Viktor Orban e Fidesz hanno lentamente trasformato l’Ungheria in una potenza regionale i cui interessi e le aree di influenze spaziano dai Balcani, come in Transilvania, al mondo turcico, arrivando fino all’Estremo oriente, come in Giappone. Il modus operandi del longevo primo ministro ungherese, in carica ininterrottamente dal 2010, ha rappresentato un punto di riferimento per la più ampia galassia del populismo di destra, condizionando in maniera significativa l’onda euroscettica che da diversi anni sta scuotendo l’Unione europea.

Ma la visione di Orban per il futuro dell’Ungheria, e della civiltà occidentale in sé, travalica i confini della mera geopolitica e della divisione del potere, perché è anche una battaglia culturale contro la scristianizzazione, il relativismo culturale e l’atomizzazione sociale.

La protezione dei cristiani perseguitati

Venerdì scorso, in Vaticano, ha avuto luogo una lunga bilaterale fra papa FrancescoJános Áder, il presidente dell’Ungheria, durante la quale sono stati discussi numerosi temi: giustizia sociale, crisi dei rifugiati, persecuzione dei cristiani nel mondo, promozione e difesa della famiglia naturale, tutela dell’ambiente, presente e futuro dell’Europa.

Il pontefice è stato ufficialmente invitato a partecipare al 52esimo Congresso eucaristico internazionale, che si terrà a Budapest in settembre, perché sarebbe l’occasione ideale per dedicare un viaggio apostolico al Paese, che non riceve visite pontificie dal lontano 1996.

Papa Francesco riceve il presidente ungherese Janos Aderit (LaPresse)
Papa Francesco riceve il presidente ungherese Janos Aderit (LaPresse)

Fidesz sta tentando di accreditarsi, agli occhi della Chiesa cattolica, come un partito realmente interessato alla delicata questione della persecuzione dei cristiani e alla conservazione dell’identità e dei valori cristiani in Ungheria ed in Europa. Coerentemente con questa ambizione, il partito di Orban sta dedicando numerose risorse alla protezione dei cristiani perseguitati nel mondo ed è stato anche realizzato un apposito dipartimento, guidato da Tristan Azbej. Quest’ultimo, in occasione della cerimonia inaugurale dell’Alleanza internazionale per la libertà di religione, tenutasi a Washington a inizio mese, ha dichiarato che fino ad oggi Budapest ha speso 50 milioni di euro in progetti umanitari in Africa e Medio Oriente, aiutando almeno 70mila cristiani.

La democrazia secondo Orban

La protezione dei cristiani perseguitati nel mondo è da inquadrare nel più ampio contesto della strategia di lungo termine di Orban e Fidesz: riportare l’Ungheria ai fasti dell’epoca imperiale, per quanto e laddove possibile, sfruttando e riesumando l’antico titolo di antemurale Christianitatis (baluardo della cristianità) per salvare l’Europa da se stessa e dai pericoli che comportano il rigetto della propria identità e la cancellazione della memoria storica, come l’islamizzazione.

Orban ha esposto il suo personale concetto di democrazia, cristianeggiante ed illiberale, durante un discorso pubblico alla comunità magiara di Băile Tuşnad, in Romania, nel luglio 2018. L’arrivo del primo ministro ungherese in Transilvania è ormai un rituale che ha luogo ogni anno e funge da momento di raccoglimento e di riflessione sui traguardi raggiunti. Quell’anno, Orban dedicò una parte consistente del monologo alla sua visione per il futuro della democrazia e dell’Europa.

Dopo aver spiegato come ha utilizzato i mandati popolari per riformare l’economia, rendendola più ordinata e vicina alle esigenze dell’uomo, e l’ordine costituzionale, trasformando il cristianesimo in un suo pilastro portante, ha voluto evidenziare l’esistenza di una divisione culturale fra l’Europa occidentale e quella centrale. Quest’ultima ha il diritto-dovere di rivendicare la propria peculiare identità, che è essenzialmente cristiana, tradizionalista ed etno-nazionalista, e di ergersi a bastione continentale contro il mondialismo, il multiculturalismo, il melting pot e l’ideologia di genere.

Dovrà essere l’Europa centrale a guida magiara a fermare il declino della civiltà europea che, secondo Orban, è in fase avanzata e si sta manifestando in quattro modi:

  • Perdita dello spirito religioso (scristianizzazione)
  • Perdita della creatività (autocensura e politicamente corretto)
  • Perdita dello spirito d’avventura
  • Perdita dell’attitudine imprenditoriale

Ciascuna di queste manifestazioni, a suo modo, avrebbe determinato la trasformazione della democrazia liberale in una non-democrazia liberale, dove per liberale si intende il semplice fatto che a sostenere questo modello, superato ed anacronistico, siano i partiti che si autodefiniscono liberali. Le non-democrazie liberali si riconoscono dagli attacchi che lanciano contro le libertà di pensiero e di religione nel tentativo di plasmare e distorcere i valori dell’opinione pubblica, omologandoli a quelli dell’elite dominante.

Ungheria ed Europa centrale hanno un solo modo per fronteggiare l’agenda egemonica dei (non) liberali occidentali: proporre un’alternativa che sia capace di resistere alle pressioni e prosperare. Quell’alternativa, secondo Orban, è la democrazia cristiana. Non si tratta di un modello che faccia della Bibbia il cardine della costituzione, aprendo le porte ad un ordine teocratico, quanto di uno che “protegga lo stile di vita maturato dalla cultura cristiana (…) sostituisca l’elite liberale con un’elite democratica cristiana (…) e difenda i valori scaturiti dalla fede, come la dignità umana, la famiglia e la nazione”.

La democrazia cristiana, secondo Orban, è intrinsecamente illiberale in quanto nasce in contrapposizione all’ordine liberale; il significato quindi non riguarda presunte velleità autoritarie ma è legato a questioni ideologiche.

Sarà la storia a dare torto o ragione ad Orban ma, comunque si sviluppi il suo ambizioso progetto, le sue idee, il coraggio di metterle in pratica e il modo in cui le implementa, lo rendono uno degli statisti più lungimiranti e audaci attualmente in circolazione e la prova di ciò è il fatto che stia riuscendo ad internazionalizzare un Paese in via di sviluppo e con scarse risorse umane, materiali e naturali come l’Ungheria.

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