La costruzione di un’egemonia integrale e duratura nell’Asia centrale, il cuore del mondo turcico, è un’impresa in cui è riuscito soltanto un impero nella storia: quello russo. Il sistema di potere russocentrico è, però, crollato all’indomani dell’implosione dell’Unione Sovietica, un evento che per gli –stan ha sancito un ritorno al passato, al Grande Gioco.

Nel 21esimo secolo come nel 19esimo, i destini dell’Eurasia si stanno scrivendo in questa regione dall’elevata rilevanza geostrategica, il cuore della terra mackinderiano, con la differenza che non si tratta più di una rivalità egemonica russo-britannica ma di una competizione alla quale stanno prendendo parte una molteplicità di giocatori: le petromonarchie del golfo in chiave anti-iraniana, la Turchia in conformità con la propria agenda estera panturca, la Cina perché la Nuova Via della Seta è irrealizzabile senza il Turkestan, e gli Stati Uniti in funzione antirussa e anticinese.

Quanto sta accadendo in Asia centrale è indicativo del fatto che la transizione multipolare non è un’elucubrazione irrazionale ma è un fenomeno che sta accadendo. Ognuno degli attori presenti sul palcoscenico sta tentando di costruire delle piccole sfere di influenza, nel Turkestan in generale o in Paesi selezionati, nella consapevolezza di quanto sia importante avere una voce in capitolo nel cuore pulsante dell’Eurasia. L’ultima potenza in ordine di tempo ad essere sbarcata negli –stan è il Giappone.

Il piano di Tokyo

Il 16 luglio è accaduto qualcosa di molto importante: la Cina ha lanciato il formato “5+1”, dedicato ai Paesi dell’Asia centrale ex sovietica, con l’obiettivo di approfondire la già estesa cooperazione bilaterale in ogni settore, in particolare nella sanità e nell’economia. I capi della diplomazia dei sei Paesi si sono riuniti per il primo incontro della piattaforma, raggiungendo un primo traguardo: Pechino si occuperà di consolidare le loro strutture sanitarie, forte dell’esperienza acquisita nella lotta contro la pandemia, e di far ripartire le loro economie per mezzo di una pioggia di investimenti e di acquisti dei loro prodotti.

In un periodo quale quello attuale, caratterizzato dalla pandemia di Covid19 e dalla recessione globale da essa scaturita, con il lancio di quel 5+1 la Cina ha giocato una carta che potrebbe permetterle di ipotecare la vittoria nel Grande Gioco, o quantomeno di raggiungere una posizione di vertice difficilmente attaccabile.

Il tempismo con cui Tokyo ha deciso di riportare a nuova vita l’iniziativa di dialogo Asia Centrale+Giappone, ossia a meno di un mese di distanza dal lancio del 5+1 di Pechino, non può che avere una sola interpretazione: è una mossa in chiave anti-cinese. La piattaforma di dialogo multilaterale è stata istituita nel 2004 per aumentare l’impronta nipponica nella regione ma in sedici anni di attività sono stati organizzati soltanto sei incontri, saliti a sette questo agosto.

Il video-vertice ha avuto luogo l’11 agosto e Toshimitsu Motegi, il ministro degli Esteri giapponese, ha chiarito che la piattaforma non cadrà nuovamente nel dimenticatoio. A prova di ciò, Motegi ha dato appuntamento a Tokyo agli omologhi centroasiatici nel 2021, per l’ottavo incontro, preannunciando loro che “il Giappone contribuirà come un catalizzatore” allo sviluppo dei loro Paesi.

Le parti hanno discusso di pandemia e investimenti, sulla falsariga del 5+1 cinese, e il Giappone ha messo a disposizione i propri servizi e competenze di natura economica e tecnologica ai fini “della modernizzazione dell’economia dell’Asia centrale nel suo complesso”, promettendo “l’implementazione di progetti congiunti”.

Un primo risultato, ed anche piuttosto notevole, è stato già raggiunto: i partecipanti hanno annunciato che “uniranno gli sforzi per ripristinare l’interazione economica e commerciale all’interno del formato” e che incaricheranno i rispettivi ministri di preparare raccomandazioni su come sviluppare e potenziare la cooperazione multilaterale, aiutando il Giappone ad aumentare la propria esposizione nella regione via commerci, investimenti e traffici del complesso agro-industriale.

Un’esposizione silenziosa ma crescente

Il Giappone ha giocato un ruolo da protagonista nella gara agli aiuti sanitari che ha scosso l’Asia centrale, coinvolgendo soprattutto Cina, Russia e Turchia, inviando materiale ospedaliero dal valore di 18 milioni di dollari. Il settimo incontro della piattaforma di dialogo è stato anche l’occasione per discutere della pandemia e del supporto prezioso fornito da Tokyo, adombrato dalla sovra-esposizione (anche mediatica) di Pechino.

La strategia nipponica, contrariamente a quella cinese, è basata sulla volontà di mantenere un basso profilo. Nei tempi recenti il Paese ha incrementato significativamente la propria presenza, riuscendo a restare inosservato, sfruttando ogni possibile opportunità: dalla pandemia alla cooperazione allo sviluppo. In quest’ultimo campo, Tokyo sta aiutando gli –stan colpiti dal problema delle locuste, incluso l’Afghanistan, incrementando il denaro donato alla FAO e per mezzo di denaro direttamente inviato dal governo e dall’Agenzia per la Cooperazione Internazionale del Giappone.

Nei prossimi cinque anni, Giappone e Fao destineranno 7 milioni e 230mila dollari all’intera regione per combattere le locuste, ricostruire le piantagioni, migliorare la sicurezza alimentare e migliorare le condizioni di vita degli abitanti delle zone rurali. Trattandosi di un problema endemico e di grave afflizione per gli –stan, il contributo fondamentale proveniente a Tokyo servirà a migliorare ulteriormente l’immagine del Paese agli occhi dell’opinione pubblica centroasiatica.

Se il governo giapponese continuerà a percorrere la strada che ha iniziato ad essere costruita negli ultimi mesi, mescolando sapientemente la diplomazia morbida della cooperazione umanitaria e la diplomazia del denaro basata sugli investimenti, è altamente possibile che riuscirà nel tentativo di ritagliarsi un piccolo spazio di manovra nell’Asia centrale. Non è chiaro, però, quanto questo spazio potrà creare effettive difficoltà e complicazioni all’egemonia cinese, le cui fondamenta hanno più di un decennio e sono estremamente solide poiché poggianti sul controllo, totale o quasi, di settori strategici in cui Tokyo e Washington non sono ancora entrati, come l’energia e le infrastrutture.

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