Washington e Pechino da mesi vivono le loro relazioni sul filo del rasoio. Da un lato momenti di apertura e dialogo, dall’altro quelli della massima tensione e del rischio escalation. In questa fase i segnali che arrivano lungo l’asse sino-americano sembrano quelli della distensione. O meglio dei tentativi di distensione. Perché il punto centrale è che i due Paesi si parlano, ma ancora non trovano la cornice in cui inquadrare la loro “relazione-competitiva”. Troppi gli stop-and-go, troppi i falchi in volo, a Washington come Pechino, troppe le variabili sul tavolo.
Unica certezza è che né a Joe Biden né a Xi Jinping conviene un aumento della tensione tra le due potenze. Il primo perché già alle prese con il caos della guerra in Ucraina e l’incombere dell’anno elettorale; il secondo per la necessità di mostrare un Paese attivo sul piano globale, capace di portare ordine nel mondo gli anni difficili della pandemia. Proprio per questo i due Paesi devono parlare.
Il viaggio di Blinken
Nelle ultime settimane i segnali non sono mancati. L’ultimo in ordine di tempo arriva dal Financial Times che ha rivelato come nelle prossime settimane il segretario di Stato Usa Antony Blinken volerà in Cina. Un viaggio già cancellato a febbraio come risposta al pallone spia cinese in volo sui cieli americani.
Il viaggio di Blinken assume una certa rilevanza se si considera che un segretario di Stato americano non vola in terra cinese dal 2017 quando l’ultimo funzionario di tale livello a compiere il viaggio fu Rex Tillerson. La missione rappresenta quindi un tentativo di ristabilire un canale di comunicazione di alto livello tra le due potenze. Uno step successivo a quanto Biden e Xi si erano promessi durante il G20 di Bali nel novembre del 2022. Non solo. Lo stesso presidente americano, poco meno di un mese fa, durante il G7 di Hiroshima, aveva detto intravvedere un “disgelo” nelle relazioni tra i due Paesi.

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Gli altri segnali: la rete diplomatica
Se la missione di Blinken rappresenta il punto di contatto più ampio tra le leadership di Cina e Usa, nelle ultime settimane la rete di contatti tra le due sponte del Pacifico si è intensificata. È il caso ad esempio della visita “clandestina” condotta in gran segreto dal direttore della Cia William Burns in Cina nel mese di maggio. La notizia, data in anteprima da Ft, è stata vista come il tentativo da parte degli apparati americani e cinesi di trovare terreno comune. Una fonte sentita dal quotidiano britannico ha spiegato che Burns si è incontrato solo con funzionari dell’intelligence e non con personale diplomatico cinese.
Nel corso dei colloqui Burns avrebbe ribadito la volontà di creare canali di comunicazioni tra le due controparti. Un punto che sembra secondario, ma che secondario non è. L’opacità dei rapporti tra Cina e Usa si basa sulle difficoltà di distinguere la comunicazione istituzionale, con annessi segnali agli alleati, con quella politico diplomatica. Da questo ne discende che se da un lato gli Stati Uniti mantengono una posizione assertiva su dossier caldi, come ad esempio la questione Taiwan, dall’altro hanno necessità di comunicare con Pechino.
Poco dopo il viaggio di Burns è stato il caso di Daniel Kritenbrink e Sarah Beran, rispettivamente funzionario in capo per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico dal dipartimento di Stato e responsabile per la Cina e Taiwan del Natonal Security Council. I due, domenica 4 giugno sono volati a Pechino per incontrare le controparti cinesi e tenere vivo il filo del dialogo. All’incontro avrebbe preso parte anche il vice ministro degli Esteri cinese Ma Zhaoxu. In mezzo anche funzionari cinesi hanno percorso la via in senso inverso. È il caso del ministro del commercio Wan Wentao che ha incontrario il suo omologo Gina Raimondo. Ma soprattutto del nuovo ambasciatore cinese negli Usa Xie Feng arrivato nella capitale americana.
Il punto di svolta che ha portato a questo cambio di postura si può far risalire, però, a qualche mese va, non a Pechino, ma a Vienna. Nella capitale austriaca il Consigliere per la sicurezza nazionale Usa Jake Sullivan ha tenuto una due giorni di colloqui con una delegazione cinese capitanata da Wang Yi, il direttore dell’Ufficio della Commissione Affari Esteri del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (Pcc), la più alta carica diplomatica cinese.

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Il gioco da colomba di Sullivan
In questa fase ogni parola di Jake Sullivan sul dossier Cina-Usa è interessante. E questo per il ruolo da colomba che sta giocando in questa fase. Parlando alla Cina, Sullivan ha spiegato chiaramente che “un conflitto o una guerra fredda fra Stati Uniti e Cina non è inevitabile”. Il funzionario Usa ha spiegato come il governo americano sia intenzionato a creare una cornice gestire in moto responsabile il rapporto tra i due Paesi: “Siamo divisi su una serie di fronti, ma un aspetto chiave è che data la forte concorrenza, dobbiamo trovare un’intensa via diplomatica”.
Lo stesso Sullivan è tornato anche sul punto di frizione massima tra Washington e Pechino: Taiwan. E le parole in questo caso sono chiare: aggiustano il tiro dell’amministrazione Biden sul dossier. Il presidente Usa, infatti, negli ultimi mesi si era lasciato andare a prese di posizione forti che non erano piaciute a Pechino. Nel settembre scorso, ad esempio, aveva confermato l’intenzione di intervenire militarmente nel caso di invasione cinese dell’isola. Qualche giorno fa Sullivan è tornato sul tema gettando acqua sul fuoco. “La politica Usa su Taiwan non è cambiata. La nostra Taiwan policy ha avuto successo e ha permesso decenni di pace e stabilità nello Stretto. Per queste ragioni quello che noi auspichiamo è che il nostro approccio assicuri che non ci siano cambiamenti unilaterali dello status quo”. Status quo che nei piani Usa è la situazione attuale. Un’isola autonoma, ma che non proclama l’indipendenza, e non una presa dell’isola da parte delle forze cinesi.
Quello Sullivan è un equilibrismo complicato, ma necessario. Complicato perché non deve scontentare i falchi Usa e allo stesso tempo lasciare spiragli in Asia; necessario proprio per lasciare la porta aperta al dialogo. Dialogo che potrebbe sfociare nell’incontro al vertice più importante, quello tra Joe Biden e Xi Jinping.

Le speculazioni su Biden
Sempre Sullivan ha spiegato come “a un certo punto” i due si vedranno per il completo reset delle relazioni diplomatiche tra Usa e Cina. “Spero che nei prossimi mesi vedremo funzionari americani impegnarsi ad alto livello con le controparti cinesi. E che poi, a un certo punto, vedremo Biden e Xi lavorare di nuovo insieme”. Quella di Sullivan rimane una fuga in avanti, che difficilmente in questa fase porterà a un viaggio di Biden in Cina, o addirittura di Xi a Washington. La cornice diplomatica resta da costruire, e molto di dipenderà dal viaggio di Blinken entro qualche settimane, sempre che questo viaggio avvenga.
Il rischio dei falchi e dei sabotaggi
Se il disgelo è reale, altrettanto reali sono le insidie che minano in modo costante i tentativi di dialogo. I falchi anti cinesi americani e le controparti cinesi sono in azione. E colpiscono in varie direzioni. Ad esempio diversi membri del partito repubblicano non hanno visto di buon occhio la missione di Kritenbrink e Beran. I due, hanno fatto notare diversi deputati, sono arrivati in Cina nei giorni dell’anniversario di Piazza Tienanmen, uno sgarbo, dicono, a chi lotta contro le dittature. “A meno che non fosse per commemorare le vittime del massacro, Kritenbrink non sarebbe dovuto andare”. Ancora più duro il super falco Mike Gallagher, presidente del comitato della Camera sulla Cina e le attività del Partito comunista cinese: “Quel viaggio è un oltraggio: probabilmente nel dipartimento centrale per la propaganda i funzionari cinesi hanno brindato”.
Fuori dalle schermaglie politiche tra democratici e repubblicani, c’è una parte dello Stato americano che non vede di buon occhio questo riavvicinamento. Se si osserva da questo punto di vista si capisce anche il tempismo della notizia filtrata sul Wall Street Journal. Funzionari vicini all’intelligence a stelle e strisce hanno fatto sapere che Pechino sarebbe interessata a realizzare una struttura per intercettazioni elettroniche a Cuba, a meno di 200km dal suolo americano. Un’incursione che guarda caso esce 24 ore dopo la notizia del prossimo viaggio di Blinken.

Foto: EPA/HOW HWEE YOUNG

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Anche dal lato cinese le resistenze non mancano. Bastano quattro esempi per averne un’idea. Il primo, ad esempio, riguarda la notizia diffusa da un gruppo di scienziati dell’esercito cinese e riguardante uno strano “incidente” avvenuto nel 2021. Una sorta di inseguimento che ha coinvolto degli aerei anti sottomarino statunitensi, un sommergibile cinese e aerei della Repubblica popolare. Il secondo esempio, stavolta diffuso da organi della marina cinese, riguarda uno scambio ad alta quota tra un aereo spia usa e un caccia J-16 cinese. Il terzo riguarda invece il rischio di una collisione tra navi da guerra cinese e americane nei pressi dello di Taiwan.
Il quarto esempio è più politico: è il caso ad esempio del ministro della difesa Li Shangfu e il suo enturage che ha detto “no” a un incontro con la controparte americana Lloyd Austin a margine del Summit sulla tenuto a Singapore tra il 2 e 4 giugno. Uno stop legato probabilmente alle sanzioni che ancora pendono il ministro cinese per i suoi rapporti con la Difesa russa. Forse la chiave per risolvere almeno questo passaggio l’ha fornita lo stesso Biden, ammettendo che la sua amministrazione sta pensando di rivedere il regime sanzionatorio contro Shangfu. Una mossa che potrebbe piacere a Pechino, ma non ai falchi Usa, che forse preparano altre rivelazioni per far saltare il banco.
Come ha notato il South China Morning Post il dialogo attraverso il canale militare è quello più complesso da portare avanti. Pechino considera gli americani responsabili di provocazioni, ma soprattutto che gli attuali dispositivi di comunicazione siano sufficienti. E forse proprio su questo punto, sui canali per evitare incidenti e momenti di tensione, che si gioca la vera partita di questo disgelo che resta ancora fragile e a rischio.

