Dal 2018, con le dimissioni forzate dell’allora presidente Pedro Pablo Kuczynski, nella prolungata instabilità politica peruviana si sono visti cannibalizzare sei capi di Stato in quattro anni. Kuczynski, Martín Vizcarra, Manuel Merino (in carica per meno di una settimana), Francisco Sagasti, Pedro Castillo e, da qualche giorno, Dina Boluarte, già vicepresidente di Castillo, che sulla carta dovrebbe governare fino al 2026, ma con probabilità durerà molto meno.

“Le aspettative sulla figura presidenziale in un paese gerarchico come il Perù sono iperboliche e le reazioni degli elettori in merito al suo operato direttamente proporzionali. Per le stesse condizioni, il mantenimento del consenso si basa su manipolazioni e manovre di palazzo estreme”, spiega Miguel Hilario, PhD in antropologia politica all’Università di Stanford, membro del gabinetto del presidente Alejandro Toledo (2001-2006), e candidato alle presidenziali del 2016 vinte da Kuczynski, primo indigeno amazzonico a lanciarsi nell’impresa. “Le aspettative erano persino maggiori per Castillo, e il messaggio di speranza di cui si era fatto portatore per le masse emarginate, e così lo sono state le vicende che hanno condotto al suo tracollo”.

Il paese gode di un regime democratico, seppur precario, solo dal 2000, con la caduta di Alberto Fujimori, in sella per dieci anni e 116 giorni. Nel corso della storia, dal 1823 al 2022, nel paese si sono registrati venti colpi di Stato, di cui quattordici portati a termine con successo, incluso quello di Fujimori nel 1993, e il recente fallito tentativo di Castillo.

Breve cronaca del golpe

Con il suo annuncio al canale della televisione nazionale, avvenuto il 7 dicembre, alle 11:48 ora di Lima, Castillo dichiara di sciogliere il parlamento in via temporanea e instaurare un governo eccezionale e di emergenza, e altresì di convocare a nuove elezioni per la formazione di una costituente, tra l’altro incaricata della riorganizzazione dell’apparato giudiziale. Al termine della dichiarazione, durata circa dieci minuti, nessun mezzo dell’esercito raggiunge il palazzo del congresso o altri obiettivi logistici tattici. Solo mezz’ora dopo, sia le forze armate sia la polizia nazionale, emettono un comunicato di dissociazione.

A tre ore di distanza, Castillo, senza il supporto militare, e la progressiva defezione dei membri del suo gabinetto ministeriale, viene deposto dalla camera – con 101 voti per la mozione, sei contro e dieci astenuti -, e si trova negli uffici della prefettura con l’imputazione di ribellione e cospirazione. Nel pomeriggio, Boluarte diventa la prima donna presidente del Perù. Castillo viene trasferito in elicottero nell’istituto penitenziario di Barbadillo, dove è detenuto Fujimori, e gli sono imposti sette giorni di carcere preventivo.

“Il gesto ha colto di sorpresa l’opinione pubblica”, afferma Hilario. “La gente della strada lo ha considerato non necessario, considerato che, a quello che si sapeva, il parlamento non aveva i numeri per rimuoverlo. I suoi ministri, incluso il titolare della difesa, hanno dichiarato che una tale eventualità non era stata ventilata in nessuna riunione previa dell’esecutivo.”

L’auto golpe appare il gesto, tanto condannabile quanto improbabile e solitario, di un presidente inesperto e disperato che opta per l’incostituzionalità come ultima risorsa per realizzare un progetto di riforma, approdando a un suicidio politico. “Castillo non è un politico di mestiere. Certe intuizioni o scelte, la sua capacità di analisi e gestione, e l’abilità nel valutare alcune conseguenze, non sono sempre state all’altezza del ruolo. In molti, finanche a lui vicini, hanno approfittato o speculato sulla sua ingenuità”, riporta Hilario. “A giudicare dalla personalità, è probabile che si aspettasse un sollevamento popolare a suo favore, in un secondo momento puntellato dall’esercito”.

Quel che è certo è il fatto che la cronaca spicciola di questa giornata di caos risulta poco interessante senza una comprensione delle circostanze che hanno portato prima alla vittoria di Castillo alle presidenziali del 2019, alla polarizzazione intorno alla sua figura e al suo seguente isolamento; e ancora, senza un’analisi della concrezione del potere in Perù. Molte domande si aprono e alcuni misteri sono destinati a restare.

Ascesa e ostracismo di Castillo

Castillo irrompe nella scena politica come un candidato anti sistema e vince sulla destra di Keiko Fujimori, figlia di Alberto, con lo slogan ´Mai più poveri, in un paese ricco´ (la crescita quest’anno in Perù supererà il 3 per cento). Si era fatto conoscere nel 2017, nella veste di leader dell’imponentesciopero generale degli insegnanti. L’insediamento alla massima carica dello stato di questo maestro elementare, cresciuto da genitori privi di istruzione formale, e proveniente dal mondo rurale escluso dalle opportunità dello sviluppo e marcato dall’esclusione, viene letto come un rigetto alla gestione neo liberalista delle classi dirigenti e il loro accaparramento delle risorse.

Socialista e sindacalista, non ha vita facile. La vittoria, ottenuta con uno stretto margine, viene messa a rischio da una campagna sporca per impugnare200 mila preferenze in aree povere con prevalenza di popolazione originaria. Le accuse di malversazioni di voti, che imperversano nella narrazione della stampa ufficiale e i social media, non vengono mai corroborate da prove. Poco prima del suo giuramento, gruppi paramilitari di estrema destra, simpatizzanti di Fujimori, cercano di occupare il palazzo del governo.

Le élite gli attribuiscono “analfabetismo politico”, giocando con una metafora dal tono classista che richiama alla sua estrazione sociale. Durante il suo mandato, è ridicolizzato su base razzista per l’accento contadino, l’uso degli abiti tradizionali andini, e l’incorporazione di cerimonie indigene in atti ufficiali. Il presidente viene rappresentato con l’immagine di un asino. Le lobby economiche, e le fazioni di partito che le sostengono, temono la riforma della costituzione neoliberale, ereditata dalla dittatura fujimorista, annunciata in campagna elettorale. La camera ostruisce con ogni mezzo la conformazione di un’assemblea costituente.

Secondo Hilario, “tutti i governi dopo Fujimori, ostaggio del potere di questo clan, o hanno cavalcato l’onda liberista, che ha generato stabilità a scapito dell’inclusione sociale, o si sono visti costretti ad adottare un approccio minimalista come metodo di sopravvivenza. Nel caso di Ollanta Humala [2011-2016, ndr], il quale come Castillo aveva il promosso una piattaforma ideologica di sinistra, lo stop alle estrazioni minerarie che minacciano i gruppi indigeni – uno degli slogan principali della sua campagna fu ´Acqua sì, oro no´ -, venne seppellito dai gruppi di pressione che operano nel parlamento. ”

Con l’arrivo di Rafael López Aliaga al municipio di Lima, a ottobre di quest’anno, e il consolidamento di un belligerante bastione dell’opposizione nella capitale, Castillo denuncia la possibilità di un colpo di Stato contro il suo governo. López Aliaga è un imprenditore rampante, arricchitosi con le privatizzazioni di Fujimori, nel campo dei trasporti pubblici e l’infrastruttura turistica. Conta con la benedizione di quella chiesa evangelica che, nel 1990, permise l’affermazione di Fujimori sul premio Nobel Mario Vargas Llosa. Una missione dell’organizzazione degli stati americani, realizzata a novembre, redige un rapporto, descrivendo un paese diseguale e diviso, un crescente discorso di odio e un’esasperazione del clima politico; il suo segretario generale richiama a una tregua.

Cause scatenanti e reazione regionale

Quel mercoledì 7, è in calendario una sessione per l’impeachment di Castillo per “incapacità morale”, a causa di presunti reati di corruzione, tra l’altro, di una natura che la costituzione non permette di attribuire a un presidente attivo. Castillo ha scritto il discorso di difesa, ma se non dovessero esserci i numeri la camera è pronta a una modifica del regolamento per abbassare i voti necessari da 87 a 66.

Si tratta del quarto tentativo di destituirlo, la prima interpellanza cucinata a pochi mesi dall’elezione, compresa un’insolita accusa di alto tradimento per talune dichiarazioni alla stampa. Secondo molti commentatori, l’”incapacità morale” è una formula utilizzata in maniera indiscriminata per liberarsi di avversari politici in Perù. Kuczynski e Vizcarra vennero entrambi rimossi nel 2018 e nel 2020, ma fino ad ora non è stato istituito alcunprocedimento giudiziale nei loro confronti.

Se il parlamento detiene questa facoltà, il presidente può sciogliere il parlamento, quando gli nega la fiducia in due occasioni. Da un punto di vista teorico, sono meccanismi di bilanciamento dei poteri nell’attuale disegno della macchina statale. Ciò nonostante, la frammentazione politica esistente e le finalità con cui vengono applicati moltiplicano le turbolenze e determinano una situazione di ingovernabilità permanente. Il duello fra il presidente di sinistra, Castillo, e la camera, a maggioranza di destra, si è consumato sul filo del rasoio.

Il parlamento in Perù non è costituito da schieramenti solidi, ma da una pletora di piccoli gruppi che rispondono a interessi particolari, economici, commerciali, e monopolistici, più che a programmi o ideologie, situazione che rende difficile per un premier trovare alleanze affidabili e continue. La costante, ripetuta negli ultimi anni, ha visto la disfatta sequenziale di capi di stato a vantaggio di parlamenti, dai quali i candidati sconfitti neiballottaggi finiscono per governare, come nel caso di Keiko Fujimori, malgrado abbia perso quattro corse presidenziali.

“Dalla prima elezione di Alberto Fujimori” racconta Hilario, “il Perù è diventato terreno di saccheggio della famiglia. Il potere politico guadagnato dal capostipite si è negli anni tramutato in un ingente potere economico. Questo populismo di estrema destra si è trasfigurato nella religione mitica di classi meno abbienti e cerchie finanziarie, politiche e mediatiche. Il fujimorismo terminerà solo quando in Perù sarà possibile credere nell’effettività di una politica non delinquenziale”.

In sedici mesi di tormentata gestione, Castillo si è visto obbligato a cinque modifiche sostanziali del gabinetto e a nominare nuovi ministri ed èpassato per divisioni interne sulle strategie di superamento dell’impasse che hanno rotto il fronte che lo aveva traghettato alla presidenza. La permanenza della linea dura ha finito poi per isolarlo.

A novembre, Castillo afferma che il parlamento si oppone per la seconda volta a una proposta di legge, quest’ultimo nega l’accaduto e il tribunale costituzionale gli concede in via provvisoria la ragione, salvandolo dallo scioglimento immediato. Il contrattacco si materializza con l’ennesimamossa dell’“incapacità morale” e Castillo reagisce facendo uso di un potere inficiato dal pronunciamento di un’istituzione che ritiene orientatapoliticamente e a lui ostile.

Dal Messico, López Obrador critica la destra peruviana per aver osteggiato Castillo fino a impedirgli di governare, bloccando il paese per oltre un anno, e riducendo all’angolo un presidente eletto dal popolo. Petro, dalla Colombia, invoca l’intervento della corte dei diritti umani per violazione della convenzione interamericana ai danni di Castillo. L’ex presidente peruviano richiede asilo politico in Messico e dichiara che un presidente contadino non ha posto in un’oligarchia.

Scarso spazio di manovra

La presidente ha lanciato un appello per un esecutivo di unità nazionale di alta responsabilità che garantisca sostenibilità e abbassi il livello del conflitto, aprendo a un dialogo nazionale. Non è, però, la fine della crisi. Boluarte ha i numeri per avanzare, e non guadagnerà con facilità l’appoggio dei partiti che controllano la camera e sono avversi a Perú Libre con il quale è stata eletta, anche se ora le formazioni di sinistra la disconoscono.

Il parlamento, diviso e impopolare, ha trovato coesione rispetto all’estromissione di Castillo, ma non esiste consenso sulla direzione programmatica.“Un sondaggio nazionale condotto dal Cpi [compagnia di studi di mercato e opinione pubblica, ndr] nel mese di settembre”, cita Hilario, “aveva rilevato alti indici di impopolarità dell’apparato legislativo e del presidente, rispettivamente all’80 e al 70 percento, e un sentimento diffuso di rigetto totale di entrambe le istituzioni”. Per Hilario, “questa esperienza insegna che i partiti tradizionali che compongono il parlamento non possono essere resuscitati. Nuove generazioni di elettori responsabili devono assumersi l’onere civile di dare vita a nuove esperienze a partire da visione e valori”.

Accusata a sua volta di aver infranto la costituzione, la presidente è soggetta a investigazione interna. Ci sono già state offerte di archiviazione, ma il suo mandato, segnato da incertezza, si mostra effimero come quello dei predecessori. Se pure si arrivasse a un gabinetto plurale, potrebbe essere oggetto di altri attacchi nel prossimo futuro. Hilario aggiunge che “un movimento di protesta con estensione su tutto il territorio chiede la rimozione di Boluarte, attribuendole connivenza con i tentativi di impeachment di Castillo e accondiscendenza con l’agenda di destra. Gli ultimi giorni sono stati caratterizzati da violenze, l’occupazione dell’aeroporto della capitale da parte dei manifestanti, blocchi stradali che hanno interrotto la distribuzione di cibo e altri beni al consumo, e la morte di civili a mano della polizia”.

Solo grandi riforme potrebbero restituire al paese un clima di pacificazione. Intanto, Boluarte che aveva annunciato le elezioni generali per il 24 aprile, le ha anticipate a dicembre, ma il parlamento ostruisce i lavori. Il tiro alla corda continua.