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Il 14 gennaio a Tunisi è festa: scuole chiuse, città che rallenta il suo consuetudinario ritmo feriale con diversi locali pieni di gente che sfruttano le chiusure degli uffici per incontrare amici e parenti. Si festeggia, non solo nella capitale ma anche in tutto il paese, il giorno della rivoluzione. Quest’anno è l’ottavo anniversario: il 14 gennaio 2011 infatti, inizia quella che poi passa alla storia come “Rivoluzione dei gelsomini”, la prima di quelle che scuotono il mondo arabo e che fanno oggi parlare delle famose “primavere”. Ma la festa dura poco. Il 17 gennaio a Tunisi c’è di nuovo gente in strada ed uffici e negozi lavorano solo parzialmente. Questa volta non per la festa, bensì per uno sciopero. Ed ecco dunque il clima che si respira attualmente in Tunisia: si commemora l’anniversario di una data concepita come l’inizio di una nuova era per il paese, ma tre giorni dopo appena la realtà si dimostra completamente diversa con lavoratori e classe media sempre più allo stremo. 

La rivoluzione tradita

 Nel dicembre 2010 un ragazzo che di professione fa il venditore ambulante,  Mohamed Bouazizi, si suicida in piazza dinnanzi la sede del governatorato di Sidi Bouzid. La notizia del gesto estremo del giovane in poche ore si diffonde in tutto il paese ed è la goccia che fa traboccare il vaso. Scoppiano proteste, si palesa l’insofferenza di un paese con un’età media molto bassa ma dalla forte disoccupazione giovanile. Implode quindi una Tunisia che affronta gravi problemi economici e sociali. Il presidente Ben Alì diventa il principale bersaglio. La protesta dilaga, anche l’esercito si unisce ai manifestanti, nelle piazze c’è la volontà e l’entusiasmo di un popolo che spera di migliorare le proprie condizioni di vita. Al tempo stesso, gli slogan iniziano ad essere a favore di un cambio di regime. Non si vuole più il governo quasi monopartitico di Ben Alì, si chiede una democrazia reale e compiuta con più formazioni politiche in grado di rappresentare l’elettorato in parlamento. 

Alla fine, in quel 14 gennaio 2011, Ben Alì viene costretto alle dimissioni e ad andare via dal paese. Dopo due settimane intense di protesta, con morti e feriti sul campo, il presidente dopo più di 30 anni di potere lascia lo scettro. Certo, è vero che la transizione del potere in Tunisia appare meno traumatica che da altre parti. Non ci sono colpi di Stato, come nell’Egitto post Mubarack, né disintegrazione delle istituzioni come nella confinante Libia. Questo perchè la Tunisia ha già un’ossatura statale molto forte e radicata nella società, ma non è possibile parlare nemmeno di successo di quella rivoluzione. Quello di una Tunisia libera e democratica, dove per la prima volta nel mondo arabo si giunge ad una democrazia parlamentare vera e propria, è solo uno spot. In realtà i tunisini appaiono fortemente sfiduciati. Nelle ultime amministrative ad esempio, a Tunisi in alcuni quartieri va alle urne soltanto il 15% della popolazione. I governi post Ben Alì appaiono spesso traballanti e divisi su molte questioni ideologiche. Oggi i tunisini sembrano non solo scontenti, ma anche disillusi. 

Un’economia sempre più difficile e lo spettro dell’austerity 

Ma ciò che preoccupa maggiormente i tunisini è l’economia. Oggi si sta peggio di otto anni fa. E se nei primi anni post Ben Alì questo può essere accettato, per via di una transizione che causa il collasso nel comparto turistico e fisiologici problemi amministrativi, oggi invece la popolazione vede la certificazione del fallimento. Il nuovo sistema politico non riesce ad affrontare i problemi della Tunisia: corruzione, povertà, disoccupazione giovanile, una società decisamente a rischio deflagrazione. Certo il paese nordafricano rimane comunque con delle sue peculiarità positive rispetto al contesto circostante, tra uno Stato nel bene e nel male ancora in piedi ed una nazione che mostra cenni di dinamismo sia sociale che economico. Ma alla lunga ciò che mina dalla base la buona riuscita della rivolta di otto anni fa, è la disillusione per un’economia che arranca e che non migliora.

Lo sciopero di giorno 17 proclamato dal sindacato dell’Unione Generale dei Lavoratori ha successo. Dopo le frasi di retorica e circostanza del 14 gennaio, pronunciate in varie parti del paese per le celebrazioni dell’anniversario della rivoluzione, lo sciopero generale richiama alla cruda realtà. In tanti aderiscono, molti tornano in strada per chiedere migliori condizioni di vita. In questi anni la Tunisia vede un susseguirsi di numerose manifestazioni, a dicembre un altro ragazzo (il giovane giornalista Abderrazek Rezgui) emula Mohamed Bouazizi dandosi fuoco in piazza a Kasserine, segno che la situazione rischia di implodere. Lo spettro più duro riguarda l’austerity, promossa anche in questa sponda del Mediterraneo dopo gli ultimi programmi dell’Fmi che prevedono prestiti in cambio di riforme lacrime e sangue. Aumentano i prezzi dei beni di prima necessità, si rischiano licenziamenti, la disoccupazione giovanile raggiunge cifre da capogiro. Il sindacato punta il dito proprio contro i programmi di austerità ed i piani che dal 2016 il governo ancora alle indicazioni dell’Fmi. In poche parole, la rivoluzione è tutt’altro che compiuta. I problemi della Tunisia di oggi appaiono ancora più gravi di quelli dell’era di Ben Alì. 

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