Nel Nagorno Karabakh, una delle chiavi di volta per il controllo del Caucaso meridionale, si sta assistendo ad una riproposizione del formato russo-turco di rivalità collaborativa testato per la prima volta in Siria e poi in Libia. Quale che sia il teatro in questione, Mosca e Ankara siedono (quasi) sempre ai due lati opposti del tavolo e presentano delle divergenze ideologiche molto profonde, sanabili soltanto per mezzo dell’arte della diplomazia e del periodico ricorso a prove di forza.

Lungi dall’aver accolto con diffidenza e timore l’intromissione turca nel Caucaso meridionale, quanto accaduto nell’ultimo mese e mezzo si è rivelato di importanza fondamentale per il Cremlino, che, grazie allo spettro del panturchismo, da ora in avanti ha l’opportunità senza precedenti di riaffermare la propria egemonia sull’Armenia.

Militari turchi in Azerbaigian, al Cremlino non dispiace

Nella giornata del 17 novembre il Parlamento turco ha approvato l’invio di personale militare e civile in Azerbaigian per vigilare sul rispetto del cessate il fuoco e svolgere operazioni di mantenimento della pace. Era da una settimana, ossia dalle fasi immediatamente successive all’accordo del 9 novembre, che esponenti dell’esecutivo e grande stampa dibattevano sull’argomento della presenza militare di Ankara nella regione, facendo anche ricorso alla diffusione di bufale.

Il Parlamento turco ha affidato alla presidenza, ossia a Recep Tayyip Erdogan, il mandato di decidere dimensioni e tempistiche dell’operazione di mantenimento della pace. Il personale verrà inviato in Azerbaigian per coadiuvare il lavoro di vigilanza dei russi nel centro di monitoraggio congiunto al confine con il Nagorno Karabakh, regione dalla quale, però, i turchi verranno esclusi.

L’invio di forze armate turche in Azerbaigian, anche se solamente con funzioni di mantenimento della pace, si rivelerà estremamente utile in termini di ricadute elettorali sia per la Russia, che potrà agitare lo spettro del panturchismo alle prossime elezioni armene, che per la Turchia, che potrà rafforzare l’immagine dell’impero rinascente in casa.

Una spartizione escludente

Per capire realmente la portata di quanto avvenuto nella regione contesa del Caucaso meridionale è necessario riprendere un passaggio dell’intervento di Vladimir Putin su Rossiya 24. Intervistato dall’emittente televisiva nella giornata del 17 novembre, il presidente russo ha dichiarato, a proposito della Turchia, che “le nostre posizioni non sempre coincidono in tutto, in alcuni casi divergono anche diametralmente, ma [è] qui [che] entra in gioco l’arte della diplomazia, [l’arte] di trovare un compromesso, un compromesso basato sul rispetto per il partner”.

Nel Nagorno Karabakh, come in Siria e in Libia, Putin ed Erdogan siedono ai due lati opposti del tavolo poiché sostengono due schieramenti differenti; quel che conta realmente, però, è che comune sia la loro visione per il medio e lungo termine. In Libia, ad esempio, Russia e Turchia condividono l’obiettivo di approfittare dell’anarchia semi-permanente per ritagliarsi dei margini di manovra – prima del 2011 semplicemente impossibili e impensabili – funzionali a ramificare la loro presenza in Africa; fatto, questo, che permette loro di alternare intelligentemente concorrenza e collaborazione avendo lo sguardo posato sull’orizzonte.

Nella regione contesa tra Armenia e Azerbaigian sta accadendo qualcosa di molto simile alla Libia e alla Siria: Erdogan e Putin sono i capofila di due schieramenti contrapposti, ma la condivisione di un interesse comune ha permesso loro di appianare le divergenze di fondo e porre fine alle ostilità. Quell’interesse è l’esclusione dell’Occidente dal Caucaso meridionale, e quindi dalla macro-area Caspio-Turkestan, in quanto rappresenta uno dei principali ostacoli allo sviluppo del matrimonio di convenienza russo-turco in un vero e proprio asse strategico ed il più grande scoglio lungo il percorso della transizione multipolare.

La Russia, permettendo alla Turchia di entrare nel Caucaso meridionale e ivi stabilire una presenza militare, ottiene il doppio risultato di circoscrivere l’influenza euroamericana nella regione alla Georgia e di riconvertire l’Armenia in un proprio protettorato a lungo termine, per via dell’uscita di scena di Nikol Pashinyan e del ruolo che giocherà nel tempo il fantasma del panturchismo.

Il Nagorno Karabakh, in breve, si aggiungerà all’elenco di quei teatri in cui i due coniugi di questo matrimonio di convenienza antistorico hanno trovato il modo di coesistere pacificamente, seppure in maniera fredda, come sono ad esempio la Siria e la Libia. Le relazioni russo-turche, però, nel Caucaso come in Medio Oriente, non potranno mai essere basate su una piena fiducia reciproca né essere capaci di condurre a paci che non siano fredde per via di divergenze ideologiche, ragioni storiche e del fattore Stati Uniti.

Nel lungo termine, quindi, a meno di scenari ad oggi imprevedibili, il matrimonio di convenienza si sfalderà inevitabilmente, cadendo sotto il peso delle contraddizioni su cui si regge, ma nel breve e nel medio potranno essere conseguiti risultati ragguardevoli, come l’accelerazione della transizione multipolare, per via della presenza di interessi temporaneamente coincidenti e convergenze tattiche che stanno dando luogo a spartizioni escludenti che distruggono vecchi ordini e ne creano di nuovi.