Il Queen’s speech di ieri ha segnato una nuova ed importante tappa nel lento e complesso processo di avvicinamento del Regno Unito alla Brexit, prevista per il 31 ottobre. La regina Elisabetta II, come da tradizione, ha letto di fronte alle Camere riunite il programma di governo scritto dall’esecutivo per l’anno parlamentare che verrà. Nessuno però, probabilmente neanche lo stesso premier Boris Johnson,  si aspetta che questo esecutivo possa avere vita lunga, dilaniato dalle lunghe e finora infruttuose trattative con Bruxelles e dalla lotta senza quartiere ingaggiata con la Camera dei Comuni, dove il governo è in minoranza e lontano ben quaranta seggi dal raggiungimento della maggioranza assoluta. I punti programmatici enunciati dalla Regina saranno poi sottoposti al voto parlamentare ed un loro respingimento, che appare possibile, potrebbe spingere ulteriormente seppur non vincolare Boris Johnson alle dimissioni.

Il discorso

Il nodo fondamentale della vicenda Brexit è sempre lo stesso ed è rappresentato dalla possibilità di trovare un accordo con Bruxelles per giungere ad un’uscita ordinata. Lo European Union Bill, presente all’interno del Queen Speech, consentirebbe questa evenienza e verrà messo ai voti qualora le trattative tra Londra e l’Unione Europea vadano a buon fine. Gli ultimi sviluppi sembrano indicare che, in caso di accordo, Johnson potrebbe contare su una maggioranza parlamentare che lo approvi. Quei deputati Conservatori favorevoli ad una Hard Brexit starebbero, infatti, iniziando a moderare le proprie posizioni nel timore che un nuovo rinvio dell’uscita di Londra dall’Unione possa far cadere il governo e portare al potere i Laburisti di Jeremy Corbyn, che potrebbero proporre un secondo referendum sul tema. Il premier potrà contare anche sul sostegno del Dup, il partito degli Unionisti nord-irlandesi e sui voti di alcuni deputati laburisti che sosterrebbero un accordo.

Gli altri punti programmatici enunciati dalla Regina delineano, in maniera chiara, la visione di Boris Johnson per il futuro del Regno Unito e le proposte politiche dei Conservatori in vista di nuove elezioni generali, ritenute imminenti a prescindere dall’esito della Brexit. L’esecutivo intende dare vita ad una nuova partnership con Bruxelles basata sul commercio e sulla cooperazione ed i settori della pesca e dell’agricoltura verranno regolamentati in maniera diversa, per sfruttare le nuove possibilità offerte dall’uscita dall’Unione. Verrà introdotto un sistema a punti per la gestione dei flussi migratori per cercare di scoraggiare l’afflusso di immigrati poco qualificati e verrà posta fine alla libertà di movimento per i cittadini dell’Unione europea. L’esecutivo proporrà anche l’aumento del salario minimo orario a 10,5 sterline, un approccio più severo in materia di criminalità con pene più dure per quegli immigrati che violano i termini dei decreti di espulsione, maggiori tutele ambientali, il divieto dell’uso di animali vivi negli spettacoli circensi, un nuovo modello commerciale per la gestione delle ferrovie ed una nuova legge per contrastare il fenomeno della violenza domestica.

Le prospettive

Nei prossimi giorni il Regno Unito vivrà una delle fasi più calde della sua storia politica. Il Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre rappresenterà l’ultimo momento possibile, per l’esecutivo Johnson, di trovare un accordo con Bruxelles. Subito dopo incombe la scure del Benn Act, il disegno di legge che impone al premier, in caso di mancata intesa, di chiedere un rinvio di tre mesi dell’uscita. Il primo ministro ha ripetuto più volte che non intende chiedere alcun rinvio, qualunque sia l’esito delle trattative e questo sviluppo rischia di generare una crisi costituzionale di vasta portata. Il futuro di Boris Johnson è così appeso ad un filo: qualora riesca veramente a spuntarla è molto probabile che possa vincere le elezioni legislative e governare, in tranquillità, per gli anni a  venire. In caso contrario, invece, la sua carriera è a rischio.