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“La chiamata è stata molto positiva, ci sentiremo di nuovo al telefono, apprezziamo l’approvazione di TikTok e non vediamo l’ora di incontrarci all’Apec!”, ha scritto Donald Trump sui social, con tanto di punto esclamativo finale, dopo la telefonata-fiume di oltre due ore avuta con Xi Jinping.

Più criptica la Cina, che si è limitata a sintetizzare la conversazione attraverso un dispaccio dell’agenzia di stampa Xinhua che l’ha definita “pragmatica, positiva e costruttiva”. Ma a cosa è servita questa telefonata? Chi ha offerto cosa all’altro? E cosa è stato deciso? Partiamo dal presupposto che non sono stati diffusi i contenuti esatti del dialogo Trump-Xi, e che le due parti si sono limitate ad abbozzare i temi trattati ma offrendo dettagli limitati.

Il dossier TikTok è stato il pretesto che ha spinto Trump e Xi a parlare dopo mesi di gelo. Già, perché dietro (e dentro) il citato social media, che pure rappresenta un banco di prova rilevante nei rapporti tra Usa e Cina, si nascondono tante altre questioni: dalla sfida tecnologica tra le due superpotenze al futuro di Taiwan, dalla guerra in Ucraina all’immancabile fentanyl, senza dimenticare il commercio e lo spauracchio dei dazi statunitensi sul Made in China.

Il pretesto di TikTok

Trump ha lasciato intendere che l’accordo con TikTok fosse stato siglato. In che modo? Non lo sappiamo. “Stiamo lavorando a tutto. Avremo un ottimo controllo”, ha spiegato il leader statunitense quando alcuni giornalisti gli hanno chiesto se avrebbe accettato un accordo in cui la Cina controllasse l’algoritmo del social media.

In attesa di saperne di più pare che la app continuerà a essere attiva negli Usa ma con nuove garanzie sulla sicurezza dei dati e, soprattutto, con azionisti statunitensi al comando. Se, tuttavia, l’algoritmo di TikTok dovesse restare pienamente, o in larga parte, nelle mani di Pechino, allora l’intera faccenda sarebbe per Washington una specie di vittoria di Pirro.

Un accordo del genere – definito dalla Cina “win-win” – consentirà a Trump di presentarsi in patria come l’uomo che ha costretto Xi a trattare alle condizioni statunitensi e, al tempo stesso, di salvare la popolarissima app video che tanto lo ha aiutato a entrare in contatto con i giovani elettori e – a suo dire – a ottenere la rielezione.

Dall’altro lato i vantaggi del Dragone sarebbero molto più strategici: continuare, forse, a mantenere il controllo sull’algoritmo di TikTok, lo stesso che decide cosa è virale e cosa no in un’app scaricata da quasi 200 milioni di persone negli Usa; ma ancor di più sfruttare l’apparente concessione sul social media per ottenere un vantaggio negoziale in altre questioni ben più scottanti.

La mossa di Xi

Le leggere concessioni su TikTok potrebbero portare in dote a Pechino, come detto, un importante vantaggio negoziale. Su quali tavoli? Dazi, tecnologia e Taiwan. Agli occhi di Xi il destino dell’app negli Usa, dove è considerata una minaccia per la sicurezza nazionale, scivola in secondo piano in confronto ad altri nodi spinosi come i controlli sulle esportazioni e i dazi statunitensi, due macigni che potrebbero limitare lo sviluppo economico e tecnologico della Cina.

Alla fine cedere sull’algoritmo di TikTok – neanche più innovativo come qualche anno fa – potrebbe essere un sacrificio indolore per il gigante asiatico. Anzi, qualsiasi concessione sul social media di ByteDance sarà dolcissima se consentirà a Xi di strappare accordi vantaggiosi sulla guerra dei dazi e sul tema Taiwan.

Sarà un caso, ma in concomitanza con la telefonata con il suo omologo cinese Trump avrebbe rifiutato di approvare oltre 400 milioni di dollari in aiuti militari a Taipei. Insomma, TikTok e il suo algoritmo sono affari scottanti per Pechino. Ma valgono comunque meno di commercio e Taiwan.

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