Il governo italiano è a un crocevia per quanto riguarda le mosse future da compiere in materia di politica economica in risposta alla crisi del coronavirus. Di fronte all’esecutivo si aprono più strade e tutte sono, in un modo o nell’altro, piene di incertezza: attivare il Meccanismo europeo di stabilità la cui possibilità d’azione è stata varata dall’Eurogruppo? Sperare nell’utilità dell’azione della Banca Europea degli Investimenti e del sistema anti-disoccupazione Sure? Puntare forte sul Recovery Fund in via di elaborazione?

La partita si deciderà a alti livelli, al Consiglio Europeo del 23 aprile. In cui per il governo di Giuseppe Conte c’è la seria possibilità di non riuscire a toccar palla. Il cedimento della linea della resistenza a tutti costi sul fronte “Mes no, Eurobond sì” ha aperto scenari imprevedibili. Con l’Italia, in primo luogo, frenata dalla difficoltà di portare avanti una linea di politica economica interna capace di scongiurare lo spauracchio di un Mes che, senza una riforma dei trattati, non può essere a “condizionalità ridotte”.  E più crescono l’incertezza e il rischio di dover andare a traino dell’asse centrale dell’Eurozona, con Angela Merkel e Emmanuel Macron che hanno oramai nel premier olandese Mark Rutte il vero terzo membro del “triumvirato” di punta dell’Unione, più aumenta la bagarre in seno alla maggioranza.

Movimento Cinque Stelle, Partito Democratico e Italia Vivasi fanno portavoce di linee diverse e, sul fronte interno, presentano diverse frastagliature. “Che servano nuove linee di credito l’ha ammesso ieri anche il viceministro Antonio Misiani (Pd), sottolinea Repubblica, “sostenendo che l’Italia utilizzerà di certo il fondo Sure e i fondi della Bei. Si tratta di di 15-20 miliardi per la cassa integrazione (che Roma chiederà appena approvato il piano Ue), e di altri 35-40 per progetti accettati dalla Banca europea degli investimenti” e rivolti direttamente alle imprese italiane. Su questo pacchetto c’è convergenza.

Gli esponenti di governo del Pd e la maggioranza dei pentastellati concordano sul fatto che il punto di caduta non sia il via libera al Mes da parte dell’Eurogruppo, quanto piuttosto la certezza che ad esso Roma non sarà mai chiamata a ricorrere. Attraverso questo espediente, si cerca di non presentare il cedimento di giovedì scorso come una sconfitta strategica e, al tempo stesso, di tenere una porta aperta al Paese. Palazzo Chigi, in questo contesto, è titolare di un’agenda autonoma: fino al 23 aprile Conte si riserva di dire no al Mes sperando di riuscire a strappare ai partner europei una tabella di marcia chiara e ufficiale sul Recovery Fund legato al piano Gentiloni-Breton della Commissione. Una tabella di marcia spedita e con deadline rigorose garantirebbe l’afflusso di miliardi freschi in tutta l’Unione, un obiettivo simile a quello contenuto nella ricerca degli Eurobond, mettendo da parte gli esborsi del Mes.

Il titolare del Ministero dell’Economia Roberto Gualtieri, senza esporsi, porta avanti a sua volta un’agenda personale. L’introduzione del Mes accentrerebbe sul suo ministero diverse competenze, facendone il “regista” dell’operazione di distribuzione dei finanziamenti. Vi è poi da non sottovalutare il ruolo dell’apparato di Via XX settembre nella calibrazione delle politiche italiane in campo economico: sul tavolo del direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, passano in queste settimane tutti i dossier più bollenti per la tenuta del sistema Paese. Mes, eurobond, programmi di ripresa interna, nomine alle società partecipate. Parliamo di un governo nel governo che fa sentire il suo peso in maniera considerevole.

Schierata senza condizioni a favore del Mes è l’area renziana. Italia Viva ha parlato per bocca di Luigi Marattinche ha osservato: “Perché rifiutare uno strumento per il quale si è dato mandato ad un ministro di lottare? Ormai – conclude – per cogliere le differenze tra Pd e M5S serve un microscopio ad altissima risoluzione”. Nei pentastellati, a dire il vero, il fronte anti-Mes duro e puro è tutto fuorché esteso, ed è limitato ad un nucleo di deputati e senatori molto combattivi.

L’Italia, sostanzialmente, spera di ottenere un colpo positivo in materia di calendarizzazione della risposta europea per non dover ammettere la sconfitta nei negoziati. Ursula von der Leyen studia la quadratura del cerchio sui titoli del Recovery Plan, come prosegue Repubblica: “La Presidente della Commissione pensa di “appoggiare” questi titoli a un bilancio 2021-27 di circa 2000 miliardi, il 2% del Pil europeo. È una cifra doppia rispetto al passato, che garantirebbe all’ Italia almeno 150 miliardi. I tempi, però, restano cruciali: von der Leyen chiede mesi, Roma vuole che le prime risorse siano accessibili in tempi ultra-rapidi”. L’alternativa, per il nostro esecutivo, è veder smascherate le lacerazioni interne e un grande bluff.

“L’impressione è che Conte il 23 aprile accenderà il computer per la videoconferenza con poche carte in mano”, aggiunge Il Sussidiario. Fondamentalmente le carte dell’esecutivo sono quelle in mano ad Emmanuel Macron che, parlando sotto un profilo politico realista, rappresenta l’unica speranza di chi in Europa non vuole darla vinta ai rigoristi. Con tutte le conseguenze in materia di appetiti francesi sui campioni nazionali italiani e sulla finanza del nostro Paese che una maggiore dipendenza di Roma causerebbe. Giochiamo, purtroppo, in una categoria inferiore. E l’esecutivo giallorosso non ha agito in modo da evitare la retrocessione.

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