La nuova escalation tra Israele e Hamas ha messo in evidenza la debolezza della diplomazia occidentale, incapace di avere un ruolo incisivo e di porre fine alle ostilità. Né gli Usa, né Ue e Onu sono riusciti a riportare la calma in Medio Oriente a causa di divisioni interne o scarso interesse verso il dossier israelo-palestinese. Il vuoto della diplomazia occidentale è stato però riempito da altri attori, primi fra tutti la Cina.

Il fallimento di Biden

La risposta del presidente americano all’escalation tuttora in corso è stata tardiva e poco incisiva. Joe Biden è intervenuto tardi, limitandosi a ribadire il pieno sostegno degli Usa a Israele e sottolineando il diritto a difendersi dello Stato ebraico, senza dedicare particolare attenzione alla sorte dei civili palestinesi. Gli Usa tra l’altro hanno tardato anche nell’inviare in Israele un loro rappresentante che potesse discutere per lo meno con la controparte israeliana: il posto di ambasciatore degli Stati Uniti a Gerusalemme è ancora vacante e Biden non ha più fatto menzione della riapertura del Consolato generale per i rapporti con l’Autorità nazionale palestinese. La nuova amministrazione si è limitata ad inviare a Gerusalemme il vice segretario per gli affari israelo-palestinesi, Hady Amr, e non ha canali di comunicazione diretta con Hamas. Da qui la mediazione sempre più necessaria dell’Egitto.

Ben poco effetto hanno avuto anche le chiamate di Biden con il primo ministro israeliano. Il presidente americano negli ultimi giorni ha insistito per il raggiungimento di una tregua, ma nemmeno l’imbarazzo derivante dall’abbattimento della torre in cui avevano sede i media internazionali a Gaza è bastato a far indietreggiare Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano è intenzionato ad andare ancora avanti con i raid e ha fatto capire di voler sospendere le ostilità solo dopo aver inflitto un duro colpo alle capacità militari e organizzative di Hamas.

Ma l’ultima escalation tra Israele e Gaza non rappresenta na priorità per Biden. La nuova amministrazione ha diretto la sua attenzione a oriente, cercando di uscire dal pantano mediorientale e delegando ad altri attori regionali il compito di mantenere lo status quo nell’area. Unico dossier mediorientale su cui gli Usa sono disposti ad impegnarsi resta quello del nucleare iraniano, ma Biden deve fare i conti non solo con la realtà sul campo ma anche con le pressioni del suo partito. Una parte dei democratici chiede al presidente di intervenire con maggiore forza, facendo leva sullo storico rapporto di amicizia con Israele per evitare che il numero dei morti continui a salire. Ma Biden non sembra intenzionato ad usare le leve a sue disposizione per costringere Israele ad accettare una tregua.

L’impotenza di Ue e Onu

Ad essere del tutto impotenti sono invece Unione europea ed Onu. L’Alto rappresentante Josep Borrell ha impiegato una settimana per riunire “d’urgenza” i ministri degli Esteri dei 27 in una conferenza informale. Il risultato, come ci si aspettava, è stato particolarmente deludente: Borrell ha riconosciuto che tra gli Stati membri ci sono posizioni diverse e non è stato possibile nemmeno rilasciare una dichiarazione congiunta a causa dell’opposizione dell’Ungheria.

Per l’Alto rappresentante la priorità è l’attuazione di un cessate il fuoco al fine di proteggere i civili e dare pieno accesso umanitario a Gaza, con lo scopo ultimo di arrivare ad una vera soluzione politica del conflitto. Eppure l’Ue, così divisa al suo interno e per tanto irrilevante sul piano geopolitico, non sarebbe in grado di dare alcun contributo alla pacificazione dell’area. Un dato ancora più rilevante se si considera il ruolo che l’Unione aveva invece ricoperto in occasione degli Accordi di Oslo e la sua partecipazione al Quartetto per il Medio Oriente.

Non è andata certo meglio alle Nazione Unite. Le tre riunioni del Consiglio di Sicurezza si sono concluse con un nulla di fatto a causa del veto degli Stati Uniti, che non hanno permesso ai Quindici di rilasciare un comunicato congiunto. L’opposizione americana è diventata motivo di scontro con la Cina, che detiene la presidenza di turno del Consiglio.

Le mosse della Cina

Pechino ha accusato gli Usa di star “intralciando la giustizia internazionale” e di usare un “doppio standard” per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, elemento chiave della politica estera promossa da Biden.

Ma la Cina non si è limitata a condannare l’operato degli Stati Uniti. La Repubblica popolare si è offerta di mediare tra Israele e Hamas e di ospitare i colloqui tra le due parti. Nello specifico, la proposta cinese si articola in quattro punti: cessate il fuoco, assistenza umanitaria, supporto internazionale da parte di Onu, Lega araba e Organizzazione per la cooperazione islamica, ripresa dei colloqui la soluzione dei due Stati e la creazione di uno Stato palestinese entro i confini del 1967 con Gerusalemme est come capitale.

Non è la prima volta che la Cina interviene nella questione israelo-palestinese, ma mai prima d’ora aveva preso una posizione così decisa. Ad influire sull’atteggiamento cinese sono gli interessi economici nell’area, aumentati da quando ha preso il via il progetto della Belt and Road Initiative. Ma Pechino può contare da tempo su rapporti stabili sia con Israele che con la Palestina e sa di poter usare questo capitale relazione per mediare tra le parti. Nel caso dello Stato ebraico i rapporti sono principalmente economici e si concentrano in particolare nei settori delle infrastrutture e dell’high tech, mentre quelli con la Palestina nascono su base ideologica e proseguono tutt’oggi per motivi più geopolitici.

Ma il ruolo di broker diplomatico che la Cina sta cercando di ritagliarsi porta con sé dei problemi. Pechino ha sempre fatto della non ingerenza nelle questioni interne degli altri Paesi uno dei pilastri della sua politica estera, ma mediare tra Israele e Hamas e rinnovare i colloqui per la creazione di due Stati richiede tutt’altro tipo di approccio.

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