Peter Magyar oltre Viktor Orban anche nei rapporti col “vicino di casa” Robert Fico, primo ministro di una Slovacchia che è stata spesso accostato all’uscente premier ungherese come parte di un asse sovranista, euroscettico e russofilo, sabotatore dell’integrazione comunitaria. Fico da sinistra, Orban da destra incarnano due forme diverse di critica all’Ue che, nella narrazione, il leader di Tisza, formazione di Magyar appartenente al Partito Popolare Europeo, dovrebbe superare. Ma tra Ungheria e Slovacchia la relazione è troppo articolata e complessa per essere rubricata a semplice rapporto tra leader.
La sfida sul gas tra Slovacchia, Ungheria e Ucraina
Il nascituro governo Magyar sta, paradossalmente, risolvendo un problema a Fico spingendo per la convergenza con l’Ucraina sul ripristino dei flussi petroliferi russi verso l’Europa attraverso l’oleodotto Druzhba ma sta superando Orban a destra in termini di nazionalismo sul fronte del contrasto alla legislazione slovacca che regolarizza le proprietà nate con la cacciata della popolazione ungherese dopo la fine della Seconda guerra mondiale.
Storia, memoria, presente, geopolitica, tutto assieme: l’Est Europa produce più storia di quanta ne riesca a digerire e nelle piccole patrie sorte meno di quarant’anni fa sullo stesso territorio fisico dei vecchi Stati comunisti ma su nuovi presupposti politici e identitari capire quanto anche il passato sia presente e quanto la realtà sia da intendere come un continuum è fondamentale. Vale per la Slovacchia di Fico (e varrà anche per la Bulgaria dove si appresta a governare Rumen Radev) così come per l’Ungheria, di Orban o Magyar. Ma andiamo con ordine.
Magyar risolve una grana a Fico?
Magyar ha spinto per condizionare lo sblocco del fondo da 90 miliardi di euro promesso dalla Commissione Europea all’Ucraina alla decisione del governo di Volodymyr Zelensky di riaprire i flussi attraverso l’oleodotto Druzhba chiuso a gennaio, un anno dopo la violenta (sul piano politico) disputa sul gas tra Slovacchia e Ucraina del 2025 seguita allo stop ai flussi via tubo dell’oro blu di Mosca.
Bratislava dipende pressoché interamente nell’approvvigionamento della sua raffineria Slovnaft dall’approvvigionamento di petrolio russo e ha dovuto entrare in stato d’emergenza per lo stress infrastrutturale e il gap di forniture. Fico ha minacciato lo stop all’appoggio all’adesione europea dell’Ucraina e l’interruzione dei flussi elettrici verso il Paese sotto attacco dalla Federazione Russa, che richiede in caso di blackout e caduta della rete un appoggio extra dallo Stato centroeuropeo. L’Ungheria di Orban ha condizionato l’appoggio al prestito di 90 miliardi di euro alla riattivazione dei flussi attraverso Druzhba, e Magyar ha fatto sua questa linea, mentre sia Budapest che Bratislava hanno bloccato finora il 20esimo pacchetto di sanzioni a Mosca. Ebbene, Magyar ha risolto un problema politico indubbio a Fico usando la leva europeista verso Kiev, che nella giornata di martedì 21 aprile ha ristabilito i flussi attraverso Druzhba. Un nuovo inizio tra Budapest e Bratislava nonostante la fine dell’era Orban? Ancora presto per dirlo.
L’eredità dei decreti Benes
Resta, come detto, il nodo storico. Direzione – Socialdemocrazia, il partito nazionalista di sinistra di Fico, ha promulgato delle leggi che criminalizzano la contestazione delle leggi con cui, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, nella Cecoslovacchia ristabilita nella sua integrità territoriale fu imposta l’espropriazione delle terre dei cittadini di etnia tedesca (i famosi “Tedeschi dei Sudeti” che spinsero Adolf Hitler a premere su Praga prima degli Accordi di Monaco del 1938) e ungherese. Bratislava si costituì come Stato-fantoccio del Terzo Reich dopo il collasso della Cecoslovacchia, l’Ungheria ebbe alcuni settoriali guadagni territoriali ma i cosiddetti “Decreti Benes” promulgati dal presidente cecoslovacco Eduard Benes affermarono che i cittadini delle etnie dei due Paesi dell’Asse dovessero espiare una vera e propria “colpa collettiva” per l’atteggiamento dei rispettivi regimi.
“In Slovacchia, la questione era rimasta in gran parte sopita per decenni, ma è riemersa alla fine del 2025 dopo che il principale partito di opposizione, Slovacchia Progressista, ha portato alla luce casi recenti in cui, a quanto pare, ungheresi di etnia ungherese avevano perso terre sulla base di una legislazione risalente agli anni ’40”, nota “Euractiv”, che sottolinea come ciò abbia spinto Fico e i suoi a promulgare la nuova legislazione restrittiva.
L’eterno ritorno del nazionalismo
La fondazione di studi politici Heinrich Boll Stiftung (Hbs) commenta che “alcune disposizioni continuano a essere invocate nelle controversie fondiarie in corso. Questi casi riguardano prevalentemente ungheresi di etnia ungherese che cercano di rivendicare proprietà ancestrali, ma si vedono respingere le loro richieste”. Orban ha protestato con l’alleato Fico. Troppo timidamente, secondo Magyar, che ora dopo aver risolto nella sostanza un problema che Orban non era riuscito a chiudere si trova a condizionare i nuovi rapporti con la Slovacchia sulla base di una rivendicazione nazionalista mai strutturata con tale veemenza del suo predecessore. Ma anche la Slovacchia andrà al voto nel 2027, e la “carta ungherese” potrebbe essere un’arma politica per Fico secondo la Hbs. Nel circolo vizioso dei nazionalismi e della memoria contrastata si plasma la politica di un’Europa centro-orientale eterna frontiera. In cui la geopolitica plasma la storia e la storia plasma la geopolitica, in un rapporto di correlazione biunivoca non conosciuto da altre parti d’Europa.
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