La clamorosa vittoria dei partiti del fronte pro-democrazia alle elezioni locali di Hong Kong, svoltesi nella giornata di domenica, non ha ricevuto una particolare copertura dai media statali cinesi. Il canale televisivo statale Cctv non ha commentato i risultati ed ha accusato gli Stati Uniti di aver interferito, l’agenzia di stampa statale Xinhua, invece, ha parlato del fatto che le consultazioni si sono svolte durante il weekend ma ha anche chiarito come sia necessario riportare l’ordine nella città mentre il Global Times, all’interno di un articolo in lingua inglese, ha riconosciuto la grande vittoria dei democratici specificando, però, che a questo risultato non debba essere data particolare importanza. Il China Daily, infine, ha fatto riferimento ai comizi elettorali ma senza parlare della vittoria delle opposizioni. Un atteggiamento, quello dei mezzi di comunicazione cinesi, che sottolinea e riflette, con tutta probabilità, quello dell’apparato di governo.

Una situazione complessa

Il successo del fronte pro-democrazia, che ha conquistato circa il 90 per cento dei seggi nei consigli distrettuali ed ha beneficiato di una storica ed altissima affluenza del 70 per cento degli aventi diritto al voto, non spingerà, probabilmente, Pechino e l’esecutivo di Hong Kong, guidato dalla governatrice Carrie Lam, a cercare forme di compromesso con i sostenitori di questo movimento. Gli esponenti del Partito comunista non sembrano intenzionati ad aprire un dialogo e continuano a sostenere come Hong Kong sia parte della Cina mentre la Lam, pur riconoscendo l’insuccesso della sua amministrazione, si è limitata a promettere consultazioni sociali ed ha ricordato che il desiderio dei cittadini di Hong Kong è di porre fine al caos. Il problema di fondo, che scava un fossato enorme tra le autorità di Pechino ed i sostenitori delle opposizioni, è di natura ideologica: il governo cinese vuole mantenere lo status quo e porre fine alle proteste, i contestatori vogliono l’introduzione di maggiori elementi democratici nella vita di Hong Kong.

Le prospettive

L’anomalia costituzionale di Hong Kong, che dovrebbe poter godere per almeno 50 anni a partire dal 1997 ,anno del suo passaggio dal Regno Unito alla Cina, di un sistema di governo democratico e di libertà civili avanzate, costituisce, probabilmente, una costante fonte di preoccupazione per le autorità di Pechino. La richiesta, fatta da diversi dimostranti, d’introdurre il suffragio universale a livello legislativo (il Parlamento locale è per metà nominato da gruppi d’interesse di specifici settori economici e per metà eletto mentre il comitato elettorale, che nomina il governatore, è solo in parte costituito da seggi elettivi) è, inoltre, ancora più minacciosa per il governo centrale.

Non sembra ci siano spazi per possibili compromessi od intese data la radicale differenza degli orizzonti ideologici e degli obiettivi politici delle due parti. Pechino ha dalla sua parte il fattore bellico: l’esercito della Repubblica Popolare, qualora la situazione degenerasse, potrebbe intervenire, in ogni momento, per ripristinare l’ordine mentre i contestatori locali, ovviamente, non dispongono di mezzi neanche lontanamente paragonabili. Le proteste che hanno segnato Hong Kong, infine, non potranno andare avanti ancora per molto senza suscitare una dura reazione da parte delle autorità o una qualche forma di vittoria da parte dei dimostranti. Sembra difficile che il governo centrale possa tollerare che Hong Kong sia preda, ancora a lungo, di una situazione di caos costante e di forte tensione e la chiusura al dialogo potrebbe far presagire inquietanti e minacciosi segnali per il futuro della città.

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