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Che le cose si mettessero male per la presidente brasiliana Dilma Rousseff è stato chiaro sin dall’inizio. I deputati, che si sono avvicendati al microfono divisi in blocchi per Stato di appartenenza, hanno fatto segnare sin da subito un netto vantaggio per i “si” all’impeachment. Quando anche gli esponenti dei partiti ex alleati della Rousseff o che avevano promesso appoggio alla presidente fino a poche ore prima hanno iniziato a votato a favore, ai filo governativi è apparso chiaro quanto a sconfitta sarebbe stata netta.Alla fine di una sessione di voto per nulla ortodossa, con momenti surreali, cori da stadio, accuse, sputi e offese da bar, i voti a favore della messa in stato d’accusa del presidente sono stati 367. Ne bastavano 342 per superare i due terzi richiesti per l’approvazione e il passaggio del pallino al Senato. Dopo la formazione di una commissione speciale, tra una decina di giorni gli 81 senatori voteranno a maggioranza semplice. In caso di approvazione, data ampiamente per scontata, la presidente sarebbe allontanata per 180 giorni. In questo periodo di reggenza del vicepresidente Michel Temer. Sempre in Senato si celebrerebbe il ‘vero’ processo di impeachment davanti a una ‘corte’ presieduta dal presidente del Supremo Tribunale Federale, Ricardo Lewandowski.I lavori alla Camera terminate con il primo significativo “si”, sono stati chiusi quando in Italia erano circa le 4 del mattino, al termine di una estenuante battaglia parlamentare. Nonostante infatti nel corso dei precedenti due giorni di dibattito i 513 deputati avessero già avuto la possibilità di prendere la parola, al momento del voto tutti hanno rilasciato una nuova dichiarazione di intenti. Il momento più grottesco del dibattito: c’è chi ha dedicato la propria decisione a mogli, figli, genitori o al compleanno della nipotina. Chi ha dedicato ai tossicodipendenti, alla propria città o a fondamenti religiosi. E c’è anche chi come il deputato Jair Bolsonaro ha dedicato il suo voto per l’impeachment in memoria del generale Ustra, il torturatore della ‘presidenta’ all’epoca della dittatura, quando Dilma era guerrigliera.La seduta parlamentare è stata coperta con una diretta fiume da tutte le televisioni del Paese. In molte città davanti ai numerosi maxischermi allestiti in piazza per seguire l’evento, ogni “sim” o “nao”  è stato accompagnato da urla di giubilo come a un rigore segnato dalla nazionale di calcio. Un clima da stadio, che bene rappresenta la spaccatura creatasi nella popolazione sin dall’inizio delle contestazioni, fomentate dai partiti politici favorevoli alla radicalizzazione dello scontro.La sensazione assistendo alla postura dei politici e alla reazione dei cittadini, è che molto si sia pensato all’oggi e poco al domani. Il Brasile, dopo il primo fondamentale voto favorevole all’impeachment presidenziale, è molto più instabile e fragile di prima, in un caos politico-istituzionale caratterizzato dall’odio reciproco, nel quale difficile sarà trovare soluzioni alla crisi economica che attanaglia il Paese. L’incognita sulle prossime settimane, non fa altro che aumentare la preoccupazione. Per quanto è vero poi che siano stati i maxi scandali di corruzione a favorire la crisi di governo, con le priorità economiche molto più impellenti, non c’è da attendersi che venga fatto molto a stretto giro contro la corruzione. E il parlamento brasiliano è forse il luogo meno adatto per discutere di questi temi. Nella camera bassa brasiliana ad avere problemi con la giustizia in generale sono ben 299 deputati. Nell’inchiesta sul sistematico giro di tangenti tra imprese private, partiti e Petrobras, figurano 150 deputati indagati per corruzione, riciclaggio di denaro sporco e associazione per delinquere. Quasi tutti i partiti sono coinvolti nell’inchiesta “Lava Jato” e, personalmente, lo sono i vertici istituzionali.Ragionando per assurdo, si potrebbe materializzare a breve una situazione di impeachment permanente. In caso di ok anche al Senato per la messa in stato d’accusa di Dilma, sulla poltrona più alta andrebbe a sedersi l’attuale vice di Dilma Michel Temer. Indagato per corruzione, potrebbe anche per lui teoricamente arrivare una richiesta di Impeachment. Terzo in linea di successione sarebbe a quel punto il presidente del Senato Renato Calheiros, anche lui però coinvolto nell’indagine. Dietro di lui poi il presidente della camera Eduardo Cunha, pure accusato di aver ricevuto tangenti. Una congiuntura allucinante che non fa bene al Paese.Il futuro è a tinte fosche in cui la sola certezza è l’instabilità. Il tempo intanto scorre inesorabile e la mancanza di risposte rapide ai problemi pratici sarebbe deleteria. Chiunque esca vincitore dalla partita politica, si troverebbe alla guida di un paese in rovina, con una frammentazione parlamentare terribile. Una possibilità per ovviare a questo scenario sarebbe quella elettorale. Qualcosa che potrebbe stare bene in fondo un po’ a tutti. La radicalizzazione ha definito bene l’elettorato. Le opposizioni sconfitte alle ultime elezioni sono ora più forti e i cittadini vicini al Pt molto più motivati rispetto a un anno e mezzo fa. Dilma Rousseff è al 10% dell’apprezzamento da parte della popolazione e una sua candidatura sarebbe fallimentare. E a quel punto potrebbe materializzarsi la possibilità da tempo ventilata di vedere alla guida del Pt e nuovamente candidato presidente Lula da Silva. Il vero bersaglio politico delle opposizioni visto il suo carisma e vista l’approvazione della quale gode in ampi settori della società, soprattutto quelli più poveri, dove nonostante le accuse di corruzione è ritenuto una sorta di eroe nazionale. Le possibili dimissioni di Dilma aprirebbero di fatto a questa nuova fase.

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