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Nel corso del fine settimana, dal sito del Dipartimento di Stato USA alla pagina sulle relazioni tra Washington e Taipei, è stata rimossa la frase “non sosteniamo l’indipendenza di Taiwan”. Secondo un portavoce del Dipartimento, la scheda informativa ha subito un aggiornamento “di routine”, ma a quanto pare gli Stati Uniti, come riferito, restano aderenti alla politica “One China” che stabilisce che gli USA riconoscano e abbiano legami formali con la Repubblica Popolare Cinese (RPC) piuttosto che con Taiwan.

Come sappiamo, Pechino vede Taipei come una provincia separatista che alla fine diventerà parte del Paese e non ha escluso l’uso della forza per raggiungere questo obiettivo. Molti taiwanesi, soprattutto giovani, si considerano però facenti parte di una nazione separata, sebbene la maggioranza sia a favore del mantenimento dello status quo in cui Taiwan non dichiara l’indipendenza dalla RPC né si unisce a essa. Oltre a eliminare la frase “incriminata”, la scheda informativa, che è stata aggiornata giovedì scorso, afferma anche che gli Stati Uniti sosterranno l’adesione di Taiwan alle organizzazioni internazionali “ove applicabile”.

L’ira di Pechino

Il cambiamento è stato accolto con favore da Taipei, ma ha scatenato uno dei più forti rimproveri da parte di Pechino da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca: lunedì 17 febbraio, il ministero degli Esteri cinese ha esortato gli Stati Uniti a “correggere immediatamente i propri errori” riferendosi alla rimozione della frase, o rischiare “ulteriori gravi danni” alle relazioni sino-americane. “La revisione da parte del Dipartimento di Stato americano della scheda informativa riguardante le relazioni tra Stati Uniti e Taiwan rappresenta una grave regressione nella posizione su Taiwan… e invia un messaggio seriamente errato alle forze separatiste che sostengono l’indipendenza di Taiwan”, ha affermato il portavoce del Ministero Guo Jiakun. “Questa è un’ulteriore prova dell’ostinata adesione degli Stati Uniti alla politica errata di usare Taiwan per contenere la Cina. Esortiamo gli Stati Uniti a correggere immediatamente i propri errori”, ha aggiunto Guo, avvisando Washington di gestire la questione di Taiwan con “la massima cautela”.

I leader del Politburo sono particolarmente preoccupati per la posizione su Taiwan del nuovo team di politica estera di Trump, nonostante le aperture effettuate dal neopresidente statunitense verso Pechino.

Fatti oltre le parole

A pochi giorni dall’insediamento, Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping avevano discusso di commercio, fentanyl e TikTok in una telefonata che era apparsa cordiale, nonostante la promessa di imporre tariffe e altre misure al più grande rivale degli Stati Uniti. Nonostante questo, infatti, Xi si era congratulato con Trump per il suo secondo mandato e aveva proposto di migliorare i legami tra i due Paesi. “Entrambi attribuiamo grande importanza all’interazione, speriamo in un buon inizio delle relazioni Cina-Stati Uniti durante la nuova presidenza degli Stati Uniti e siamo disposti a garantire maggiori progressi nelle relazioni Cina-Stati Uniti da un nuovo punto di partenza” aveva affermato Xi nella chiamata. Trump di rimando aveva rivelato che “la chiamata è stata molto positiva sia per la Cina che per gli Stati Uniti” aggiungendo che “il presidente Xi e io faremo tutto il possibile per rendere il mondo più pacifico e sicuro!”.

Non ci sorprende questa particolare svolta nelle relazioni tra Washington e Pechino riguardanti Taiwan: l’amministrazione Trump ha sempre dimostrato di voler contenere l’espansionismo cinese in tutte le sue forme e Taipei può fornire quel grimaldello per portare Pechino “a più miti consigli” dal punto di vista della battaglia commerciale in atto tra i due giganti economici. Più ancora vale la pena ricordare come, nel quadriennio dell’ex presidente Joe Biden, la RPC abbia dimostrato di essere lentamente ma costantemente sempre più aggressiva verso “l’isola ribelle”, senza che Washington abbia effettuato dimostrazioni di forza in appoggio al suo alleato, che pure riceve armamenti e addestramento dagli Stati Uniti.

Una questione di credibilità

La politica “One China” è agli sgoccioli? Difficilmente Washington farà retromarcia in modo repentino: troppi sono i rischi dal punto di vista politico e financo militare, ma è pur vero che in questo momento storico la potenza delle forze armate cinesi è ancora inferiore rispetto a quelle statunitensi e a Washington, soprattutto tra i più stretti collaboratori del presidente USA, qualche falco potrebbe pensare di giocare la carta del confronto politico più duro per ribadire l’impegno statunitense nel Pacifico Occidentale in modo molto più incisivo rispetto all’amministrazione Biden.

Sul tavolo non c’è solo una battaglia commerciale, ma anche la credibilità degli Stati Uniti già messa a dura prova dalla fuga dall’Afghanistan e dalle trattative che sembra si stiano aprendo con la Russia sull’Ucraina, che potrebbero vedere la cessione a Mosca dei territori occupati durante il conflitto.

Tornando alla frase “scomparsa”, un portavoce dell’American Institute di Taiwan, l’ambasciata de facto degli Stati Uniti sull’isola, ha detto ai media locali che la scheda informativa era stata “aggiornata per informare il pubblico in generale sulle relazioni non ufficiali [degli Stati Uniti] con Taiwan” e che “abbiamo dichiarato a lungo che ci opponiamo a qualsiasi cambiamento unilaterale allo status quo da entrambe le parti”. Una sorta di tentativo di gettare acqua sul fuoco.

Intanto Taipei ringrazia apertamente questa svolta, che forse fuga qualche dubbio sulla reale volontà statunitense di impegnarsi in difesa dell’isola visto quanto accaduto in Afghanistan: domenica, il ministro degli Esteri di Taiwan Lin Chia-lung ha ringraziato gli Stati Uniti per quelle che ha definito “formulazioni positive e favorevoli a Taiwan”.

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