Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Nonostante siano trascorsi 10 anni dallo scoppio della Primavera Araba gli effetti e le conseguenze scaturite sono ancora ben tangibili sull’intera area del Mediterraneo. Le ripercussioni hanno avuto incidenza su più fronti: da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello della sicurezza.

Gli effetti positivi della Primavera Araba

Il 2011 è la data che tecnicamente segna l’inizio delle proteste nei paesi arabi, ma cosa c’è  dietro questa reazione? Sicuramente la presa di coscienza del popolo, della gente comune, che ha iniziato a portare in piazza le proprie idee, i propri ideali e i principi dichiarandosi pronta a lottare pur di vederli affermati. Come una presa di coscienza maturata all’improvviso ma formatasi da molto tempo, le popolazioni arabe hanno ritenuto che fosse il momento giusto per manifestare la consapevolezza sulla necessità di dare una svolta al sistema governativo. Non più essere governati dai “rais”, ma essere i protagonisti di un cambiamento radicale e con esso di un nuovo modo di governare e fare politica. Tutto questo  in un territorio caratterizzato da tanti punti di debolezza ma al contempo da tutte le potenzialità per uscirne fortificato. Queste ideologie hanno animato battaglie civili e lunghi periodi di scontri.  Dopo quasi dieci anni non c’è ancora però uno spiraglio di luce. Si continua a lottare e la situazione socio politica è ancora instabile con effetti economici devastanti sul tutto il territorio.

Tunisia: l’emblema dell’instabilità

Nonostante la Primavera Araba abbia rappresento il “risveglio” della popolazione che è divenuta consapevole della possibilità di rivendicare le proprie ideologie, i principi che hanno animato le battaglie non hanno sortito gli obiettivi sperati. Paese emblematico di questo fallimento è la Tunisia le cui condizioni non sono proprio delle migliori: negli ultimi anni ha assistito infatti alla fuga di migliaia di giovani, soprattutto verso l’Europa. Senza andare lontano, quest’anno su 33.568 migranti giunti sul territorio italiano dall’altra parte del Mediterraneo, ben  12.816 sono rappresentati dai tunisini. E dire che la Tunisia è considerata come il miglior esperimento della Primavera Araba, dal momento che è stato il primo Paese a scendere pacificamente in piazza ed è stata la prima nazione in cui si è vista la nascita di un sistema multipartitico con un avvicinamento alle democrazie occidentali. Ma affinché si possa parlare di un sistema politico stabile sulla scia dei Paesi democratici, ci sarà ancora molta strada da percorrere.

“L’esperimento tunisino – ha dichiarato a InsideOver l’esperta di politica mediterranea Michela Mercuri – ci dimostra che non si può portare a termine una rivolta popolare se non ci sono le condizioni che ne garantiscono l’affermazione. Quanto avvenuto qui, così come in Egitto ad esempio, insegna che rivolte del genere hanno bisogno di una struttura partitica che le sostenga e le diriga. I movimenti e le proteste non vanno da nessuna parte se non c’è una forza politica in grado di incanalarli”.

Gli elementi negativi della primavera araba

In nessuno dei Paesi coinvolti le condizioni di vita rispetto al decennio scorso sono migliorate. Non sono stati raggiunti gli obiettivi prefissati dalle proteste popolari. Non è arrivata la tanto richiesta democrazia, non sono stati avviati percorsi di riforme sia politiche che sociali. Anzi, il mondo arabo, complice il maggior peso assunto dopo la fine dei rais da partiti ancorati alla galassia dei Fratelli Musulmani, si è riscoperto molto più conservatore. Anche perché il primo impulso arrivato da Washington nel pieno delle proteste, è stato quello di appoggiare la fratellanza. Una scelta compiuta dall’allora presidente Barack Obama e soprattutto dall’allora segretario di Stato Hillary Clinton. A mettere maggiormente in chiaroscuro l’eredità della primavera araba, è stata l’instabilità prodotta dalle proteste. Quando nel gennaio del 2011 i rais Ben Alì e Mubarack lasciavano pacificamente Tunisia ed Egitto, sembrava l’inizio di una nuova era. Un mese più tardi Libia e Siria erano già in guerra. Qui, subito dopo le prime proteste, le rivolte hanno assunto carattere tribale e settario. E la violenza non è tardata ad arrivare. Stesso discorso per quanto riguarda lo Yemen.

Tre guerre civili innescate da quei moti esplosi dieci anni fa bastano ad evidenziare le conseguenze dell’instabilità prodotta dalla stagione politica di dieci anni fa. E non solo per i Paesi arabi coinvolti ma anche, più in generale, per l’intera area mediterranea.  Instabilità ha voluto significare infatti maggiore emersione del terrorismo, con i gruppi jihadisti capaci di giungere anche sulle sponde del Mediterraneo. A questo occorre aggiungere una forte impennata dei flussi migratori, soprattutto verso Grecia e Italia, generati sia dalle guerre che da condizioni economiche sempre più precarie.

“Un bilancio in negativo”

Il mondo arabo dieci anni fa ha mostrato una forte voglia di cambiamento, a cui però forse non era pronto: “Le società di questi Paesi – commenta la docente Michela Mercuri – non erano immature, bensì deboli. Questa è un’affermazione di Massimo Campanini, che io sposo in pieno”. L’onda lunga della primavera si è trasformata, anno dopo anno, in un inferno capace di abbattersi sull’intero arco del Mediterraneo e del medio oriente. Ai primi elementi positivi delle prime settimane, hanno fatto da contraltare tempeste in grado di incidere profondamente sulla storia recente. Ma qual è il bilancio definitivo che è possibile tracciare?

“Sono rivoluzioni mancate – taglia corto ancora Michela Mercuri – sono rivolte che ambivano ad essere rivoluzioni e che hanno generato inaspettatamente, agli occhi dell’occidente, un grande movimento di piazza, appartenente autonomo e spontaneo, specie in Egitto e Tunisia”. Da qui dunque un fallimento che, a distanza di dieci anni, appare oramai palesemente conclamato: “Queste rivolte non sono diventate delle rivoluzioni, quindi non hanno prodotto dei reali cambiamenti così come volevano i manifestanti – ha proseguito infatti Mercuri – ma hanno subito un processo involutivo perché le rivolte non sono state in grado di produrre una classe dirigente capace di portare avanti le istanze della popolazione. Questi moti sono stati scippati dalle forze maggiormente organizzate, come ad esempio la Fratellanza Musulmana che era ben radicata da decenni all’interno dei Paesi arabi, le quali non hanno poi portato avanti le istanze giovanili”.

“Il grande fallimento – ha concluso la docente – oltre a questo, sta nel fatto che le forze poi al potere non sono state in grado di venire incontro a quelle che erano le richieste delle piazze, quindi minore corruzione, maggiore occupazione soprattutto per i giovani, questo ha creato una grande disillusione. Anche perché, al di là dei casi estremi di Libia e Siria dove sono ancora in corso delle guerre e gli Stati risultano pressoché falliti, si sta assistendo a fenomeni di disoccupazione di massa. Qui sta il grande fallimento della primavera araba”.

 

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