È un Joe Biden in grande spolvero quello che, passate da qualche minuto le 21 della east coast, fa ingresso al Campidoglio per il tanto atteso Discorso sullo Stato dell’Unione, uno dei momenti più attesi nella liturgia democratica americana, nel quale il presidente in carica si esprime, appunto, sullo stato di salute del Paese. Preceduto da applausi, strette di mano e ospiti eccellenti (tra i quali perfino Bono degli U2), Biden ha aperto il suo personal show con complimenti e saluti bipartisan prima di recarsi al leggio, per consegnare la copia del proprio discorso sia alla vice presidente Kamala Harris che allo speaker della Camera, Kevin McCarthy.

Un discorso al sapore di agenda Biden

Si è trattato di un discorso a base di “agenda Biden” che, anche se non formalmente, sancisce l’inizio del percorso che porterà il presidente degli Stati Uniti alla nomination per le presidenziali 2024: non a caso Biden ha ripetuto costantemente, in quasi un’ora e mezza di esortazioni, il mantra “Let’s finish the job!” (“Finiamo il lavoro!”), quasi a esortare i suoi e la controparte a portare a termine un progetto politico che ha avuto inizio due anni fa.

Nelle sue parole ha trovato spazio, quasi ossessivamente, l’invito al lavoro bipartisan nel solco del quale il Paese ha superato la pandemia: Biden ha sottolineato più volte il valore del lavoro comune con i repubblicani, insistendo sul fatto che questi e i democratici possono lavorare insieme e che hanno collaborato sui progetti per le infrastrutture e altre leggi. “Combattere per il gusto di combattere non ci porta da nessuna parte”.

L’intervento si è aperto con uno dei temi più cari all’agenda del presidente: posti di lavoro ed economia. Il presidente ha sciorinato, senza mai indulgere nel leggere il testo stampato, cifre e percentuali: “Due anni fa, la nostra economia vacillava. Oggi abbiamo creato un record di 12 milioni di nuovi posti di lavoro, più posti di lavoro creati in due anni di quanti qualsiasi presidente abbia mai creato in quattro anni”.

Il riferimento è andato, ovviamente, alla doppia crisi, sanitaria e economica che Washington ha affrontato negli ultimi tre anni: un riferimento continuo, dall’inizio alla fine, che si è prestato a introdurre i temi più caldi in fatto di progresso e resilienza nonostante, come ha tenuto a evidenziare “il Covid non controlla più le nostre vite”.

Middle class e microchip

Insistere sull’economia è significato anche una celebrazione, a suon di applausi, della middle class, madre di tutti gli americani, considerata come il il motore spirituale ed economico del Paese. Ma nei temi caldi come l’inflazione il ritratto della nazione da parte del presidente cede spesso il passo alla alla classe operaia black e ispanica: questi accenti, sanno già di campagna elettorale e sono segno di un flirt inevitabile per poter vincere le elezioni. Del resto, lo stravolgimento del calendario delle primarie, ormai andato in porto, sta parlando chiaramente a questa fetta di Paese che ormai surclassa i Wasp di un tempo.

Giungere al dolente tasto cinese è costato a Biden lunghe perifrasi e quasi l’intera durata del discorso: inizialmente il riferimento è ai chip e semiconduttori, con la richiesta e la sfida di riportare la produzione negli Stati Uniti: “Supply chain begins in America!” tuona il presidente. Il fare in America occupa buona parte delle sue elucubrazioni, sancendo una decisa svolta isolazionista in termini di produzione: la lezione della pandemia, del resto, è stata amara. Ma il riferimento va anche alle infrastrutture, ove gli accenti si fanno quasi rooseveltiani: “Abbiamo bisogno delle infrastrutture n.1 del mondo per essere l’economia den.1 del mondo!”, questa è la sfida. Ove non c’è spazio più per la timidezza del China Second ma per un ripristino robusto dell‘America first. A poche ore dalla nuova crisi con Pechino, non poteva che essere così.

L’America dimenticata

Oltre la lunga apertura economica è iniziata una complessa fase del discorso dove Biden ha presentato i propri risultati, suscitando, alternati, consensi bipartisan ma anche fischi e contestazioni. Ma è l’America dei forgotten men, che trova uno spazio profondo, quasi intimo nelle parole del primo cittadino americano: “Il mio piano economico è quello di investire in luoghi e persone che sono stati dimenticati. Dopo le turbolenze economiche degli ultimi quattro decenni, troppe persone sono state lasciate indietro o trattate come se fossero invisibili”. In questa fase c’è spazio per il tema del diritto allo studio e all’internet, i diritti dei bambini, così come la tassazione: ed è proprio con lo sguardo teatralmente rivolto alla first lady che Biden tuona “Nessun miliardario deve pagare meno tasse di un insegnante!”.

Fra quegli “invisibili” lasciati indietro, ci sono anche i malati cronici. Un’ occasione per riportare in auge il dibattito sul prezzo dei farmaci e su Medicare. Il presidente insiste sul merito di aver bloccato il prezzo dell’insulina (il diabete, grande piaga americana assieme alle malattie cardiovascolari) con l’invito a farlo per tutti, giovani compresi, che a milioni sono afflitti da questo tipo di patologie. C’è spazio, ovviamente, per il cancro (e qui il riferimento al figlio Beau apre una lunga parentesi): tra gli spalti, ad applaudirlo, i genitori di una bambina guarita dal male del secolo, anche grazie alla ricerca. L’invito si fa nuovamente bipartisan sulla questione Medicare, un “tavolo” al quale sedersi con i Repubblicani per non smantellare un programma che funziona, ma per migliorarlo: e questa volta anche il plauso è bipartisan.

Cambiamento climatico, armi, droghe

C’è ovviamente spazio per temi molto cari a Biden in campagna elettorale: innanzitutto il climate change che, indubbiamente, sarà un cavallo di battaglia nella prossima campagna elettorale e arma letale contro i Repubblicani irriducibili: gli esempi nazionali del cambiamento climatico sono alla portata di tutti e Biden li elenca come una piaga non solo “esistenziale” ma economica e sociale, ai quattro angoli della nazione. “Alla crisi climatica non importa se il tuo stato è rosso o blu. È una minaccia esistenziale”, ammettendo tuttavia però che “per un pò avremo ancora bisogno di petrolio e gas”.

La gun violence, altra battaglia nel quale è impegnato il presidente, fa vivere alla sala un momento altissimo, anche per via della presenza dei coniugi RowVaughn Wells e Rodney Wells, rispettivamente madre e patrigno di Tyre Nichols, il giovane afroamericano morto all’inizio di gennaio dopo essere stato picchiato al momento dell’arresto da cinque agenti di polizia. Il presidente ha chiesto al Congresso di legiferare per redigere una riforma che prevenga gli abusi della polizia e un’altra per proibire l’uso di armi d’assalto. “Abbiamo l’obbligo di assicurarci che tutta la nostra gente sia al sicuro e la sicurezza pubblica dipende dalla fiducia pubblica, ma troppo spesso tale fiducia è stata violata”. Al discorso ha assistito anche Brandon Tsay, che Biden ha definito “un eroe di 26 anni”, un giovane che due settimane fa, durante i festeggiamenti del capodanno lunare, ha “trovato il coraggio di agire e ha sequestrato la pistola semiautomatica a un uomo armato che aveva già ucciso 11 persone in un altra discoteca”. Questo giovane “ha salvato vite”, “è ora che facciamo lo stesso anche noi”, ha spiegato il presidente, che ha chiesto al Congresso di vietare “le armi d’assalto una volta per tutte”. “L’abbiamo già fatto. Ho guidato la battaglia per bandirle nel 1994. Nei 10 anni in cui il divieto era legge, le sparatorie di massa sono diminuite. Dopo che i repubblicani l’hanno lasciato scadere, le sparatorie di massa sono triplicate. Finiamo il lavoro e vietiamo di nuovo le armi d’assalto”.

Ma c’è anche spazio per la questione migranti e per i diritti LGBT, citati velocemente nel mare magnum di questioni. Il presidente dedica solo un lieve passaggio del discorso al’aborto, “diritto da ripristinare”, ma i passaggi sia di sistema sanitario che di moral issues sono un segno che le “misure” da campagna elettorale sono già in atto. C’è piuttosto spazio per temi sociali differenti come la piaga del suicidio e dell’uso di droghe, fentanyl in cima a tutte, con un record di 70mila vittime l’anno solo negli Stati Uniti.

La (poca) politica estera

La politica estera non smuove l’elettorato americano, lo sanno tutti. Non deve sorprendere, infatti, che quest’ultima abbia occupato la coda della lunga analisi del presidente. Pace, prosperità e NATO unita sono le sfide che lancia quando rivolge il suo saluto affettuoso all’ambasciatrice ucraina negli Stati Uniti Oksana Markarova. L’invasione della Russia in Ucraina è diventata “la prova dei secoli”: osservando come la guerra evochi le immagini di “morte” e “distruzione” subite dall’Europa durante la Seconda guerra mondiale, Biden ha ricordato come un anno fa tenne il suo discorso annuale al Congresso pochi giorni dopo che il presidente russo Vladimir Putin aveva lanciato la sua “guerra brutale”; e si rivolto all’ambasciatrice ucraina, invitata nel palco accanto alla first lady, per sottolineare che gli Stati Uniti sono “uniti” nel sostenere il Paese invaso dalla Russia. “Continueremo a stare al vostro fianco per tutto il tempo necessario”. 

Sorprende, invece, l’accento “pacificatore” destinato a Pechino: Biden ribadisce l’idea di “competition, no fight” che aveva già espresso alle Nazioni Unite mesi fa, negando alcun tipo di guerra fredda con, Xi Jinping sebbene sottolinei l’obbligo di difendere a tutti i costi la sovranità degli Stati Uniti. “Non è mai una buona scommessa scommettere contro gli Stati Uniti” è la frase di passaggio ad un altro tema che gli fa guadagnare il favore della sala al grido di “Usa, Usa, Usa!”. Il riferimento va al pericolo corso in occasione all’assalto a Capitol Hill, senza scivolare in riferimenti sibillini al suo grande competitor e ai suoi sodali: fra le minacce alla democrazia americana trova spazio anche un saluto di riguardo a Paul Pelosi, consorte della ex speaker Nancy, aggredito lo scorso ottobre.

Quale sarebbe lo stato dell’Unione secondo Joe Biden? Strong, è pronto a giurare.