Passaporto in mano, cenno di saluto ai giornalisti e fotografi presenti, occhiali adesso portati meno saltuariamente che gli conferiscono un’aura da professione universitario più marcata che in passato: è così che si è presentato Mahmood Ahmadinead nella sede dove, a Teheran, viene depositata da giorni la documentazione degli aspiranti presidenti iraniani. Ci sarà quindi, forse, anche lui nella partita. Ed è il suo, a livello internazionale, per adesso il nome più noto visto che Ahmadinejad ha dato molto da discutere durante i suoi otto anni di presidenza.
Ma a consegnare le carte necessarie per inserire i propri contrassegni nella lista di aspiranti presidenti sono stati, secondo i dati resi noti dal governo di Teheran, almeno in 80. Un numero che non deve sorprendere, visto che tre anni fa sono stati addirittura 500 i pretendenti. Si tratta di un lungo elenco che subirà a breve una “scrematura” da parte del Consiglio dei Guardiani. Ad ogni modo, il dopo Raisi in Iran sembra essere già iniziato.
Da Ghalibaf a Larijani, passando per quattro donne
A depositare tutto il materiale necessario per la candidatura è stato anche, già nei primi giorni di apertura dei termini, un nome su cui in molti, in Iran e non solo, stanno scommettendo. Si tratta di Mohammad Bagher Ghalibaf. Attuale presidente del Parlamento, ex sindaco di Teheran, secondo molti analisti il suo curriculum contiene tutti i “desiderata” dei vertici della Repubblica Islamica e, in particolare, della Guida Suprema Khamenei. Conservatore, politico di lungo corso, sostenitore di una linea senza sconti in politica estera e sul nucleare, Ghalibaf ha quindi tutte le caratteristiche ritenute idonee per essere considerato un presidente in grado di dare continuità al mandato di Raisi. Perché, molto probabilmente, il cruccio di questi giorni a Teheran è proprio questo: evitare che la morte di Raisi, precipitato con il suo elicottero lo scorso 19 maggio, possa dare seguito a un effetto domino capace di destabilizzare la Repubblica Islamica.
Per la Guida Suprema e soprattutto per i capi dell’apparato militare, attuale cuore pulsante del sistema politico iraniano, risulta quanto mai necessario far assorbire il prima possibile la fine prematura e tragica del presidente defunto. Ghalibaf però potrebbe non essere l’unico a ricevere l’investitura ufficiosa (e silente) di pasdaran e ayatollah. Tra gli ottanta nomi consegnati all’ufficio elettorale, spiccano anche quelli di Saeed Jalili e Alireza Zakani: entrambi conservatori, il primo è stato anni fa a capo del Consiglio di sicurezza nazionale, il secondo invece, proprio come Ghalibaf, sindaco della capitale.
Diverso invece il discorso per Ali Larijani, altro volto noto che ha depositato i documenti all’ufficio elettorale. Ex presidente del Parlamento, il suo è uno dei nomi più spendibili dal lato moderato e riformista. Vicino all’ex presidente Rouhani, predecessore di Raisi e ultimo moderato al potere, nel 2015 è stato tra i fautori dell’accordo sul nucleare. Ma più che alla Guida Suprema, il curriculum di Larijani sembrerebbe maggiormente gradito alla comunità internazionale.
In lizza, oltre al già citato Ahmadinejad e ad altri circa settanta candidati, ci sono anche quattro donne. Si tratta di Zohreh Elahian, Hajar Chenarani, Rafat Bayat e Hamideh Zarabadi. Le prime tre sono collocate nel campo conservatore, l’ultima invece in quello riformista. La più nota è Zohreh Elahian, ex deputata e favorevole alle misure repressive contro le manifestanti anti velo, per questo additata come uno dei candidati più vicini alle posizioni ultra conservatrici.
I conservatori nettamente favoriti
Andando a guardare i numeri, ben si intuisce come sia proprio il versante conservatore a risultare favorito per il voto presidenziale. Degli 80 candidati per le presidenziali di giugno, 46 sono considerati dalla stessa stampa iraniana come conservatori, mentre i rappresentanti del fronte riformista sarebbero 13. Moderati o “indipendenti” tutti gli altri. Le prossime elezioni, convocate per il 28 giugno per via della norma che impone consultazioni entro 50 giorni dalla dimissione o dalla morte del presidente in carica, seguiranno quindi la scia delle ultime tre consultazioni.
Sia nel 2020 infatti, in occasione delle elezioni legislative, che nelle presidenziali del 2021 e nelle ultime legislative tenute a marzo, i conservatori hanno portato a casa un risultato netto a proprio favore. Non senza ovviamente il favore della Guida Suprema e dei pasdaran, questi ultimi veri artifici delle recenti linee assunte dall’Iran sia in politica estera che in politica interna. La morte di Soleimaini, avvenuta per mano Usa nel gennaio 2020, le proteste scoppiate nel 2022 dopo la morte della giovane Mahsa Amini, le recenti tensioni con Israele, sono stati tutti elementi che hanno spinto i vertici della Repubblica Islamica a blindare le istituzioni a danno dei gruppi politici moderati o riformisti.
L’attesa “cesoia” del Consiglio dei Guardiani
Su tutti i candidati si aspetta comunque il pronunciamento del Consiglio dei Guardiani, un organo formato da 12 membri, di cui sei nominati direttamente dalla Guida Suprema. Spetta a loro, e soprattutto allo stesso Khamenei, dire chi potrà partecipare alle presidenziali e chi invece dovrà vedersi respingere la propria candidatura. I criteri di selezione lasciano molto spazio alla discrezione del Consiglio. Vuol dire quindi che verranno autorizzati a concorrere per la presidenza soltanto coloro che, in quel momento, rispecchiano più o meno l’orientamento politico della Guida Suprema.
Nel 2021, degli oltre 500 candidati soltanto in 7 hanno ricevuto il via libera per partecipare al voto. Quest’anno è lecito pensare che i candidati ufficiali saranno ancora meno. Ogni decisione verrà presa comunque entro il 12 giugno, termine fissato per la definitiva partenza della campagna elettorale.
Quasi certo di vedersi tagliata la candidatura, esattamente come tre anni fa, è Ahmadinejad: fautore tra il 2005 e il 2013 di una linea molto conservatrice, di recente però è entrato in netto contrasto con i vertici della Repubblica Islamica e ha per questo preferito tornare a insegnare Ingegneria civile all’università di Teheran. Rischiano di restare fuori gran parte dei riformisti, compreso lo stesso Larijani. La cesoia dei Guardiani dovrebbe arrivare anche per le quattro donne in lizza, anche se qualche speranza viene ancora accreditata sul nome di Zohreh Elahian.

