Dal rischio di cadere nella trappola di Tucidide, con la potenza in ascesa pronta a soggiogare quella in declino, alla possibilità di andare in contro a un’autodistruzione totale, con zero vincitori e tutti vinti. Il braccio di ferro geopolitico tra Stati Uniti e Cina – per alcuni la punta dell’iceberg della nuova Guerra Fredda – potrebbe fare danni enormi, non solo a uno dei due contendenti ma ad entrambi.

“Se combattiamo, perdiamo entrambi”, ha detto l’ambasciatore cinese negli Usa, Qin Gang, nel corso di un’intervista alla Cgtn. Ed è proprio questo lo scenario ancora più terribile dell’ormai arcinota trappola di Tucidide. In quest’ultimo caso, infatti, il quadro ricalca alla perfezione quanto scritto dal politologo americano Graham Allison nel fondamentale testo Destinati alla Guerra. In estrema sintesi: la Cina, considerata potenza in ascesa, sta iniziando a insediare da vicino gli Stati Uniti, potenza a lungo dominante nello scacchiere internazionale. In un simile contesto, Washington non ha alcuna intenzione di essere soggiogata da Pechino. Ecco, allora, che il confronto continuato e continuativo tra i due attori citati viaggia sul filo di una sottile linea rossa, superata la quale resta soltanto lo scontro armato.

Qualche anno fa Xi Jinping in persona sollevò pubblicamente il tema, evocando la trappola di Tucidide e sostenendo che Cina e Stati Uniti avrebbero dovuto sforzarsi in tutti i modi per evitare di esserne inghiottiti. Eppure, mese dopo mese, le tensioni nell’Indo-Pacifico continuano ad aumentare, tra la questione Taiwan, il Mar Cinese Meridionale e il rischio percepito dagli americani di fronte al rafforzamento dei cinesi. La trappola, per il momento, non è stata innescata ma dà la sensazione di avvicinarsi sempre di più. Ecco perché l’ambasciatore Qin, un fedelissimo di Xi, funzionario navigato, combattivo e di lungo corso, è uscito allo scoperto nell’apparente tentativo di calmare le acque diplomatiche.

Sarà pure un caso, ma i commenti conciliatori di Mr. Qin sono arrivati proprio in seguito al rilascio di Meng Wanzhou e a un palpabile allentamento delle tensioni tra le parti. “L’attuale relazione sino-americana è ancora in un periodo molto difficile e richiede molto impegno e lavoro”, ha affermato Qin, aggiungendo che le due potenze si trovano nel bel mezzo di un periodo di rodaggio. “Il messaggio è chiaro: se collaboriamo, entrambi ne traiamo beneficio. Se combattiamo, perdiamo tutti”, ha concluso l’ambasciatore cinese.

Problema non da poco: qualche settimana fa Joe Biden ha chiamato a raccolta il britannico Boris Johnson e l’australiano Scott Morrison per creare un’inedita alleanza anticinese denominata Aukus (l’iniziale di ogni nazione coinvolta: Australia, Uk e United States). Difficile, tuttavia, immaginarsi un’ulteriore cooperazione pragmatica se l’obiettivo conclamato di Biden continuerà ad essere il contenimento della Cina con ogni mezzo, in primis ricorrendo ad alleanze regionali. Certo, uno scontro aperto non conviene a nessuno, tanto dal punto di vista militare che da quello economico. Ma il fuoco che brucia sotto le ceneri indo-pacifiche è intenso, e potrebbe offrire sorprese inaspettate.

Prendiamo, ad esempio, il caso Taiwan per capire gli esiti del Worst-case scenario. La “provincia ribelle” è supportata dagli Stati Uniti (ma non riconosciuta dagli stessi) e reclamata dalla Cina come parte integrante del proprio territorio. Pechino ha più volte ribadito l’intenzione di voler riannettere Taipei alla Mainland, con il rischio di chiamare in causa Washington e scatenare un conflitto su larga scala. Ma a chi potrebbe mai convenire scatenare un simile gioco al massacro, a somma zero e per giunta nocivo per ogni singolo partecipante?

Non alla Cina, desiderosa di continuare a crescere sulla via del commercio e delle relazioni win-win; non agli Stati Uniti, non sicuri di un’agile vittoria militare contro il Dragone né interessati a investire ingenti risorse per complicate guerre ben oltre confine. Insomma, Stati Uniti e Cina sono davvero destinati alla guerra? Molto probabilmente sì. Ma tutti, se di guerra dovrà trattarsi, potrebbero perdere malamente. È qui che tornano alla mente le sagge parole dell’ambasciatore Qin Gang, ritenute dalla controparte americana ancora troppo ambigue per poter essere soppesate.