Questa volta non è apparso seduto nel suo studio, agghindato con un completo occidentale e circondato da scaffali ricolmi di libri. Per augurare a tutti i suoi cittadini un felice anno Juche 110 (cioè un buon 2021, ma in Corea del Nord il conteggio degli anni parte dalla nascita di Kim Il Sung, il 1912, nonché l’anno Juche 1), Kim Jong Un ha preso carta e penna. Il Grande Leader ha scritto una breve lettera, poi diffusa dai principali media del Paese. Una celebrazione silenziosa, che stona un po’ se paragonata alla grande festa andata in scena a Pyongyang.
Nella piazza principale della capitale, la Kim Il Sung Square, migliaia di nordcoreani festanti hanno accolto di buon grado il nuovo anno. Nessuna traccia di Kim, neppure in televisione. Forse perché, nei prossimi giorni, il presidentissimo avrà il suo bel da fare per disegnare (o meglio: letteralmente inventarsi) il futuro della Corea del Nord. Con i confini blindati a causa della pandemia, un’economia congelata per via dell’interruzione delle (poche) relazioni commerciali rimaste in piedi e, soprattutto, una politica estera resa incerta dalle elezioni dell’americano Joe Biden, il governo nordcoreano deve riordinare le idee. E da lì, capire come muoversi.
Questione di priorità
La sensazione è che il 2021 possa veramente rappresentare l’anno della svolta per l’intero Paese. Una svolta, attenzione bene, che potrà essere più o meno positiva, più o meno negativa, a seconda della mossa che deciderà di fare Kim. Bisognerà soltanto capire quale strada vorrà percorrere il Grande Leader: quella del rinnovato dialogo con Corea del Sud e Stati Uniti, nella speranza di ammorbidire le sanzioni e ridare ossigeno a un’economia senza fiato, oppure quella del muro contro muro, con tanto di benservito al neo presidente americano Joe Biden?
Nel primo caso, la Corea del Nord riprenderà il filo delle trattative con Washington, precedentemente avviate con l’amministrazione Trump. Ben sapendo, tuttavia, di ritrovarsi davanti a un altro presidente, con una visione e un atteggiamento diametralmente opposto rispetto a quello di The Donald. Detto altrimenti, è impossibile che Kim e Biden possano diventare “amici”. Al netto dell’incognita statunitense, Pyongyang può sempre cercare la sponda dei cugini di Seul. Non a caso, il ministro dell’Unificazione sudcoreano, Lee In Young, ha recentemente auspicato che dal Nord possa arrivare una mano tesa per riprendere il dialogo di pace.
“Attendo con impazienza un messaggio più positivo di dialogo e cooperazione dalla Corea del Nord”, ha dichiarato Lee. Chiara l’intenzione del governo sudcoreano: riconquistare un posto in prima fila nelle trattative con i nordcoreani, dopo essere stato offuscato dal narcisismo di Trump. Se Pyongyang dovesse percorrere questa strada, l’impressione è che, questa volta, a differenza del passato, Kim possa seriamente concedere qualcosa ai suoi rivali (fine dei test, promessa di graduale smantellamento delle centrali nucleari?) in cambio di una spinta indiretta all’economia (aiuti dal Sud, sanzioni alleggerite?).
La variabile cinese
E se, invece, Kim optasse per la seconda strada? In tal caso la tensione salirebbe alle stelle, come mai accaduto negli ultimi mesi. Se la Corea del Nord volesse davvero puntare tutto sul braccio di ferro – improbabile, vista la posta in gioco –, non sono da escludere test missilistici e provocazioni. Con l’obiettivo principale di costringere Seul e Washington ad allentare la presa. Entrambe le strade, in fin dei conti, portano allo stesso traguardo: far ripartire l’economia nordcoreana. Difficile, infine, che nel 2021 possa sbloccarsi qualcosa in merito alla riunificazione della penisola; all’orizzonte ci sono nuvole nere (Covid-19, problemi economici, nuova presidenza Usa).
Fin qui abbiamo inquadrato la questione nordcoreana considerando soltanto il punto di vista di Stati Uniti, Corea del Nord e Corea del Sud. Ma è fondamentale non dimenticarsi della Cina che, in questo dossier, gioca un ruolo di primissimo livello. In base a come si svilupperanno i rapporti tra Xi Jinping e Joe Biden, Pechino sceglierà se, quando e come giocarsi la carta Pyongyang. Ricordiamoci, infatti, che il gigante asiatico veste i panni di “protettore” del governo nordcoreano. E che la sua influenza conta moltissimo tra i corridoi dei ministeri di Kim. Alla Cina “fa comodo” che la temperatura non si alzi troppo ma neppure che si raffreddi. Ecco perché a decidere quale orientamento prenderà la questione coreana nel 2021 potrebbe essere l’asse Pechino-Washington. E non quello formato da Pyongyang e Seul.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.



