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Il presidente cileno Sebastian Piñera ha accettato, dopo settimane di rivolte, arresti e scontri, la principale richiesta del vasto movimento di protesta del Paese: la stesura di una nuova Costituzione che sappia porre rimedio alle ineguaglianze economiche e sociali che colpiscono il Cile. Il ministro dell’Interno Gonzalo Blumel ha riferito che il Capo di Stato, i membri del governo e gli alleati politici hanno concordato sul fatto che sarà il Congresso, massimo organo legislativi di Santiago, ad occuparsi del processo di revisione costituzionale che sarà poi sottoposto ad un referendum popolare. Non è chiaro se le posizioni concilianti assunte dall’amministrazione Piñera riusciranno a salvare il futuro politico del presidente, ormai inviso ad una larga fetta dei pugnaci oppositori.

Gli sviluppi

Il bilancio di tre settimane di proteste, sviluppatesi in seguito alla decisione dell’esecutivo di rincarare i prezzi dei biglietti del trasporto pubblico Santiago del Cile, è drammatico: cinque persone sono state uccise dalla polizia o dai militari nel corso degli scontri, 1,767 sono rimaste ferite e più di 5,600 arrestate. Secondo alcuni sondaggi la popolarità del presidente Piñera sarebbe calata al 15% mentre l’87% della popolazione sarebbe favorevole all’adozione di una nuova Costituzione. Secondo diversi manifestanti, però, la redazione del testo andrebbe svolta da un’apposita Assemblea e non dal Parlamento cileno, considerato compromesso e poco affidabile. Proprio qui, in effetti, giace il principale punto di contrasto tra dimostranti ed esecutivo: i primi vorrebbero un radicale rinnovamento della classe politica del Paese e delle leggi fondamentali dello Stato e sembrano poco inclini al compromesso. L’élite di governo, invece, vorrebbe cercare di guidare l’auspicato rinnovamento e non intende lasciare, anche perché eletta democraticamente, le redini del potere. La situazione sembra, cosi, destinata a non sbloccarsi e pertanto le proteste e le contrapposizioni potrebbero andare avanti ancora a lungo, a meno che non accada qualcosa di imprevedibile come le dimissioni di Sebastian Piñera.

Le prospettive

Il caso del Cile è, per certi versi, paradossale. La nazione latinoamericana, infatti, è tra le democrazie più sviluppate e stabili del continente ed ha conosciuto, negli anni passati, una crescita economica considerevole. Evidentemente, però, fasce consistenti della popolazione si sono sentite marginalizzate e chiedono maggiori tutele dal punto di vista economico ed accusano pertanto la Costituzione vigente di perpetuare le iniquità che contribuiscono a rendere la società cilena particolarmente diseguale. L’intero processo dialettico tra le parti, dalle proteste violente dell’altrettanto dura risposta governativa, ha però impedito che si potesse aprire un vero e proprio dialogo tra gli schieramenti. Il risultato è che si è arrivati al paradosso: i dimostranti vorrebbero rovesciare un governo democraticamente eletto mentre l’esecutivo non ascolta, fino in fondo, le richieste dei manifestanti in merito alla revisione della Costituzione. Le turbolenze che stanno causando problemi e disagi in altre nazioni dell’America Latina, come ad esempio in Bolivia, rischiano di trasmettersi da uno Stato all’altro e di contribuire a rendere sempre più precario un quadro regionale che tende all’instabilità. Le prospettive cilene non appaiono dunque particolarmente brillanti e probabilmente solo nuove elezioni potrebbero far uscire il Paese dal pantano in cui è affondato un giorno dopo l’altro.

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