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Giochi di ombre tra Pentagono e Casa Bianca. Frasi, indiscrezioni, dichiarazioni ma anche alcuni movimenti sospetti che tracciano linee ondivaghe nei rapporti tra l’amministrazione Biden e i vertici militari Usa. E che coinvolgono (e uniscono) due temi fondamentali dell’agenda estera del presidente statunitense: Afghanistan e Russia.

Il Wall Street Journal ha scritto che, in base alle sue informazioni, il generale statunitense Mark Milley, capo dello Stato maggiore congiunto, avrebbe parlato con il suo omologo russo, il generale Valery Gerasimov, della possibilità di usare le basi di Mosca in Asia centrale per contrastare le minacce terroristiche provenienti dall’Afghanistan. L’incontro, avvenuto a Helsinki il 22 settembre, non avrebbe però dato le risposte attese da Washington. Le fonti sentite dal quotidiano americano affermano che Gerasimov si è tenuto molto vago, senza dare o fare intendere segnali da parte del suo presidente, Vladimir Putin.

Un affare tenuto in sospeso ma che ci riporta indietro di qualche mese, e cioè a quell’incontro a Ginevra tra Joe Biden e Putin in cui, tra le varie questioni mondiali, si è discusso anche dell’utilizzo di quelle basi asiatiche delle forze armate russe da parte dell’aviazione e delle unità Usa. In quell’occasione, i media statunitensi avevano parlato del “niet” di Putin nei confronti della proposta di Biden di riposizionare le forze americane nella regione in vista del completo ritiro dall’Afghanistan. Il presidente Usa, anche allora secondo le informazioni del Wsj, si sarebbe però messo di traverso: non solo per evitare di avere ancora nella regione i militari americani (e quindi l’intelligence) ma anche per sfruttare il momento che stava vivendo Washington di fronte all’opinione pubblica mondiale. Adesso, l’ultima indiscrezione cambia alcuni elementi della lettura data nei mesi scorsi. Perché si parla di una proposta lanciata molto vagamente da parte di Putin per una eventuale condivisione degli hub russi nelle ex repubbliche socialiste dell’Asia centrale. Ipotesi per la quale Milley avrebbe sondato il terreno a Helsinki ricevendo però risposte vaghe da parte della controparte russa.

Il dialogo proposto dai media Usa lascia aperti alcuni interrogativi aperti sia sul canale di comunicazione tra Mosca e Washington, sia sul ruolo del generale Milley, che in questi giorni sta assumendo posizioni abbastanza differenti rispetto a quelle del suo commander-in-chief, cioè Biden. Da una parte c’è il problema di capire come gli Stati Uniti si stiano muovendo per coprire il vuoto lasciato dal ritiro afghano. Le basi nel Golfo e le portaerei non bastano evidentemente nella strategia di colpire “over the horizon”, come la chiamano gli esperti. Ed è chiaro che per qualsiasi ricollocamento in territorio asiatico il Pentagono deve passare per una condivisione delle intenzioni con Mosca, che è da tempo presente nella regione e che non sembra particolarmente contenta di come si stiano mettendo le cose a Kabul e dintorni. C’è il problema della possibile avanzata cinese, c’è l’esplosione di tensioni in diverse aree al confine con l’Afghanistan, e c’è il nodo terrorismo che non può essere in secondo piano nell’agenda di Putin. Al Cremlino devono capire come capitalizzare il ritiro americano evitando di servire assist ai rivali Usa, ma sanno che Washington può servire come argine ad alcune derive regionali molto pericolose per la stessa stabilità dei confini russi.

A questi problemi bilaterali tra i due governi, si aggiunge poi il tema tutto interno agli apparati americani del rapporto sempre più complesso tra Pentagono e Casa Bianca. Il capo dello Stato maggiore congiunto ha chiarito che i vertici militari Usa avevano chiesto alla presidenza di evitare il ritiro totale delle forze dall’Afghanistan chiedendo il mantenimento di poche migliaia di unità. Dichiarazioni fatte in audizione al Congresso e che smentiscono quanto affermato da Biden nelle settimane del ritiro. Sempre Milley ha detto che Al Qaeda e Isis sono un pericolo concreto in Afghanistan, tanto che durante l’audizione in commissione della Camera dei rappresentanti ha dato un orizzonte anche di 36 mesi per la possibile ricostituzione di queste due organizzazioni che l’amministrazione democratica ritiene ormai ridotte. Ed è lo stesso capo dello Stato maggiore a essere nell’occhio del ciclone per alcune telefonate con il suo omologo cinese Li Zuocheng tra 2020 e 2021 per rassicurarlo sul fatto che Donald Trump non avesse alcuna intenzione di attaccare la Cina. “Le chiamate del 30 ottobre e dell’8 gennaio sono state coordinate prima e dopo con gli uffici del segretario alla Difesa”. Conversazioni che a detta di Milley sarebbero state discusse successivamente con il segretario di Stato, Mike Pompeo, e il capo di gabinetto della Casa Bianca Mark Meadows. Lo stesso generale ha ammesso di averne parlato con Nancy Pelosi, acerrima nemica di Trump. Elementi che mostrano qualcosa di diverso dalla sinergia che presidenti e militari sperano di avere durante il proprio mandato.