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L‘intesa cordiale tra Russia e Cina sta erodendo gradatamente le fondamenta del sistema internazionale americano-centrico emerso all’indomani dell’implosione dell’Unione sovietica. La fine del momento unipolare sembra oramai prossima, anche per via del declino sperimentato dagli Stati Uniti in termini di primazia nell’alta tecnologia e nell’intelligenza artificiale, nonché nella dominanza economico-finanziaria a livello planetario, e la prosecuzione dell’asse sino-russo negli anni Venti di questo secolo (e oltre) non potrebbe che fungere da catalizzatore dell’agognata transizione al multipolarismo.

Non v’è settore e/o teatro geopolitico in cui Cina e Russia non stiano collaborando con i comuni obiettivi di corrodere la dominanza multidimensionale e pluricontinentale degli Stati Uniti, accelerare la multipolarizzazione del sistema internazionale e colmare le proprie lacune facendo leva sulla complementarità, sulla ripartizione degli oneri e sulla condivisione di risorse, conoscenze e competenze.

Dall’Artico all’Asia centrale, passando per la corsa allo spazio, la de-dollarizzazione e la Belt and Road Initiative, Mosca e Pechino sembrano aver messo da parte le antiche rivalità nel nome di un interesse supremo, la de-occidentalizzazione del globo con annessa l’entrata della storia in una fase post-liberale, ma dietro alla lucidezza della vetrina si celano sfide, limiti, ostacoli ed incognite tutt’altro che trascurabili e potenzialmente strumentalizzabili da Washington per sfaldare l’intesa cordiale del 21esimo secolo.

Cosa rischia la Cina

Per la Cina avere a che fare con Joe Biden è ben diverso dall’intrattenere una relazione con Donald Trump. È vero: quest’ultimo era un personaggio imprevedibile, spesso riottoso e diplomaticamente esplosivo. Eppure il tycoon aveva un senso degli affari insito nel suo atteggiamento che gli permetteva di scendere a compromessi anche con i più acerrimi rivali. Con Biden il discorso è ben diverso. Il presidente democratico è un fautore del tradizionale modus operandi statunitense, cioè di quella visione che non ammette deviazioni dal percorso principale. Democrazia, libertà e diritti umani sono le tre bussole polari chiamate a orientare le decisioni di Washington, e chiunque non ne sia in possesso non è degno di far parte della schiera dei “buoni”.

La Cina, governata dal Partito comunista cinese, custode di un sistema valoriale sui generis nonché portatrice di un esperimento politico diametralmente opposto alle liberal-democrazie occidentali, è considerata dagli analisti statunitensi – a torto o ragione – la minaccia più pericolosa per il futuro del Paese. In un contesto del genere, il margine diplomatico cinese è costretto a fare i conti con importanti margini restrittivi. Attenzione però, perché le multinazionali Usa – che nell’immenso mercato cinese hanno trovato una sorta di Eden – non hanno certo intenzione di vanificare una fonte di guadagno assicurato.

Tra pressioni e linee rosse

Da questo punto di vista, il possibile punto di debolezza cinese nei confronti degli Stati Uniti di Biden potrebbe essere rappresentato dall’esplosione di una qualche tensione militare. Del resto il Mar Cinese Meridionale è una polveriera, tra isole contese e rivalità incrociate; c’è la questione taiwanese che rischia di deflagrare da un momento all’altro; il nodo Corea del Nord è sempre in attesa di essere sciolto (e non si vedono soluzioni pronte all’uso all’orizzonte); la presunta violazione dei diritti umani nello Xinjiang ha acceso mille polemiche; e poi c’è sempre da pesare la pericolosità dell’eventuale rafforzamento militare del Dragone – come lo chiamano gli esperti Usa.

Nel caso in cui uno di questi breaking point dovesse saltare in aria, allora, a quel punto, non ci sarebbero più ragioni economiche capaci di fungere da diga. La sensazione è che, da qui ai prossimi anni, gli Stati Uniti aumenteranno la loro pressione nello scacchiere asiatico, cercando di infilarsi nelle questioni irrisolte per contrastare l’ascesa cinese nella regione. Pechino dovrà essere abile a non cedere alle provocazioni e, al tempo stesso, a non superare linee rosse pericolosissime. È ovvio, poi, che qualsiasi ipotetica rottura delle relazioni sino-americane avrà inevitabili ripercussioni anche sul legame sino-russo. La Cina può infatti contare su un alleato, non di ferro ma quanto meno interessato affinché l’influenza di Washington sia tenuta a bada da una valida alternativa.

Chi si aspettava che Biden portasse un disgelo nei rapporti Usa con la Cina era fuori strada. Il neo presidente americano, al contrario, ha cercato (e sta cercando) in tutti i modi di isolare diplomaticamente la Cina. In che modo? Prima calamitando a sé l’Unione europea, in modo tale da limitare l’azione cinese nel Vecchio Continente. Poi creando solide alleanze nell’Indo-Pacifico, rafforzando il Quad, dando sostegno e vicinanza a India, Giappone, Corea del Sud e Australia. Basterà una gabbia del genere per tenere a bada il Dragone del XXI secolo?

I timori della Russia

Tre sono gli scenari che intimoriscono e preoccupano maggiormente il Cremlino – e i primi due potrebbero essere sfruttati dall’amministrazione Biden – quando si tratta di pronosticare il futuro dell’attuale rapporto di cooperazione avanzata, quasi simbiotica, con lo Zhongnanhai:

  • L’involuzione dello scheletro dell’asse dalla paritarietà ad un’asimmetria irreversibile e terribilmente sbilanciata a favore della Cina, che trasformerebbe la Russia in un socio di minoranza ad autonomia limitata, nel migliore dei casi, o in un satellite abulico, nel peggiore degli scenari;
  • La colonizzazione informale di Siberia ed Estremo Oriente da parte della Cina a mezzo di immigrazione (arma demografica) ed investimenti (arma economica), che nel migliore dei casi aumenterebbe l’attrattività e l’interconnettività della Russia asiatica, riducendo persino gli oneri gestionali al Cremlino, ma che nel peggiore – e più probabile – degli scenari condurrebbe alla diffusione di sentimenti e movimenti secessionistici, alimentati (e legittimati) dal mutamento del panorama etnico, o al risveglio delle antiche dispute territoriali, dall’Amur a Vladivostok;
  • La fine traumatica (ed esplosiva) dell’intesa cordiale provocata da un’oculata utilizzazione di suddette contraddizioni e fobie da parte degli Stati Uniti, ovvero una riproposizione della carta Kissinger nel nuovo secolo.

I timori della Russia sono più che giustificati, come dimostrano l’arresto di cittadini arruolati dal Politburo per trafugare documenti coperti dal segreto di Stato, la crescente asimmetria in una varietà di settori – come commercio, armamenti, turismo e investimenti – e l’immensa pressione demografica percepita lungo le estremità meridionali della Siberia – dove sei milioni di russi bordeggiano con oltre novanta milioni di cinesi –, accentuata da un lungo passato di dispute armate – le prime nel 17esimo secolo e l’ultima nel 1969 – e da un presente non meno conflittuale a base di disboscamenti illegali, roghi e acquisizioni predatorie di terreni ed attività.

Questioni squisitamente bilaterali a parte, Russia e Cina saranno chiamate, prima o dopo, presto o tardi, ad affrontare la prova della storia, ovvero il fato dell’intesa cordiale nel dopo-Xi e nel dopo-Putin. Perché non è detto che i futuri inquilini del Cremlino e dello Zhongnanhai avranno gli stessi intenti e le medesime visioni degli attuali presidenti russo e cinese, coloro ai quali si deve la trasformazione del Trattato di amicizia e buon vicinato del 2001 nel trampolino di lancio verso il partenariato strategico più incisivo del nuovo secolo. Frizioni, inoltre, potrebbero emergere per quanto riguarda l’integrazione tra l’Unione economica eurasiatica e la Nuova Via della Seta, la co-gestione dell’Asia centrale e il dinamismo cinese tra Artico, Balcani e paragrafo europeo dello spazio postsovietico.

Gli Stati Uniti, impegnati a preservare il proprio sistema egemonico e attenti a catturare ogni segnale di attrito tra i due “amici per forza”, più legati da necessità contingenti che da volizioni genuine, sono e saranno lì, pronti a strumentalizzare ogni incomprensione e antipatia nella speranza-aspettativa di trasformarle in odio grazie alla carta Kissinger e allo spettro sempreverde dell’Amur, il luogo che ha dato i natali a (quasi) ogni guerra tra Russia e Cina sin dalla seconda metà del Seicento.

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