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Il 6 agosto del 1945 la Seconda Guerra Mondiale bruciava dei suoi ultimi fuochi: la Germania si era già arresa incondizionatamente agli Alleati quasi due mesi prima (8 maggio), le ultime resistenze della Repubblica Sociale Italiana erano cessate formalmente alla fine di aprile. Restava solo il Giappone a combattere le ultime battaglie di una guerra persa che aveva avuto inizio, per il Pacifico, il 7 dicembre del 1941 con l’attacco aereo a Pearl Harbor.

Quel giorno, alle 8 del mattino, tre solitari bombardieri americani tipo B-29 furono visti solcare il cielo di Hiroshima, una città portuale del sud del Giappone. Uno di essi, battezzato Enola Gay dal suo pilota, il comandante Paul Tibbets, trasportava la prima bomba atomica della storia: una bomba a fissione ribattezzata “Little Boy” (ragazzino). La sua potenza, data dai 64 chilogrammi di uranio 235, era pari a circa 15 kiloton, ovvero 15mila tonnellate di Tnt equivalenti: mai prima d’ora l’uomo aveva visto una tale potenza distruttiva racchiusa da un singolo ordigno.

Alle 8:15, da un’altezza di quasi 10mila metri, il B-29 di Tibbets apre i portelli della stiva e sgancia la bomba. Gli altri due velivoli dello stesso tipo che volano di conserva fanno partire gli strumenti scientifici di cui sono pieni. Il cronometro conta 57 secondi di caduta libera, e ad un’altezza prefissata di 600 metri il “ragazzino” esplode sopra il ponte a T che unisce le due metà della città nipponica.

In una frazione di secondo 80mila persone, uomini, donne e bambini scompaiono: 30mila vengono “atomizzati” dall’immenso calore della detonazione e risucchiati all’interno della palla di fuoco che risale nell’atmosfera insieme a detriti infiammati, polvere, e a tutto quello che i terribili venti dati dal risucchio strappano da terra. Non sono le radiazioni che uccidono quella mattina ad Hiroshima,quelle mieteranno vittime dopo, nelle ore e nel tempo a seguire: mesi, anni, in cui chi è stato esposto al fallout radioattivo della bomba si ammalerà di cancro, leucemia e altre malattie mortali. Un numero incalcolabile di persone ma che viene stimato in altre 100mila persone.

L’uomo, dopo che aveva acceso per la prima volta il fuoco nucleare nel deserto del Nevada un mese prima, aveva usato un’arma capace di distruggere un’intera città in una volta sola, un’arma che, se usata su vasta scala, avrebbe potuto distruggere anche l’intera civiltà umana; l’aveva usata, per uno scherzo del destino, proprio su quella stessa città nella cui baia, quattro anni prima, era ormeggiata la corazzata Nagato sede del comando dell’ammiraglio Yamamoto durante l’attacco a Pearl Harbor.

Dopo Hiroshima fu la volta di Nagasaki, ed il Giappone divenne l’unico Paese al mondo ad aver sperimentato l’orrore dell’olocausto nucleare. Una tragedia che è rimasta marchiata a fuoco nella coscienza collettiva di un intero popolo, che si è dotato di una Costituzione pacifista che prevede la rinuncia al possesso di armi offensive, e che ora, grazie al mutato scenario geopolitico internazionale, vorrebbe cambiare. 

Oggi, 74 anni dopo l’esplosione della prima bomba atomica, i giapponesi, raccolti in preghiera al Parco del Memoriale per la Pace in ricordo delle vittime di Hiroshima, chiedono che il governo di Tokyo firmi il trattato Onu che prevede il bando degli armamenti atomici.

“Chiedo al governo dell’unico Paese ad aver sperimentato l’arma nucleare in tempi di guerra di rispondere alla richiesta formulata dalle ‘hibakushà (persone esposte all’ordigno) di vedere ratificato il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari” ha dichiarato il sindaco di Hiroshima, Kazumi Matsui, alla presenza del premier Shinzo Abe.

La firma tradurrebbe nei fatti il principio del pacifismo inserito nella Costituzione del Giappone e darebbe un contributo a “un mondo libero da armi nucleari”, ha sottolineato Matsui, invitando tutti i capi di Stato del mondo a visitare il memoriale della martoriata città giapponese.

Il premier Abe, di rimando, ha rinnovato la sua promessa di “fare da ponte” tra i Paesi detentori dell’ordigno nucleare e quelli che non lo possiedono, per “incoraggiarli al dialogo con pazienza e guidare gli sforzi internazionali in questa direzione”.

Oggi la minaccia atomica sembra, paradossalmente, molto più viva rispetto al periodo della Guerra Fredda: la fine del Trattato Inf sui missili nucleari a raggio intermedio, rigettato dagli Stati Uniti e dalla Russia, ha riesumato lo spettro della guerra nucleare dopo 30 anni di relativa quiescenza.

Una minaccia che è sentita particolarmente dal Giappone, grazie al sempre maggiore espansionismo cinese ed alla corsa agli armamenti messa in campo da Pechino, a cui hanno risposto gli Stati Uniti in una “reazione a catena” che sta coinvolgendo anche la Russia. Il Trattato Inf, infatti, proibiva la costruzione ed il dispiegamento di sistemi missilistici a carica nucleare a raggio medio ed intermedio – ovvero quelli in grado di colpire con poco o nullo preavviso – solamente agli Stati Uniti e alla Russia. La Cina è sempre stata esclusa da questo accordo internazionale ed è proprio la Cina, oggi, con il suo arsenale di missili tipo Mrbm e Irbm a preoccupare gli Stati Uniti ed il Giappone.