A una manciata di ore dalla fase decisiva delle midterm, le sorti del matrimonio accidentato tra Donald Trump e il Gop si fanno sempre più incerte, nonostante l’ex presidente stia creando da settimane un certa suspance fra i suoi sostenitori, annunciando una candidatura imminente: “presto sarete molto felici” aveva infatti dichiarato dal palco di Latrobe, nel suo “Save America Rally”.
La fuga dei finanziatori
Se l’intenzione di ricandidarsi è certa, l’appoggio del Partito Repubblicano decisamente meno. Sebbene il Gop stia vincendo la gara dei fondi, facendo registrare cifre record, numerosi donatori stanno abbandonando il partito.
Fra questi Ken Griffin, 53esimo uomo più ricco d’America secondo Forbes, che ha preso pubblicamente le distanze dall’ex presidente, affermando che per il partito è giunto il momento di andare avanti e cercare nuovi indirizzi e figure di riferimento. “(Trump) si è comportato davvero bene su molti fronti, e ha mancato il bersaglio in alcune aree importanti. Per una serie di ragioni, penso sia giunto il momento di passare alla prossima generazione”, ha affermato Griffin in una intervista concessa a Politico.
Negli ultimi anni Griffin, hedge fund manager e filantropo, alla testa della società di investimento Citadel, è stato il primo donatore del Partito repubblicano, e ha sostenuto la campagna per la rielezione del governatore della Florida Ron DeSantis. Nell’intervista, Griffin ha appoggiato apertamente una possibile candidatura di DeSantis alla Casa Bianca, sostenendo che da presidente il governatore “servirebbe bene il Paese”. Un segnale che i Repubblicani non potranno ignorare.
Per molti il Gop non è più Trump
Dall’altra parte della barricata, gli elettori repubblicani che non solo sono stanchi dei “volti noti”, ma che tendono a non identificarsi più con il tycoon: è quanto emerge da un nuovo sondaggio dell’emittente televisiva Nbc News, secondo cui il 62% dei repubblicani si identifica più come sostenitore del Partito repubblicano che dell’ex presidente, mentre solo il 30% afferma il contrario. Circa il 4%, invece, afferma di identificarsi in egual misura col partito e con Trump.
Il dato conferma una tendenza che i sondaggi di Nbc News avevano rilevato sin dall’indomani delle elezioni presidenziali 2020. In un sondaggio della stessa emittente dell’agosto 2021, invece, circa il 50% dei repubblicani aveva affermato di sostenere il partito rispetto a Trump e il 40% di sostenere più Trump rispetto al partito. Quando Trump ha lasciato l’incarico nel gennaio 2021, i repubblicani erano equamente divisi al 46%.
In un sondaggio di ottobre, invece, sempre più repubblicani hanno affermato di fidarsi di Ron DeSantis più di quanto si fidino di Trump per tracciare il percorso del partito in futuro. Inoltre, un numero crescente di repubblicani afferma che Trump non sarà il candidato presidenziale 2024 per il partito, poiché molti iscritti sostengono che il Gop dovrebbe concentrarsi su questioni specifiche come l’economia piuttosto che sulle lagnanze trumpiane circa le elezioni del 2020. Nonostante questo, Trump attira ancora migliaia di persone alle sue manifestazioni ed è stata una figura centrale nei rally di queste midterm 2022, nonostante non fosse un candidato.
Essendo stato coinvolto in molte delle competizioni chiave del Senato, i risultati delle elezioni di questa settimana porteranno un momento di verità per l’ex presidente. Axios ha riferito questa settimana che la squadra di Trump starebbe pensando al 14 novembre come data dell’annuncio ufficiale per il 2024.

Il Gop “molla” i guai giudiziari di Trump
Potrebbe essere questa la batosta più grande per l’ex presidente: non tanto da un punto di vista economico, quanto dall’appoggio “politico” del partito, che potrebbe usare le regole della campagna elettorale per minare il percorso di un candidato che sta diventando scomodo.
Se annuncerà davvero la sua candidatura alla Casa Bianca, Trump non potrà più contare sul contributo del Comitato Nazionale Repubblicano per sostenere le spese legali per i suoi processi. Lo ha reso noto la presidente del comitato, Ronna McDaniel che, intervistata dalla Cnn, ha dichiarato che il Rnc “non può pagare le spese legali di nessun candidato” alle primarie repubblicane.
Lo scorso anno il comitato aveva confermato che stava contribuendo attivamente alle spese legali “collegate a procedimenti legali politicamente motivati intentati contro il presidente Trump”, tra i quali le inchieste contro la Trump Organization lanciate dal procuratore distrettuale di New York, Cy Vance, e dall’attorney general newyorkese, Letitia James. McDaniel ha difeso la decisione di pagare le spese legali di Trump affermando che “le spese che vengono dal caso di Letitia James sono iniziate quando era presidente, ed è stato votato dal nostro comitato esecutivo che era un’inchiesta politicamente motivata”. “L’ex presidente che viene attaccato da ogni tipo di inchieste, e sicuramente lui ha raccolto per il comitato molti più soldi di quelli che abbiamo speso per le sue spese legali”, ha aggiunto, ribadendo comunque che, se si candiderà ufficialmente, per il comitato sarà impossibile continuare a farlo. “Non possiamo dare nessun tipo di contributo a nessun candidato”, ha affermato.
L’effetto “DeSantimonius”
Che Ron DeSantis sia un concorrente più credibile, fuori e dentro le eventuali primarie, Trump lo sa bene. Il vecchio e il giovane di partito, il passato e il futuro. Ma soprattutto due percorsi differenti, di cui il primo ripetutamente minato.
E che DeSantis venga considerato un avversario temibile e papabile, papabilissimo, se n’è accorto anche Joe Biden: dalla Florida, facendo campagna nel Sunshine State per sostenere la candidatura di Charlie Crist, sfidante democratico di Ron DeSantis, lo ha definito un “Trump incarnato”. Il magnate, suo compagno di partito, invece, aveva fatto di peggio, sentendosi il fiato sul collo: “DeSantimonius”, lo aveva definito dall’aeroporto di Latrobe. Trump ha poi cercato di salvare il salvabile, annunciando che “tra due giorni il meraviglioso popolo della Florida rieleggerà il meraviglioso e mio grande amico Marco Rubio al Senato e Ron DeSantis come governatore dello Stato”. Un tentativo di conciliazione, fintanto che si è sulla stessa barca. Ma durerà poco.

Il sempre più popolare DeSantis possiede un doppio vantaggio: da un lato, quello di rappresentare un’alternativa credibile a Trump; dall’altro, la capacità di conquistarsi bacini importanti come il voto dei latinos in Florida. Divenuto una figura nazionale di spicco, si è anche rivelato un colosso della raccolta fondi che ha mosso oltre 150 milioni di dollari per la sua campagna elettorale 2022 e altrettanti milioni per il Partito Repubblicano della Florida. Questo vantaggio in denaro ha permesso a DeSantis di spendere più di 50 milioni in pubblicità TV, facendo impallidire i dem. DeSantis ha alimentato la sua ascesa in parte tracciando il proprio cammino attorno all’emergenza Covid-19, esponendosi su lockdown e vaccini. Ha costruito un legame viscerale simile a quello di Trump con gli elettori di base conservatori, che ha fatto sì che la maggior parte degli osservatori politici si stia ormai chiedendo non se vincerà la rielezione, ma solo di quanto.
Trump verrà incriminato dopo le midterm?
Le vicende legali di Trump, dai fatti di Capitol Hill fino al blitz di Mar-a-Lago, non potranno essere avulse dalle scelte per il 2024. Due settimane dopo le elezioni, l’ex presidente Trump potrebbe essere incriminato dal dipartimento Giustizia: questa l’ipotesi che avanzano alcuni rappresentanti repubblicani, citati da The Hill.
L’atteso atto d’accusa di Donald Trump incombe sulle elezioni di medio termine poiché entrambe le parti si stanno preparando per una grande battaglia se il procuratore generale Merrick Garland andrà avanti con un procedimento giudiziario senza precedenti contro un ex presidente. I legislatori repubblicani, sia al Senato che alla Camera, avvertono che difenderanno con fermezza Trump se il Dipartimento di giustizia annuncerà un atto d’accusa, che alcuni collaboratori e strateghi del Gop si aspettano arrivino nei primi 60-90 giorni dopo il giorno delle elezioni.
Se un’accusa contro Trump dovesse arrivare prima di metà dicembre, i finanziamenti del dipartimento di Giustizia probabilmente diventerebbero una potente arma politica. Ted Cruz che ha pubblicato un nuovo libro Justice Corrupted: How the Left Weaponized the Legal System sostiene che il Dipartimento di Giustizia annuncerà un atto d’accusa contro Trump più o meno nello stesso momento in cui annuncerà le accuse contro Hunter Biden, il figlio del presidente, nel tentativo di dimostrare che sta agendo in modo imparziale.
Il Gop, tuttavia, se la sentirà di combattere ancora la crociata a oltranza di Trump quando in gioco ci sarà la Casa Bianca?

