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“Ambasciator non porta pena”, recita un adagio antico. Non è questo il caso del presidente Joe Biden, i cui ambasciatori (assenti) di pene ne stanno portando, eccome. A un anno circa dalla sua elezione, il presidente degli Stati Uniti giunge in Europa per due vertici cardine – il G20 e la Cop26 – ma i suoi emissari all’estero restano ancora inquietanti convitati di pietra.

La ragione delle mancate nomine

Le ragioni della penuria di ambasciatori sono sostanzialmente due: i ritardi derivano dall’ostruzionismo in Senato da parte di alcuni senatori repubblicani, guidati da Ted Cruz, che ha puntato a uno scontro con l’amministrazione Biden su questioni di sicurezza nazionale. Ciò sta prolungando il processo-solitamente di routine- per l’insediamento formale degli ambasciatori, mentre diversi posti di alto profilo sono vacanti perché la Casa Bianca deve ancora presentare candidati propri per riempirli.

Una manciata gli ambasciatori confermati, appena sei: tra gli altri diciannove membri del G20, invece, ammontano a quota quindici i Paesi che attualmente non hanno un ambasciatore americano in carica, a cui si aggiungono i casi di Russia ed Indonesia ove sono stati confermati i capi missione dell’amministrazione Trump. Al 26 ottobre 2021, secondo il monitoraggio di Partnership for Public Service, sono stati annunciati quattro candidati, trentaquattro sono stati presi in considerazione dal Senato e sessantasette posizioni attualmente non hanno candidati. Uno stato dell’arte che stride gravemente con il multilateralismo strombazzato in campagna elettorale.

La debolezza di Biden all’interno e all’estero

Biden deve ancora fare la sua scelta per l’Italia, che quest’anno ospita il raduno annuale dei leader delle maggiori economie del mondo, altrettanto per l’Unione europea, il Regno Unito, la Corea del Sud, l’Arabia Saudita, il Brasile e l’Australia. Con il passare delle settimane e dei mesi questi ritardi rischiano di mutilare alcuni delicati movimenti geopolitici mentre l’idiosincrasia dei senatori dem per Cruz raggiunge livelli storici arrivando a definire la sua strategia ostruzionista al pari del “negoziare con un terrorista”. Il suo obiettivo principale? Portare la situazione con la Russia sull’orlo del baratro, costringendo Washington a scegliere l’opzione sanzionatoria a proposito del Nord Stream 2, che la Casa Bianca ha progressivamente abbandonato nel corso dell’estate. Cruz, da solo, di certo non può bloccare ad libitum le nomine per sempre, tuttavia, è in grado di costringere il Senato a temporeggiare in attesa dell’unanimità, minando la credibilità e l’affidabilità americana all’estero.

Mai prima d’ora una minoranza si è spinta così a lungo per impedire che la squadra diplomatica di un presidente venisse istituita. Il timore è che i ritardi andranno per le lunghe, minando i pilastri centrali dell’agenda di politica estera di Biden: ripristinare alleanze globali per affrontare sfide cruciali, inclusi i cambiamenti climatici e la crescente assertività della Cina, oltre che ricostruire il Dipartimento di Stato. L’amministrazione Biden, con meno del 10% dei suoi nominati in carica, è ancora molto indietro rispetto ai recenti predecessori che avevano più del 50-75% delle loro nomine a lavoro a questo punto delle loro presidenze.

Quali ambasciatori mancano all’appello

Scorrendo la lista dei Paesi del G20, il primo a risultare senza ambasciatore è l’Arabia Saudita che patisce l’evidente disimpegno americano in Medio Oriente. In questo caso qui non figura né una nomina in sospeso né tantomeno un annuncio. Per l’Argentina è ancora in pending status la nomina di Marc Stanley, membro di spicco della comunità ebraica di Dallas e tra i principali fundraiser del Partito Democratico. Langue, invece, la nomina per Camberra per la quale si è a lungo vociferato della scelta di Caroline Kennedy, figlia del presidente defunto. Ben più complessa è la situazione con il Brasile: qui Douglas Koneff resta come Chargé d’Affaires ad interim, in un momento in cui le relazioni tra le due grandi economie vengono segnate dalla disputa sul clima sempre più accesa tra Biden e Jair Bolsonaro.

Sorprende scoprire che tantomeno il Canada ha una nomina definitiva: sarebbe ad un passo dalla poltrona David Cohen, un tecnocrate, avvocato, lobbista e raccoglitore di fondi che attualmente ricopre il ruolo di consulente senior del capo del gigante delle comunicazioni degli Stati Uniti Comcast. Tantomeno si diradano le nebbie sulla nomina destinata a Pechino: tra scontro su Taiwan, il ping pong sul clima e gli echi di Anchorage, risulta ancora sospesa l’approvazione di R. Nicholas Burns, diplomatico e accademico americano, professore di diplomazia e politica internazionale presso la John F. Kennedy School of Government. Resta vuota anche la scrivania dell’ambasciata in Corea del Sud.

Venendo all’Europa, le cose si fanno ancora più complesse, e il quadro-forse-imbarazzante. Il cuore del gruppo NATO, infatti, resta ancora senza emissari. Per Parigi resta in forse la nomina di Denise Bauer, membro del Partito Democratico e direttrice esecutiva di Women for Biden: chissà che una nomina maggiormente tempestiva non avesse potuto evitare il pasticcio diplomatico che ancora agita i sogni di Macron. In Germania si attende il destino di Amy Gutmann, attuale rettrice della University of Pennsylvania, la donna su cui molti puntano per ricostruire le relazioni Washington-Berlino. Anche l’Italia resta, al momento, orfana: dal gennaio scorso, infatti, gli Stati Uniti comunicano con Roma attraverso il Chargé d’Affaires Thomas D. Smitham. Gravemente vacante resta anche la sedia del Regno Unito: a rinfocolare la special relationship potrebbe essere Jane Dorothy Hartley, ex ambasciatrice in Francia dell’era Obama, la cui nomina era stata caldeggiata anche per l’Italia. Sembra forse vicino alla nomina per l’Unione Europea Mark Gitenstein: “Siamo come parenti”, disse il presidente a proposito dell’ex ambasciatore in Romania, distintosi per l’intenso lavoro sulla trasparenza, lo Stato di diritto e la lotta alla corruzione nel Paese.

Le nomine definitive

A conti fatti, gli Stati Uniti di Biden, nel novero del G20, possono contare su nomine definitive in Indonesia (Sung Kim), Messico (Kenneth Lee Salazar), Russia (John J. Sullivan) e Turchia (Jeffry Lane Flake). A ben vedere, questo significa principalmente due cose: eccezion fatta per l’Indonesia, dove “regna” un incumbent, le nomine confermate dicono molto di quelle che restano priorità nelle emergenze diplomatiche degli Stati Uniti, e in particolar modo del Senato, che su queste nomine ha espresso convergenza. Questo, oltre a restituirci l’immagine di un presidente prigioniero dei pesi e dei contrappesi, mettere nero su bianco il fatto che svariate aree del Pianeta possono aspettare. Perfino le nomine per Giappone (Rahm Emanual) e India (Eric Garcetti), che nell’era dell’Indo-Pacifico dovrebbero essere di prioritarie, stentano ad arrivare. Ancora meno degna di pressioni quella per il Sud Africa, per la quale non circolano nemmeno nomine eventuali.

Senza una Camelot degna e capillare, la credibilità di Biden risulta quantomeno discutibile. E con un presidente vedovo del proprio stesso sistema, la voce di Washington appare sempre più flebile.