A dieci anni dallo scoppio del conflitto siriano, la pace nel Paese mediorientale continua ad essere un orizzonte lontano. A peggiorare la situazione si è recentemente aggiunto il coronavirus, diffusosi in un Paese in cui il sistema sanitario è da tempo al collasso e in cui la mancanza di un Governo unitario su tutto il territorio ha reso ancora più difficile contrastare la pandemia. Ma a rendere incerto il futuro della Siria non è tanto l’emergenza sanitaria, quanto i dissidi interni al clan Assad e le divergenze sempre più evidenti tra la dirigenza russa e quella siriana.

Le fratture nel clan Assad

Di recente hanno destato scalpore alcuni video pubblicati su Facebook da Rami Makhlouf, cugino del presidente Bashar al Assad e magnate del settore delle comunicazioni siriano. Makhlouf – che gestisce Syriatel, una delle due compagnie di telefonia cellulare del Paese – era caduto in disgrazia un anno fa dopo essere stato accusato di corruzione, ma le azioni del Governo contro di lui si sono intensificate nelle ultime ore. Come riportato dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (con base a Londra), sette tra direttori di dipartimenti e tecnici della Syriatel sarebbero stati arrestati ad Aleppo e Tartus grazie anche alla collaborazione della polizia militare russa presente nel Paese. Questi ultimi arresti arrivano dopo il fermo di altri 28 funzionari della Syriatel in altre città della Siria e dopo le richieste ricevute da Makhlouf di farsi da parte e lasciare la guida della compagnia telefonica a qualcun altro. Come affermato al Financial Time da Emile Hokayem, analista dell’International Institute for Strategic Studies, i video pubblicati dal cugino di Assad dimostrano che con l’acuirsi della crisi economica e il diminuire delle ricchezze del Paese crescono anche gli attriti nel circolo più vicino al presidente.

Nelle sue ultime apparizioni, Makhlouf ha anche rilasciato una dichiarazione molto importante che permette di fare alcune ipotesi sul futuro politico della Siria a un anno dalle elezioni presidenziali. Il magnate ha infatti affermato di voler proteggere il clan alauita – a cui sia lui che Bashar appartengono e che rappresenta il 10% della popolazione – dalle ingerenze sunnite. Un dettaglio particolarmente rilevante se si considera che la persona più vicina al presidente appartenente a questa corrente religiosa è proprio la moglie di Assad, Asma.

Asma Assad alla guida del Paese

Diversi analisti in questi ultimi giorni stanno parlando di un possibile cambio alla guida del Paese che lasci comunque al potere il clan Assad. L’ipotesi più discussa riguarda l’affidamento della leadership siriana ad Asma al-Assad, la moglie dell’attuale presidente. Asma sembra rappresentare il giusto compromesso tra la transizione verso un governo più attento al rispetto dei diritti umani e la preservazione della famiglia Assad alla guida del Paese. Non bisogna infatti dimenticare che Russia e Iran sono entrambi entrati nel conflitto siriano per sostenere Bashar e nessuna delle due potenze vede quindi con favore un reale regime change, a differenza di Stati Uniti ed Unione europea.

Ecco quindi affiorare l’ipotesi Asma, come confermato a Il Foglio dall’analista Ruwan al Rajoleh. La moglie di Assad, già definita dai tabloid britannici la “rosa nel deserto” e appena guarita da un cancro, gode di una buona reputazione presso le cancellerie internazionali ed è stata spesso descritta come una donna emancipata e sofisticata. È pur vero che molta della sua fama in Occidente è tramontata con l’avanzare della guerra in Siria, ma Asma Assad resta comunque una delle figure più vicine al presidente in grado di dare un volto più pulito al governo di Damasco a livello internazionale. Un simile cambiamento, seppur di facciata, potrebbe evitare l’entrata in vigore a giugno del Caesar Syria Civilian Protection Act. La legge, firmata da Trump a fine 2019, mira a sanzionare chiunque investa in determinati settori dell’economia siriana fino a quando il governo di Damasco non prenderà misure concrete per tutelare i diritti umani.

Ad oggi, il passaggio di poteri da Bashar ad Asma Assad resta un’ipotesi su cui si può solo speculare in assenza di particolari prove a sostegno di questa tesi, ma ciò che invece è difficile negare è l’acuirsi delle tensioni tra Damasco e Mosca, con conseguenze anche sulla leadership del Paese nello scenario post-guerra.

I rapporti tra Damasco e Mosca

Il presidente Putin ha fatto il suo ingresso nel conflitto siriano nel 2015 per sostenere il presidente Bashar al Assad, ma i rapporti di forza tra i due capi di Stato sono spesso mutati nel corso del conflitto. Mosca ha sfruttato fin dal principio il bisogno di Assad di un alleato forte tanto a livello militare quanto diplomatico per indirizzare il presidente e ottenere in cambio del proprio appoggio importanti contratti nel campo dell’edilizia e dell’estrazione petrolifera nella fase post-bellica. Negli ultimi tempi però Assad sembra sempre meno disposto a seguire le direttive russe, come dimostrano alcune iniziative prese a Idlib e poco gradite dalla Russia, che è dovuta intervenire più volte diplomaticamente per evitare uno scontro aperto tra Damasco e Ankara.

Fino a poco tempo fa gli attriti tra Russia e Siria sono rimasti bene o male latenti, ma un recente articolo pubblicato dalla Federal News Agency (FAN) dà modo di comprendere lo stato delle relazioni tra i due governi. L’agenzia stampa, di proprietà di Yevgeny Pregozhin uomo molto vicino a Putin, ha criticato apertamente la gestione dell’economia da parte dell’establishment siriano e denunciato la corruzione sempre più dilagante nel Paese e i suoi effetti negativi sugli investimenti russi in Siria. FAN ha anche diffuso un sondaggio realizzato da una non meglio identificata società di ricerca secondo cui solo il 32% della popolazione siriana residente nei territori sotto il controllo governativo sarebbe intenzionata a votare per Assad alle prossime elezioni. L’attendibilità del sondaggio è ovviamente scarsa, ma la decisione dell’agenzia di diffondere tale dato può essere ancora una volta utile per capire lo stato delle relazioni tra Damasco e Mosca. Putin continua ad essere uno degli attori di maggiore peso nel conflitto siriano e dopo 5 anni di impegno militare e diplomatico non ha alcuna intenzione di permettere ad Assad di mettere a repentaglio gli interessi russi nella regione. Il presidente siriano, se vuole continuare a governare il Paese, dovrà ben guardarsi dall’inimicarsi l’alleato russo.

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