Dieci anni or sono, con la detronizzazione di Muammar Gheddafi in Libia, un’era volgeva al termine: l’era dell’Italia quale baricentro del cosiddetto Mediterraneo allargato. Perché il Mare nostrum, a partire da quel momento, si sarebbe trasformato nel Mare omnium, cioè di tutti. Tutti, ma proprio tutti – Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Qatar, Russia, Turchia e persino realtà nonstatuali, come signori della guerra, terroristi e trafficanti di esseri umani –, tranne noi.

Tornare allo status quo ante bellum non è e non sarà possibile, perché il medioceano dell’Eurafrasia era destinato da tempo a riacquisire l’antico ruolo di crocevia di commerci e civiltà, nonché a diventare uno dei maggiori punti di scarico tensionale di quel processo storico che è la transizione multipolare. Questo è il motivo per cui il Mediterraneo, nel corso di questi dieci anni, è divenuto uno dei teatri-chiave della competizione tra grandi potenze. Competizione che, in quanto antagonisticamente agonistica, l’Italia non è attrezzata ad affrontare, perché priva in primis della volontà, in secundis di mezzi e risorse e in tertiis di una disposizione mentale adeguata.

Se un giorno l’Italia dovesse scoprirsi volenterosa, pronta all’azione e dotata della forma mentis idonea, comunque, le mancherebbe un quarto elemento, parimenti importante ai precedenti: una weltanschauung, cioè una visione del mondo. Perché possedere una visione, per quanto onirica, equivale ad avere una bussola per orientarsi nell’infinitezza del mare, anche quando alto e in burrasca.

Lavorare al concepimento di una weltanschauung che guidi l’Italia nel 21esimo secolo è essenziale, dunque, perché in gioco vi sono il nostro futuro ed il nostro destino. Il compito non è semplice, e il fatto che i lavori nel cantiere siano fermi non è d’aiuto, ma è importante che si trovi un punto dal quale partire. Punto che, in ragione del nostro posizionamento geografico, dovrebbe essere il Mediterraneo, il mare allargato che potremmo continuare a navigare soltanto accettando di restringere significativamente il nostro raggio d’azione.

Ritirata strategica, non bandiera bianca

Dieci anni or sono, non capendo come gestire il fascicolo libico, l’Italia ha perduto l’opportunità unica di teleguidare uno degli eventi più epocali della contemporaneità: la globalizzazione del Mediterraneo. Chiudendosi in se stessa, complice la concomitante transizione verso la Terza Repubblica scaturita dalla fine dell’era Berlusconi, l’Urbe avrebbe perso di vista l’Orbe e favorito inconsapevolmente le agende estere di tutti quegli attori guidati da ambizioni egemoniche sul nostro estero vicino.

Quello che è accaduto, in breve, è che il Mediterraneo allargato – concetto che ha fatto la fortuna e foggiato l’identità dell’Italia primorepubblicana – ha cessato di esistere, di essere praticabile e sostenibile, negli anni del “decennio perduto” del Bel Paese. Mancando la volontà di operare nei teatri pertinenti all’italosfera con assertività e lungimiranza, dalla Libia alla Somalia, la classe dirigente nostrana ha permesso ad altri, ad attori realisti, risoluti e storici, di colmare i vuoti da noi lasciati.

Recuperare il terreno regalato alla concorrenza in una decade è più che irrealistico – è impossibile –, perciò gli ambienti strategici italiani, in luogo di perpetuare il mito del Mediterraneo allargato, dovrebbero lavorare ad un nuovo fine, più consono ai cambi paradigmatici avvenuti in patria e nell’ecumene: la formulazione di un piano per il Mediterraneo ristretto.

I pro del Mediterraneo ristretto

In termini pratici, cioè esplicato esemplificativamente, preferire il Mediterraneo ristretto al Mediterraneo allargato equivarrebbe a ritirarsi strategicamente in quella micro-area geopolitica compresa tra il Mediterraneo centrale e i Balcani occidentali – raggruppante Libia, Tunisia, ex Iugoslavia e albanosfera –, concordando con la Francia i termini di una possibile amministrazione congiunta delle afro-frontiere dell’Europa – cioè Maghreb e Sahel – e ribilanciando, per quanto possibile, l’attualmente asimmetrico matrimonio di convenienza con la Turchia nello spazio ex coloniale italiano.

Ritirarsi strategicamente, in questo momento, significa conservare risorse e forze in vista di un ipotetico ritorno nel lontano futuro nel Mediterraneo allargato – che sarà possibile se e quando la competizione tra grandi potenze condurrà all’esaurimento per logoramento i nostri concorrenti – e di un riorientamento del raggio d’azione nostrano in due teatri-chiave per il nostro futuro: i Balcani occidentali e il mondo turcico.

Mentre il mantenimento dei Balcani occidentali sotto la custodia dell’Italia costituisce un imperativo irrinunciabile – dato che la loro “immediatezza geografica” li rende una perenne opportunità-minaccia per la nostra sicurezza nazionale –, la trasmigrazione nel febbricitante mondo turcico può essere ritenuta un supplemento alla strategia del Mediterraneo ristretto, cioè uno stratagemma utile a ridurre le fisiologiche perdite rilevanti dalla ritirata strategica. Un supplemento sicuro a patto di non infastidire i guardiani di questa realtà –, redditizio – perché trattasi di mercati in via di sviluppo e complementari al nostro – e a costo zero – perché già avvinto dalle centrali elettriche del sistema-Italia, cioè PMI, campioni nazionali e regioni, il cui lavoro di magnetizzazione è stato particolarmente notevole in Azerbaigian, Kazakistan e Uzbekistan.

Sigillati i Balcani occidentali a mezzo di una politica che sia assertiva, presente e trasversale inclusiva di diplomazie della memoria funzionali a ridurre la diffusione dell’ottomania da Sarajevo a Tirana –, e minimizzata la dispersione dell’attenzione nel Mediterraneo allargato attraverso i patti di cogestione con Francia e Turchia, l’Italia potrebbe realisticamente aspirare, a quel punto, al mantenimento del titolo di potenza regionale.

Quando la ritirata è salvezza

La ritirata strategica dal Mediterraneo allargato, di nuovo, non equivarrebbe ad una fuga tout court e non andrebbe letta in termini luttuosi. L’Italia, infatti, risparmierebbe risorse da una parte – placando gli appetiti egemonici di Turchia e Francia attraverso l’accettazione di un ruolo minoritario nella cogestione del Mediterraneo allargato – e (ri)guadagnerebbe terreno dall’altra – direzionando un’attenzione multicanalizzata in teatri tangibilmente attigui, meno conflittuali e meno onerosi.

Dato che la rimodulazione del raggio d’azione diplomatico e geopolitico orientata alla breve distanza potrebbe indurre la concorrenza a misinterpretare la ritirata strategica, cioè ad aumentare le pressioni sull’intera italosfera nella speranza-aspettativa di una nostra satellizzazione completa, l’Italia dovrebbe preparare preventivamente un piano di contingenza. Piano che offrirebbe maggiori possibilità di riuscita se ispirato al modello israeliano delle alleanze periferiche, dunque escludendo dalla ritirata dal Mediterraneo allargato degli avamposti strategici come Bahrein, Libano e Niger.

Una volta sigillato il Mediterraneo ristretto, all’interno del quale andrebbero impedite tutte quelle interferenze straniere suscettibili di cambiare lo status quo a nostro detrimento, l’Italia potrebbe osservare partecipativamente gli sviluppi nel Mediterraneo allargato, vivendoli con una certa serenità – data l’equa ripartizione di uscite, entrate e rischi con Francia e Turchia –, e dedicarsi con alacrità ad un’espansione pacifica tra Caucaso meridionale e Asia centrale (e, magari, Mongolia) che non disturbi Russia e Cina, che ci renda i faccendieri dell’Occidente in loco e che, soprattutto, ci procuri benefici.

Fantapolitica? Non è detto. Campioni nazionali e diplomatici hanno già gettato le basi per la trasmigrazione dell’Italia nel cosmo civilizzazionale turco, e lo hanno fatto proprio negli anni del grande buio, durante il decennio perduto, riparando come e dove possibile ai danni causati dalla catatonia della classe dirigente post-berlusconiana. I contemporanei non hanno che un onere-onore: valorizzare l’eredità ricevuta. Come farlo? Inviando dei segnali potenti al Türk dünyası, come potrebbero essere l’apertura di un consolato a Samarcanda e la richiesta d’adesione al Consiglio Turco.

L’Italia, similmente alla piccola ma lungimirante Ungheria traghettata in Oriente da Viktor Orban, potrebbe scoprire che la geografia non è un limite e che un futuro è possibile al di là del continente, fra Caucaso meridionale e Turkestan, a condizione che si esca dallo stato di dormienza comatosa post-Gheddafi e che si protegga concretamente e visibilmente quella sterminata costellazione di commercianti-diplomatici che lavora alacremente per la tutela del nostro interesse nazionale. La Libia è caduta, il Mediterraneo è perduto, eppure il mondo non è mai stato così a portata di mano.