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Mentre in Europa si consuma lo scontro tra Russia e Stati Uniti, la Cina apre questo 2022 con un rinnovato dinamismo diplomatico. A testimoniarlo, una settimana ricca di appuntamenti con il resto del mondo.

Il 10 gennaio scorso i ministri degli Esteri di Bahrain, Arabia Saudita, Kuwait, Oman e il Segretario generale del GCC Nayef bin Falah al-Hajrah sono giunti a Pechino per una serie di incontri con il loro omologo cinese Wang Yi volti a consolidare le loro partnership bilaterali. Il 14 gennaio, invece, è giunto nel Celeste Impero il ministro degli Esteri iraniano, Hossein Amir-Abdollahian per discutere, soprattutto, dell’accordo di cooperazione di 25 anni firmato dai due Paesi lo scorso anno.

Il Golfo e la Cina: una partnership in fieri

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha incontrato tra lunedì e martedì i ministri del Bahrein e dell’Arabia Saudita e ha scambiato con loro opinioni sui negoziati sul nucleare iraniano: sebbene non facciano parte del processo di Vienna, i paesi del Golfo hanno espresso i loro timori per le ambizioni nucleari dell’Iran, il suo programma missilistico e le sue smanie regionali. La visita è avvenuta in mezzo a disordini nel vicino Kazakistan che hanno creato non pochi grattacapi a Pechino: la Cina, infatti, ha investito molto nell’industria energetica del Kazakistan, ricco di petrolio e gas.

Ma la questione iraniana, così come le vicende legate alla sicurezza regionale, non sono l’unico argomento di discussione: in questo quadro, la visita senza precedenti del GCC aprirà probabilmente la strada a una nuova negoziazione dell’accordo di libero scambio tra le due parti, presentato per la prima volta nel 2004 e riaperto lo scorso anno durante il tour di Wang Yi nell’area. Con la diversione statunitense verso l’Indopacifico, Pechino sta cercando di colmare l’abbandono americano nel Golfo, forte del fatto che le petromonarchie stanno disperatamente cercando di affrancarsi dalla monocultura del petrolio per puntare su fin-tech, turismo, green e infrastrutture digitali: si tratta, infatti, di una mossa diplomatica che ormai va oltre le questioni energetiche. Non bisogna dimenticare, però, che secondo le stime del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, entro il 2030 la Cina importerà quasi l’80% del suo fabbisogno di petrolio, dopo che, dal 2019, le esportazioni di oro nero saudita in Cina sono aumentate al 47%, sostituendo la Russia come il più grande esportatore verso Pechino. Nel luglio 2004, la Cina e il Consiglio di cooperazione del Golfo avevano annunciato l’avvio dei negoziati per una free trade zone: ad oggi, la Cina e il GCC hanno tenuto cinque round di negoziati e hanno raggiunto un accordo sulla maggior parte delle questioni relative agli scambi di merci, concentrandosi su prodotti legati all’energia, anche se non esclusivamente, il che significa che c’è spazio anche per altri settori come agricoltura, frutta, spezie e materiali da costruzione.

La Cina è il più grande mercato di esportazione per i Paesi del Golfo dal 2012 nonché loro principale partner petrolifero e commerciale: Pechino ha migliorato le relazioni con tutti loro con partenariati economici strategici che, ovviamente, passano dall’adesione alla Belt and Road Initiative. Del resto, nell’area si va consolidando una sinergia sempre più stretta tra progetti come il saudita Vision 2030, la Vision 2035 del Kuwait, i piani nazionali di sviluppo di Bahrain e Oman con la Nuova Via della Seta cinese.

I dati e le stime ci restituiscono un quadro bilaterale molto dinamico e intenso: il peso finanziario dei Paesi del Golfo, che possiedono fondi sovrani stimati in oltre 2.000 miliardi di dollari, svolge un ruolo essenziale per sostenere i sistemi finanziari internazionali della Cina. Ad esempio, i paesi del GCC sono membri fondatori della Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture (AIIB), fondata a Pechino nell’ottobre 2014. Ciò ha consentito alla Cina di espandere la sua presenza finanziaria nel Golfo attraverso le proprie banche. Ad esempio, nel 2018, la Industrial and Commercial Bank of China (ICBC) ha quotato 1,4 miliardi di dollari attraverso due obbligazioni sul Nasdaq Dubai, portando l’importo totale delle obbligazioni emesse dalle banche cinesi tramite lo scambio a 5,4 miliardi di dollari. Inoltre, la posizione finanziaria della Cina nel Golfo migliora le prestazioni del RMB come valuta internazionale: sono numerose le banche dell’area (a Dubai, ad esempio) che emettono ormai obbligazioni internazionali in valuta cinese.

Questa special relationship tende sempre più ad agitare il sonno di Washington: un accordo da 23 miliardi di dollari per gli Stati Uniti per la vendita di caccia F-35 agli Emirati Arabi Uniti si è in parte bloccato a causa delle preoccupazioni degli Stati Uniti sul fatto che la Cina possa avere accesso alla sensibile tecnologia militare statunitense. Lo scorso dicembre, la CNN ha riferito che le agenzie di intelligence statunitensi avrebbero la prova che l’Arabia Saudita sta producendo attivamente missili balistici con l’aiuto della Cina. E ancora, lo scorso novembre, il Wall Street Journal lanciava l’allarme sulla presunta costruzione segreta, da parte cinese, di una struttura militare in un porto degli Emirati Arabi Uniti.

L’accordo con Teheran: una strada lunga 40 anni

Venerdì scorso Hossein Amirabdollahian, nella sua prima visita in Cina come ministro degli Esteri, ha annunciato che l’Accordo di cooperazione globale di 25 anni firmato l’anno scorso tra Iran e Cina è ora entrato nella fase di attuazione. Firmato a Teheran nel marzo 2021 quando l’ex presidente Hassan Rouhani era in carica, l’accordo strategico implicherà cooperazione economica, militare e di sicurezza, anche se entrambi i Paesi sono soggetti a diversi livelli di sanzioni statunitensi. Il patto di cooperazione è stato oggetto di diatribe politiche all’interno dell’Iran: i fautori dell’accordo affermano che l’Iran trarrà vantaggio dalla svolta a est poiché gli Stati Uniti e l’Occidente adotteranno un approccio sempre più ostile, mentre i critici affermano che Teheran potrebbe rinunciare troppo nella sua ricerca esasperata di rafforzare i legami con la Cina. Questa riunione ha fortemente rincarato la dose nei confronti degli Stati Uniti: una sintesi dell’incontro tra Wang e il ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian è stata pubblicata sul sito web del ministero degli Esteri cinese il 15 gennaio. Wang ha affermato che gli Stati Uniti sono principalmente responsabili delle difficoltà in corso con Teheran, essendosi ritirati unilateralmente dall’accordo sul nucleare del 2015.

Dell’accordo si conoscono ancora pochi dettagli, molti dei quali veicolati attraverso rumors e soffiate. In base a una bozza precedentemente ottenuta dal New York Times, la Cina investirà 400 miliardi di dollari nell’economia iraniana in cambio di una fornitura costante e fortemente scontata di petrolio. L’accordo includerebbe fino a 280 miliardi di dollari per lo sviluppo dei settori petrolifero, del gas e petrolchimico iraniano e un altro investimento di 120 miliardi di dollari per il potenziamento delle infrastrutture di trasporto e produzione dell’Iran. Secondo le autorità iraniane, anche il rilancio dell’iniziativa cinese One Belt One Road fa parte dell’accordo. Sembra essere smentito, invece, il paventato affitto di isole iraniane alla Cina, categoricamente negato dalle autorità iraniane.

Più complesso è comprendere se questo accordo ha un margine di collaborazione militare e quanto questo sia esteso. Secondo il rapporto pubblicato dal Petroleum Economist del settembre 2019, l’investimento prevede uno sconto sugli acquisti di petrolio, dando la priorità alla Cina nell’attuazione di progetti di sviluppo e consentendo la presenza di 5.000 forze di sicurezza cinesi sul suolo iraniano. Secondo le fonti del New York Times, invece, si tratta di un accordo di cooperazione militare che comprende esercitazioni congiunte e addestramento, ricerca e sviluppo di armi e condivisione di informazioni al fine di prevenire attacchi terroristici, la tratta di esseri umani e il traffico di droga. Tali presunzioni sono state categoricamente smentite dalle autorità iraniane in numerose occasioni poiché l’articolo 146 della costituzione iraniana vieta la presenza di basi militari straniere sul suolo iraniano, anche solo per scopi pacifici.

Il messaggio di Xi Jinping al mondo (e agli Usa)

In questa stessa settimana Pechino ha ricevuto anche la visita del Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu. Wang Yi ha trasmesso per la prima volta i cordiali saluti del presidente Xi Jinping al presidente Recep Tayyip Erdogan, affermando che, sotto la guida congiunta dei due capi di stato, le relazioni Cina-Turchia hanno mantenuto lo slancio dello sviluppo e la cooperazione anti-pandemia è diventata un punto cardine delle loro relazioni bilaterali. Wang Yi ha sottolineato che Cina e Turchia, in quanto partner strategici, dovrebbero impegnarsi a rafforzare la fiducia e il sostegno reciproco, ma soprattutto a non partecipare ad attività l’uno contro l’altro in consessi internazionali.

Con questo carosello di visite, Xi Jinping lancia un messaggio ben preciso: Pechino è pronta a occupare ogni spazio lasciato vuoto dalla Nato e dagli Stati Uniti a suon di infrastrutture, prestiti e cooperazione militare. La Cina si sta posizionando come un attore di primo piano in Medio Oriente con una serie di incontri che promettono un rafforzamento dei legami, il sigillo su accordi di libero scambio e una più profonda cooperazione strategica in una regione in cui il dominio degli Stati Uniti sta mostrando segni di ritirata. Con l’amministrazione Biden in serie difficoltà in casa come all’estero, il Dragone sembra poter agire indisturbato, prevenendo bisogni e ambizioni dei suoi partner mediorientali nel prossimo futuro.

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