Nato nel 1974 da una delle famiglie religiose sciite più importanti del Paese, Muqtada al Sadr diventa negli anni una figura di spicco della politica irachena nonostante lo scarso supporto di cui godeva nei primi anni della sua carriera. Quando Sadr inizia ad affermarsi come leader religioso non ha ancora completato gli studi, per cui la sua presa tanto sulla popolazione quanto sugli uomini politici iracheni – e iraniani – è molto debole. L’invasione del 2003 degli Stati Uniti però cambia le carte le carte in tavola e regala ad al-Sadr l’occasione che stava cercando: il religioso si oppone agli Usa e guida la brigata Mahdi, accusata di aver perseguitato durante la guerra civile anche la popolazione irachene sunnita a cui Saddam Hussein apparteneva. Ma il suo successo popolare è anche frutto di una serie di politiche in favore dei più poveri, a cui offre gratuitamente istruzione e servizi sanitari. Muqtada riesce così a uscire dall’ombra del padre, il Grande Ayatollah Mohammed Sadeq al-Sadr, e a ritagliarsi un ruolo politico che dura tuttora ma che le proteste stanno mettendo in crisi. Insieme alla sua strategia del doppio gioco.

Il doppio gioco

Durante gli anni della guerra civile, al-Sadr è stato il capo della milizia Mahdi, nota per aver commesso atti di violenza contro la componente sunnita della popolazione irachena, ma dopo le elezioni del 2010 il suo approccio nei confronti di questa comunità cambia. Da quel momento, il leader sciita cerca di riavvicinarsi ai sunniti per poter avere contatti non solo nel Governo guidato dal al-Maliki, ma anche all’interno dell’opposizione. Sadr però va oltre le due più note fazioni irachene, alleandosi anche con i laici e con gli attivisti che organizzavano le proteste contro quel Governo di cui lo stesso leader sciita fa parte. Il cuore della sua strategia è proprio quello: essere parte dell’élite politica irachena, ma avere abbastanza legami con chi è escluso dall’amministrazione del Paese per poter partecipare alle loro proteste. Non a caso la sua figura è stata sempre rilevante nelle manifestazioni che hanno segnato l’Iraq negli ultimi dieci anni e il suo ruolo gli ha permesso da una parte di ottenere dei cambiamenti politici a lui favorevoli, dall’altra di porre fine alle proteste prima che diventassero una seria minaccia all’ordine costituito. Così facendo ha potuto esercitare il proprio controllo tanto sulle manifestazioni, quanto sul Governo decidendo la durata delle prime e ricattando il secondo. Il tutto per ottenere un ruolo di prestigio nella società e nella politica irachena.

Le proteste di ottobre

Le proteste che scoppiano in Iraq ad ottobre mettono però in crisi la strategia politica di al-Sadr, che si dimostra inizialmente sospettoso nei confronti di queste manifestazioni senza leader, spontanee e su cui non riesce a imporre immediatamente il proprio controllo. Il leader sciita parla in favore dei manifestanti soltanto il 25 ottobre, dopo le prime repressioni da parte del Governo, e offre loro la protezione delle milizie sotto il suo comando. I “blue hats” si installano all’entrata della piazza per monitorare il flusso dei manifestanti e raccogliere così informazioni, oltre che per tenere sotto controllo un movimento che il loro leader non è in grado di controllare. Anche tra i sostenitori di Sadr si crea però una spaccatura: molti, soprattutto tra i giovani, sono scesi in piazza come cittadini iracheni desiderosi di un cambiamento polito e sociale, non come sadristi. Un dettaglio che emergerà ancora più evidente dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani e che porterà Sadr a cambiare il suo atteggiamento verso i manifestanti. A gennaio, il religioso indice una marcia contro gli americani e chiama a raccolta i suoi. Molti però preferiscono rimanere a presidiare piazza Tahrir, centro nevralgico delle manifestazioni iniziate a ottobre, scatenando la rabbia del leader sciita. Sadr, per tutta risposta, ritira l’appoggio ai manifestanti, accetta un compromesso politico con gli iraniani che porta all’elezione come primo ministro di Mohammed Allawi e interviene con la forza contro le proteste. Iniziano così le prime aggressioni dei “blue hats” contro i manifestanti, insoddisfatti tra l’altro dalla nomina di Allawi e della continua interferenza iraniana nella politica irachena.

Il rapporto con l’Iran

Secondo quanto rivelato da Middle East Eye, il nome del nuovo premier iracheno è stato deciso dopo otto settimane di colloqui tra Sadr e Amiri (leader del blocco Fatah) nella città iraniana di Qom, dove il leader sciita si trovava per completare i suoi studi religiosi. A riavvicinare le due parti, che negli anni hanno avuto sempre delle relazioni ben poco stabili, è stata l’uccisione del generale Soleimani e del leader delle PMF al-Muhandis. L’attacco condotto dagli Stati Uniti in territorio iracheno contro una delle più importanti figure iraniane ha portato Sadr e l’Iran a mettere da parte le diversità per concentrare le forze contro il nemico comune, gli Usa. Ma l’alleanza con Teheran si indirizza anche contro le proteste. Sadr, come detto, ritira il suo sostegno ai manifestanti e invia le sue milizie a liberare le piazze, ma non è l’unico a usare la violenza contro chi protesta. Come riferito dai media arabi e internazionali, la repressione è portata avanti anche dalle milizie iraniane, segno che neanche l’Iran appoggia una riforma strutturale del sistema iracheno. Sadr però non ha rinunciato del tutto alla possibilità di prendere il controllo delle proteste: il 12 febbraio ha annunciato lo scioglimento delle sue milizie e ha invitato i suoi a unirsi nuovamente ai manifestanti senza dichiarare di essere dei sadristi. Ben presto però potrebbe cambiare di nuovo idea e reindirizzare i suoi contro le proteste.