Sembrano lontani i tempi delle proteste del parco di Gezi, che nel 2013 diventarono il simbolo della presunta rivoluzione generazionale contro l’allora nascente autocrazia islamisteggiante di Recep Tayyip Erdogan. Oggi, a sette anni di distanza dal parco di Gezi e a quattro dal debole tentativo di golpe del morente stato profondo, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo è tornato ad attrarre nuovi iscritti e il maggiore successo sta venendo riscosso tra i giovani: un cambiamento epocale.

Oltre mezzo milione di nuovi iscritti nel 2020

Il 17 settembre è stato rivelato lo stato di salute attuale del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP). Da gennaio a settembre dell’anno in corso 601mila cittadini hanno deciso di prendere la tessera dell’Akp, la metà dei quali ha un’età compresa fra i 18 e i 25 anni, e il partito è tornato a crescere, dopo anni di declino, raggiungendo quota 10 milioni e 500mila iscritti.

Si tratta di una cifra ragguardevole la cui rilevanza è comprensibile soltanto prendendo in considerazione i dati degli anni scorsi: dal dopo-golpe al 2019 l’Akp aveva subito una vera e propria emorragia, registrando una perdita media di quasi un milione di tesserati su base annua; fra settembre 2018 e settembre 2019 gli iscritti totali erano diminuiti da 10 milioni e 720mila a 9 milioni e 870mila.

I numeri resi noti questo mese sono estremamente importanti perché sono il segno che la tendenza discendente dell’Akp sembrerebbe essersi fermata e che, anni di indottrinamento morbido e la svolta islamista dell’ultimo anno, consacrata dalla conversione in moschea di Santa Sofia, stiano iniziando a produrre effetti, soprattutto sui giovani, ossia sul futuro per antonomasia.

Erdogan, nel commentare i numeri, ha dichiarato che si tratta del risultato più evidente della strategia di ringiovanimento dell’Akp, che dal dopo-golpe ha iniziato a delegare il compito del proselitismo alle associazioni territoriali, dando vita a degli appuntamenti fissi, come congressi, tavole rotonde e altri eventi, che “fino ad oggi [hanno avuto luogo] in 577 distretti, ossia nel 59% di tutti i distretti”.

Le possibili ragioni

Le più autorevoli riviste specializzate e centri studi occidentali, da Foreign Policy al Centro Begin-Sadat, sostengono che la generazione Z, alla quale appartengono i nati dal 1995 in poi, potrebbe essere il vero fattore di svolta nella politica turca, quello che potrebbe determinare la fine dell’era Erdogan e il ritorno della Turchia in Occidente, ossia al kemalismo. Il momento della verità sarà fra tre anni, ossia quando si terranno le nuove parlamentari e le prossime presidenziali – e sarà anche l’anno in cui cadrà il centenario della repubblica.

L’inversione di tendenza registrata quest’anno potrebbe essere il segno che, ancora una volta, gli analisti politici occidentali hanno difficoltà a comprendere la realtà turca. L’errore più grave è quello di ritenere Erdogan un fenomeno degli anni 2000, un trasformista che a seconda dell’esigenza e degli umori elettorali alterna ambizioni europeiste, eurasiatiste e islamiste. Si tratta degli stessi analisti che hanno visto nella conversione in moschea di Santa Sofia uno specchietto per le allodole con cui distrarre l’opinione pubblica dalle turbolenze economiche, dimenticando o ignorando completamente che Erdogan covasse quel sogno sin dal 1994.

Erdogan è lo specchio della Turchia profonda, uno spaccato significativo della nazione ancorato ai valori islamici e che continua a considerare l’Occidente in termini antagonistici per ragioni storico-culturali, ancor prima che politiche. La rivolta culturale che è culminata nell’ascesa al potere del sultano è iniziata nelle fasi immediatamente successive alla morte di Ataturk e ha avuto due apogei che si fatica a ricordare: l’ascesa di Adnan Menderes, il carismatico teologo del panturchismo destituito dalle forze militari nel 1960 e giustiziato l’anno seguente, e il breve paragrafo di Necmettin Erbakan, il mentore di Erdogan e padrino del neo-ottomanesimo, eletto dal popolo quale primo ministro nel 1996 e detronato dall’esercito a un anno dall’insediamento.

I giovani nati dal 1995 in poi, per quanto possa nascondere del vero la tesi secondo cui siano più liberali delle generazioni che li hanno preceduti, stando ad un sondaggio recentemente effettuato da uno dei massimi esperti del settore, Recep Guven, non nutrirebbero un amore particolare per la democrazia. Lo studio, ripreso dal Centro Begin-Sadat in un lungo approfondimento che prova ad unire le diverse opinioni degli accademici turchi circa le tendenze politiche della generazione Z, ha concluso che “il 35.7% dei giovani turchi vuole un capo autoritario, il 45.4% preferirebbe un capo nazionalista e il 35.5% voterebbe per un politico kemalista”.

Fra tre anni sette milioni di giovani, ossia il 12% dell’elettorato attivo, potranno recarsi alle urne per la prima volta ed esercitare il proprio diritto di voto: sarà il momento della verità in cui sarà possibile capire, in maniera definitiva, se ha ragione chi crede che il fenomeno Erdogan sia antistorico e transitorio e chi pensa che sia da leggere come l’espressione della Turchia profonda, tanto silenziosa quanto incompresa.

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