiccato a Tel Aviv; il leader che ha sempre amato fare carta straccia del diritto internazionale si è fatto mediatore. Domenico Quirico su La Stampa ha parlato di “metamorfosi del tiranno”: “Si è detto e ridetto da un mese che questo conflitto è destinato a cambiare la storia. Il mondo non sarà più lo stesso. Tutto riparte da zero, il passato non esiste più, il passato è sorpassato. Verissimo. Erdogan ne è la prova”, sottolinea Quirico.

Il mondo si è ribaltato e certe coordinate logiche non valgono più. Le logiche del realismo dicono che per chiaro interesse e calcolo politico la Turchia di Erdogan, che per costituzione non ha alleati o nemici ma solo interessi, è un mediatore chiaramente interessato. Quirico sottolinea che “il fatto stesso che il mediatore sia lui, rubando la parte ai professionisti del riattaccare i cocci tra le nazioni, ovvero l’Onu”, vera grande perdente della vicenda a causa della totale ininfluenza sulle dinamiche in atto, va qualificato come “un segno dei tempi nuovi che rovesciano la storia”.

V’è di certo che Erdogan non media per semplice protagonismo, o non solo. Certo, da leader dinamico capace, più volte, di rovesciare la sconfitta in vittoria il Sultano ha scompignato più volte le carte, ribaltato alleanze, garantito svolte inattese. La crisi ucraina fa tabula rasa di molte critiche sull’autocrazia, la gestione dei profughi, le manovre spericolate nel Mediterraneo e in Libia provenienti dal campo occidentale. Ora la Turchia è una potenza compiuta con un estero vicino da preservare che proprio in virtù di tale rilevanza strategica può mediare. E gli interessi in gioco sono tanti.

In primo luogo, il grande gioco dell’energia. La Turchia di Erdogan è ponte di passaggio del gas russo attraverso TurkStream e mira a essere dinamicamente coinvolta nel futuro dell’export gasiero verso l’Europa. In una fase di grande scontro tra le parti in causa della guerra del gas, Ankara può legittimamente pensare a una weaponization della sua centralità nel mondo energetico euromediterraneo.



In secondo luogo, Erdogan ha tutto l’interesse a evitare che la guerra russo-ucraina crei uno shock economico globale, e in quest’ottica pensa con attenzione anche al tema delle cruciali forniture di grano russo e ucraino che con duri rincari aumenterebbero il costo della vita nel Paese. Essere centrale per Mosca e Kiev, accelerare la fine della crisi e mediare può essere una garanzia in tal senso.

In terzo luogo, Erdogan guarda al 2023. Anno di decisive elezioni presidenziali ma, soprattutto, centenario della Repubblica fondata da Mustafa Kemal Ataturk. Dopo la crisi valutaria, nota Quirico, in Turchia “la gente mugugna afflitta da povertà, le città nuove di zecca stile pasticceria, tutta vetrine, tirate su ovunque rischiano di diventare archeologiche testimonianze di una pingue e opaca ispirazione di grandeur mortificata, deviata, che si intoppa. A questo si aggiunge una opposizione che stavolta sembra decisa a non fare da figura retorica”. Presentarsi come l’araldo della pace e come lo stabilizzatore può dare a Erdogan una spinta non indifferente in vista delle prossime elezioni.

Così come Ataturk stabilizzò le relazioni con l’Unione Sovietica, Erdogan vuole chiudere un accordo che permetta un intesa cordiale con Russia e Ucraina. E veniamo all’ultimo punto: la stabilizzazione del quadrante del Mar Nero si inserirebbe in un arco di influenza turca che vede Ankara e Mosca chiamate a mediare anche negli scenari di Libia, Siria e  Nagorno-Karabakh. Aiutare Russia e Ucraina a trovare una via d’uscita darebbe un notevole rilancio geopolitico al Sultano e alla sua grand strategy aprendo a ottenere concessioni altrove: Erdogan è così, gioca su più tavoli. Spregiudicato e imprevedibile come siamo abituati a conoscerlo. Forse proprio per questo oggi la sua mediazione è così richiesta e attiva: di fronte agli sconvolgimenti portati dalla politica di potenza, solo chi ne padroneggia a viso aperto le logiche può essere un mediatore efficace.