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Mario Draghi, fin dalla sua ascesa al governo, si è contraddistinto come uomo estremamente pragmatico. Il bilanciamento di un’ampia coalizione politica e la natura delle sfide che il suo esecutivo si trova ad affrontare impongono riflessioni bilanciate e scelte capaci di capitalizzare le opportunità politiche del momento. Ne è un caso la costruzione di una crescente convergenza tra Roma e il governo francesesulla questione dei vaccini: dopo uno scontro con Emmanuel Macron e Angela Merkel sull’esportazione di vaccini fuori dall’Europa Draghi ha fatto asse con l’inquilino dell’Eliseo sul fronte del contrasto alla strategia tedesca su AstraZeneca e per mezzo del ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti sta costruendo una sponda con il Commissario europeo all’Industria, il francese Thierry Breton, sulla politica industriale finalizzata alla produzione dei sieri anti-Covid nel continente europeo.

La “sfida francese“, per l’Italia, vuol dire competizione e cooperazione, rivalità e partenariato, dialogo a tutto campo. Senza ignorare le divergenze, le mire egemoniche spesso riproposte da Parigi sull’economia italiana, le insidiose minacce indicate più volte dal Copasir e dal centrodestra italiano sulle possibilità di scalate della finanza transalpina ai campioni nazionali, Italia e Francia possono dialogare. Tecnologia, difesa, lotta alle regole dell’austerità, sostegno a un’agenda comune mediterranea: i campi di confronto sono molti, e Leonardo Palma su Formiche ha sottolineato che la demilitazione degli interessi comuni potrebbe portare Draghi a ritenere conveniente il rilancio del progetto di Trattato del Quirinale.

Questi progetti, però, hanno senso e sono realizzabili finché Roma guarderà a Parigi senza timori reverenziali, senza sentirsi il fratello minore di fronte all’ingombrante vicino transalpino, senza tentazioni per una comoda sudditanza. Troppe volte, in passato, settori della politica italiana hanno implicitamente avallato questa sensazione di minorità nei rapporti con Parigi, e hanno avuto il loro epicentro nel Partito Democratico e in un centro-sinistra in cui il “partito francese” è ben radicato. Avendo come suo esponente di punta Enrico Letta, tornato per succedere alla segreteria di Nicola Zingaretti proprio da una lunga esperienza oltralpe, che lo ha portato a essere docente a Sciences Po a Parigi e a divenire molto ascoltato dalle parti dell’Eliseo.

L’esordio di Letta, entrato in gamba tesa su Matteo Salvini e la Lega sul fronte del Decreto Sostegni, non è piaciuto alle forze di centrodestra e potrebbe in un certo senso dimidiare la strategia di Draghi verso Parigi. Verso Letta, nota La Stampa, i sospetti sono particolarmente forti nel Carroccio, trovatosi a gestire una nuova e storicamente innaturale compresenza nell’esecutivo col Pd: Letta, è il ragionamento che fanno i leghisti, “sbarca in Italia dopo una lunga permanenza a Parigi, si impossessa del Pd e comincia a produrre tossine, destabilizza la maggioranza: è il ‘cavallo di Troia’ di qualcuno Oltralpe che vuole indebolire Draghi? Vengono fatti notare il legame di Letta con i francesi e i cacattivi rapporti tra Macron e Draghi, quando quest’ultimo era al vertice della Bce”. Insomma, nella Lega serpeggia il timore che Macron e i suoi, interessati a rafforzare la presa francese su dossier quali Stellantis, Naviris, Borsa Italiana, non abbiano in fin dei conti escluso l’idea di pensare a Roma come a un junior partner, se non a un satellite.

Forse i timori leghisti sono, in questa fase, troppo accentuati. E non per la mancanza di una certa predisposizione di Letta a vedere come punto di riferimento una Francia che, troppo spesso, il Pd nella sua interezza ha difeso acriticamente in nome del suo riflesso europeista. Quanto piuttosto per la natura dell’esecutivo guidato da Draghi. Uomo che, come detto precedentemente e come sostenuto da StartMag, fa del pragmatismo la sua Stella Polare ma vuole, al contempo, trovare un equilibrio tra le forze che compongono il suo esecutivo e ottenere la massima stabilità per permettergli una tranquilla navigazione.

In questo contesto, l’asse tra Lega e Forza Italia interno all’esecutivo rappresenta, complici le crisi interne a Pd e Movimento Cinque Stelle, la vera forza di stabilità del governo. E dunque il necessario punto di riferimento per le mediazioni programmatiche portate avanti da Draghi. Gli attacchi di Letta a Salvini, in quest’ottica, a Palazzo Chigi sono letti come un pericoloso gioco politico sulla pelle dell’esecutivo. Che giocoforza porterà Draghi e la parte pragmatica del governo, che proprio in leghisti e forzisti si sta massimamente sostanziando in questa fase, a convergere sui dossier chiave: e questo vale anche per i rapporti con la Francia. Condotti dall’ufficio personale del premier e da un ministro, Giorgetti, facente riferimento proprio al Carroccio.

La tendenza francese a ritenere Roma minoritaria è di lungo periodo e persisterà: danneggiando la coesione interna al governo Draghi Letta non si accorge di star minando il potere negoziale e la forza di un esecutivo che vuole fare del rapporto diretto e dialogante con Parigi un perno della sua strategia negoziale in Europa. Nella consapevolezza che, prossima all’uscita di scena Angela Merkel, Draghi e Macron dal prossimo autunno saranno due figure di riferimento per gli assetti del Vecchio Continente. Mentre continua a bearsi del fatto che quello Draghi è il “nostro governo”, il Pd di Letta non si accorge che, piuttosto che chiedere agli altri partiti di giustificare la loro presenza in nome dell’europeismo dentro l’esecutivo, per il Paese sarebbe meglio che anche dal campo progressista venissero proposte costruttive per l’interesse nazionale e non solo logiche di tattica di breve periodo. Ironia della sorte, i “responsabili” dem si trovano di fronte al ruolo di forza perturbatrice e privi del controllo del pallino del gioco. E anche nei rapporti con Parigi questo loro cortocircuito può destabilizzare l’azione dell’esecutivo. Nell’era del pragmatismo targato Draghi, Letta e i suoi dovranno pesare ogni affermazione con cura in futuro.