Politica /

Tra i dossier di politica estera che dovrà affrontare il neo eletto (forse) presidente degli Stati Uniti Joseph Biden, c’è sicuramente quello riguardante la Corea del Nord.

Pyongyang è stata quasi sempre al centro dell’agenda di politica estera statunitense ed ora più che mai si ritrova i riflettori puntati addosso per via del cambio di inquilino alla Casa Bianca. Il presidente Donald Trump, infatti, ha ottenuto un risultato epocale quando, nel 2018, si è tenuto il vertice di Singapore, che sembrava il preludio ad una serie di negoziati che avrebbero portato alla pacificazione della penisola coreana e alla sua denuclearizzazione. Purtroppo però, come abbiamo ampiamente documentato nel corso di questi due anni, tutte le buone intenzioni sono lentamente sfumate, e si è aperto uno stallo diplomatico che l’anno successivo, ad Hanoi, era già ampiamente dimostrato e dimostrabile.

La Corea del Nord ha mantenuto una linea dura, e così hanno fatto gli Stati Uniti che sono stati inamovibili per quanto riguarda la questione nucleare, e Pyongyang ha continuato silenziosamente (e subdolamente) a lavorare al suo programma atomico e missilistico. Nel corso dell’ultimo anno e mezzo la ricognizione satellitare ha più volte evidenziato come l’attività nei siti nucleari nordcoreani sia ripresa e progressivamente aumentata, e la parata per la fondazione del Partito dei Lavoratori dello scorso ottobre ha certificato che anche il programma missilistico è proseguito quando si è visto quello che a tutti gli analisti è sembrato un nuovo missile balistico intercontinentale.

Bisogna però riconoscere che Kim Jong-un ha saputo dosare saggiamente le sue provocazioni in tutto questo tempo: i vari test missilistici sono stati di vettori a corto raggio (fatto salvo un Slbm testato a ottobre 2019), quindi ha evitato di alzare la tensione in modo irreparabile utilizzando i suoi missili a più lunga gittata, e sebbene abbia fatto distruggere l’edificio di Kaesong utilizzato per i rapporti intercoreani e ordinato di rimilitarizzare i posti di confine con il Sud, il dialogo con Seul è continuato, se pur in tono minore.

Questa, come vedremo a breve, sarà forse la chiave per cercare un miglioramento dei rapporti tra Usa e Corea del Nord che avrà Biden.

Attualmente, quindi, la Corea del Nord è una questione del tutto aperta, nonostante lo stallo, e spinosa: Pyongyang è ancora una “potenza nucleare” in grado di colpire gli Stati Uniti e se non si farà qualcosa in breve tempo lo diventerà sempre di più aumentando il suo arsenale. Senza considerare il passaggio di tecnologia atomica a Paesi terzi, che significherebbe una proliferazione nucleare incontrollata che diventerebbe un vero e proprio incubo per la futura amministrazione.

La strada delle sole sanzioni, come fatto durante l’amministrazione di Barack Obama, non è risolutiva, e nemmeno quella del dialogo. Occorre cambiare paradigma e cercare di portare Pyongyang al tavolo delle trattative con offerte seducenti ma mantenendo posizioni di forza, altrimenti il regime continuerà a utilizzare la tattica che ha sempre utilizzato in questi decenni: alzare la tensione internazionale con lanci missilistici o test nucleari per strappare condizioni migliori ai successivi negoziati, senza però intaccare realmente il proprio programma atomico o missilistico, che è il vero snodo cruciale di tutta la questione.

L’obiettivo di Washington, indipendentemente dall’amministrazione, è proprio quello di eliminare la minaccia atomica e denuclearizzare la penisola coreana, quello di Pyongyang è salvaguardare l’esistenza del regime mettendolo al riparo da eventuali tentativi di rovesciamento manu militari come avvenuto in Libia o come si è cercato di fare in Siria. L’arsenale atomico, o per meglio dire la capacità di deterrenza atomica credibile, della Corea del Nord serve proprio a questo.

Biden quindi dovrà cercare un qualche tipo di accomodamento, ma la strada che percorrerà è piena di insidie. Innanzitutto Kim Jong-un ha dimostrato di non cedere terreno se non verranno tolte le sanzioni internazionali, e pertanto il neo presidente dovrà mediare questa posizione, magari offrendo la fine dell’embargo in un periodo fissato di tempo a fronte dell’iniziale congelamento del programma atomico nordcoreano e successivamente del graduale smantellamento dei suoi arsenali, che, al momento, vengono accreditati avere tra le 20 e le 40 testate nucleari ma che verosimilmente potrebbero essere di più, perfino il doppio.

Biden dovrà fare i conti anche con l’eredità di Trump, che ha instaurato un rapporto molto speciale col dittatore nordcoreano fatto di messaggi diretti che andavano oltre i canali ufficiali della diplomazia quindi ritrovarsi ad essere visto paradossalmente come un “outsider”, o, più propriamente, come uno dei tanti suoi precedenti, quindi sostanzialmente una persona di cui non ci si può fidare: un compito non facile per chi si è formato, politicamente parlando, negli anni della Guerra Fredda.

Molto probabilmente, poi, la nuova amministrazione subirà da subito qualche tipo di provocazione da parte della Corea del Nord (magari un altro test missilistico), che così facendo vorrà tastare il polso del nuovo inquilino della Casa Bianca. Se così sarà Biden dovrà fare in modo di dare una risposta decisa che possa quantomeno non provocare le ire dei Repubblicani, che ancora controllano il Senato Usa. Proprio questa debolezza interna, ovvero non avere le due camere del Congresso dalla sua parte, potrebbe inficiare la sua strategia per la Corea del Nord e anche tutta la politica estera in senso generale.

Biden quindi dovrà cercare di mettere in pratica quello che ha funzionato col regime di Pyongyang nel corso degli anni. Da un lato potrebbe adottare una strategia di denuclearizzazione che consideri la Corea del Nord come uno Stato che di fatto è dotato di armi nucleari, e quindi la priorità, in tal caso, dovrebbe essere quella di frenare un programma atomico fuori controllo. Questo si potrebbe mettere in atto, come già accennato, con un programma di eliminazione delle sanzioni a fronte di passi incrementali di congelamento e poi smantellamento dell’attività nucleare spalmato su un arco temporale prefissato.

Dall’altro la Casa Bianca avrebbe sempre la possibilità di alzare la posta, aumentando la pressione diplomatica anche con lo strumento militare, che è la tattica vincente messa in atto da Trump che ha portato Pyongyang al tavolo delle trattative di Singapore.

Biden potrebbe avere un alleato, in questo progetto, rappresentato dalla Corea del Sud. Seul, infatti, spesso si è trovata in contrasto con le decisioni più intransigenti prese da Washington nel corso di questi 4 anni riguardanti la Corea del Nord e ha quasi sempre mantenuto una linea diplomatica propria avendo in mente di riuscire a normalizzare i rapporti col Nord per poter uscire dall’isolamento geografico dato dall’avere un Paese ermeticamente chiuso nell’unico sbocco terrestre che ha verso il continente asiatico.

Anche la Cina, se cambieranno i rapporti con Pechino, potrà essere utile per cercare di ricondurre Pyongyang a trattative più proficue: Xi Jinping è conscio che avere un vicino di casa “turbolento” come Kim Jong-un significa avere l’attenzione (anche militare) degli Stati Uniti concentrata ulteriormente ai suoi confini, ed è proprio quello che vorrebbe evitare.

D’altro canto proprio il Giappone potrebbe essere di ostacolo a Biden, a meno che non si risolvano le storiche diatribe che lo oppongono al Nord (la questione dei rapimenti). Tokyo, fattore non secondario in questo scenario, ha cambiato passo nella sua politica estera e si propone come nuovo attore geopolitico trainante un fronte compatto di Stati della regione indopacifica che cerca di opporsi all’espansione cinese (il Quad) pertanto non sarà facile averla al fianco se prima non verrà data una qualche contropartita.