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Nel pomeriggio di venerdì Recep Tayyip Erdogan ha fatto un annuncio storico: all’interno della zona economica esclusiva turca del mar Nero è stato trovato un gigantesco giacimento di gas naturale che, si stima, potrebbe soddisfare simultaneamente la domanda energetica nazionale e quella dei Paesi limitrofi, come Grecia e Bulgaria, trasformando la Turchia nel cardine energetico della periferia orientale del Vecchio Continente.

La scoperta

L’annuncio è stato fatto venerdì alle tre di pomeriggio, nel corso di un attesissimo discorso alla nazione che era stato anticipato nei giorni precedenti, e non ha nulla di propagandistico, perché la scoperta di questo giacimento, nel caso le sue dimensioni venissero effettivamente accertate, è destinata a riscrivere l’intera mappa geoenergetica della regione a favore della Turchia.

Uno degli obiettivi primari di Erdogan è sempre stato quello di trasformare il Paese in hub energetico dotato di un certo grado di autonomia ed emancipazione dalle importazioni di idrocarburi esteri. L’indipendenza energetica è la chiave per la sopravvivenza di una nazione, ed è in questo contesto di competizione esistenziale che si inquadrano le pressioni sulla Russia affinché il TurkStream assumesse la forma attuale, il braccio di ferro con Grecia e Cipro nell’Egeo e nel Mediterraneo Orientale, la diversificazione dei rifornitori – con l’aumento dell’acquisto di gas naturale liquefatto statunitense – e il più recente anelo di entrare nel club esclusivo delle potenze nucleari.

Mentre l’attenzione di politici ed analisti era rivolta al Mediterraneo Orientale, per via dell’aumento significativo della tensione negli ultimi mesi causato dall’intromissione di Egitto, Libia e Israele, le attività di esplorazione sottomarina delle navi da ricerca e perforazione turche procedevano a passo spedito nella zona economica esclusiva del mar Nero.

Ed è proprio qui, nella cosiddetta area Tuna-1, prospiciente i confini marittimi di Bulgaria e Romania, che la Fatih – il cui nome, che significa “conquistatore”, è un omaggio al personaggio storico preferito di Erdogan, Maometto II, colui che catturò Costantinopoli – impegnata in sessioni di perforazione da metà luglio, ha trovato un giacimento di gas al nono tentativo.

La dimensione del deposito, che dovrebbe contenere 320 miliardi di metri cubi di gas naturale, lo rende il più grande mai scoperto da quando Erdogan ha iniziato la corsa energetica, ordinando ricerche e trivellazioni nelle acque del cosiddetto Mavi Vatan, il triangolo Egeo-Nero-Mediterraneo Orientale. E non è tutto: non soltanto la qualità del gas è elevata, ma sussistono forti indizi, maturati nel corso della mappatura dell’area, inerenti la possibile presenza di altri due depositi adiacenti ed equiparabili per dimensioni.

L’ottimismo è, naturalmente e giustamente, alto, sebbene non sia chiaro quanto di quel gas sarà effettivamente estraibile e commercializzabile. Ad ogni modo, nel corso del discorso alla nazione, che è stato seguito da diversi milioni di telespettatori, Erdogan ha dichiarato che “le riserve appena scoperte sono soltanto una parte di risorse più ampie […] che continueremo a scoprire nel prossimo futuro”, e che per la Turchia è iniziata “una nuova era”.

Un fattore di svolta

I lavori di estrazione inizieranno a breve perché l’intenzione è di commercializzare il gas contenuto nel deposito della Tuna-1 entro il 2023. Nei tre anni che separeranno la Turchia dall’acquisire lo status di potenza energetica, Erdogan ha già pronto un piano d’azione e lo ha illustrato brevemente durante il discorso alla nazione: proseguire e intensificare le attività di ricerca e perforazione nel triangolo del Mavi Vatan, in particolare nel Mediterraneo Orientale.

Per ragioni di pragmatismo si potrebbe assistere ad uno spostamento parziale del focus dalle acque territoriali greche a quelle cipriote, in virtù del fatto che Nicosia dispone di uno scudo protettivo più leggero di quello di Atene, non essendo parte dell’Alleanza Atlantica e avendo ormai accettato la presenza di uno stato-fantoccio rispondente ad Ankara nel proprio territorio che, pur non godendo di riconoscimento da parte della comunità internazionale, de facto esiste ed emette illegalmente delle licenze esplorative che vengono poi utilizzate dal governo turco per giustificare le attività di ricerca e perforazione.

Nei confronti di Atene potrebbe essere tentata un’altra carta, complementare a quella del muscolarismo giocata fino ad oggi: la possibilità di usufruire del gas turco a prezzi vantaggiosi e di compartecipare alla costruzione delle infrastrutture che lo trasporteranno. Gas in cambio di concessioni politiche, come ad esempio un mutamento di indirizzo per quanto riguarda un altro obiettivo primario dell’agenda estera di Erdogan: la revisione del trattato di Losanna.

L’energia, infatti, è solo una parte del problema: la Turchia avrebbe utilizzato lo stesso modus operandi attuale nell’Egeo e nel Mediterraneo Orientale pur in assenza di presunti depositi di idrocarburi, perché il vero scopo è la riscrittura, quantomeno parziale, della ripartizione geografica stabilita a Losanna che ha concesso alla Grecia l’intero Dodecaneso, congelando ogni aspirazione marittima turca promanante dall’Anatolia occidentale.

Grecia e Cipro a parte, la scoperta del deposito avrà riflessi favorevoli anche sulla posizione di Ankara in altri tavoli negoziali, ad esempio in Bulgaria – Paese che dipende dalla Russia per il soddisfacimento dell’80% del proprio fabbisogno annuale di gas e che molto probabilmente approfitterà dell’opportunità per correre anch’esso verso la diversificazione dei rifornitori energetici.

Verso l’indipendenza energetica

Fino ad ora si è scritto delle possibili conseguenze che avrà la scoperta a livello regionale, ma gli effetti più rilevanti si manifesteranno internamente. La Turchia, infatti, è un importatore netto di prodotti energetici – l’anno scorso ha speso 41 miliardi di dollari nell’acquisto di tali beni, soprattutto da Russia, Azerbaigian, Iran, Qatar e Stati Uniti – ma le dimensioni stimate di questo giacimento sono tali da renderne possibile uno sfruttamento ad uso e consumo del mercato domestico ed estero di durata settennale .

Per un Paese che, fino ad oggi, con le risibili scorte di gas a disposizione non è mai riuscito a soddisfare annualmente più dell’1% della propria domanda annuale, l’improvvisa rivelazione assume una valenza realmente storica. Il fatto che, poi, nella stessa area potrebbero trovarsi altri giacimenti di dimensioni equiparabili, e che nei mesi scorsi era stato trovato un deposito da 286 miliardi di metri cubi di gas nella Tracia orientale, spiana la strada ad un processo di vera e propria indipendenza energetica.

Nei prossimi anni, quindi, energia ed economia potrebbero cessare di essere considerati i talloni d’Achille per antonomasia della nazione turca, anche perché le scoperte sul primo versante avranno delle inevitabili ricadute positive sul secondo – la lira è già in ripresa, dopo mesi di caduta continua.

Nel complesso, la rilevanza geostrategica della Turchia registrerà un incremento consistente a detrimento dell’intero vicinato: dai Balcani meridionali alla Russia – quest’ultima sarà la principale sconfitta, in quanto assisterà alla trasformazione di un cliente storico in un concorrente, mentre la Casa Bianca potrebbe sfruttare la carta del gas per convincere Atene e Ankara a risolvere definitivamente le loro dispute, ottenendo il doppio risultato di rafforzare uno dei ventri più molli dell’Alleanza Atlantica e di contenere l’influenza del Cremlino nel Mediterraneo Orientale.

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