È ben noto che subito dopo la fine di Muammar Gheddafi, la Libia si è tendenzialmente spaccata a metà: da una parte l’Ovest del Paese, con Misurata e Tripoli quali principali centri economici e politici, dall’altra l’Est. Una divisione figlia di fratture storiche e sociali pluridecennali, risalenti anche a ben prima dell’era coloniale italiana. La parte orientale della Libia, dominata dalla regione della Cirenaica e con Bengasi quale centro principale, ha sempre lamentato discriminazioni dall’Ovest e da Tripoli in particolar modo.
Sotto il profilo politico e militare, oggi questa spaccatura è ravvisabile soprattutto dal dualismo tra le istituzioni che hanno sede nell’Ovest, il cui governo guidato dal premier Ddeibah è quello internazionalmente riconosciuto, e l’esercito del generale Khalifa Haftar che dal 2014 controlla buona parte della Cirenaica. Il “derby” tra le due Libie a breve si riproporrà sui campi di calcio: il locale campionato infatti, si chiuderà con il confronto tra tre squadre dell’Ovest e tre dell’Est. Come campo di battaglia, per fortuna stavolta solo sportiva, è stato scelto un luogo neutro e che riguarda da vicino il nostro Paese: le sfide infatti, si svolgeranno in tre stadi della Toscana a partire dal prossimo 27 giugno.
Il valore del calcio in Libia
Per capire cosa rappresenta lo sport più popolare al mondo per i libici, basta pensare all’era di Gheddafi e alle imprese, più politiche che sportive a dire il vero, del figlio Saadi. Quest’ultimo, il più appassionato di calcio della famiglia del rais, ha fatto parlare di sé per essere stato tesserato in Serie A con le maglie del Perugia, dell’Udinese e della Sampdoria, mettendo a referto però in totale due presenze e tre mesi di squalifica per doping.
Ma in realtà, Saadi e il padre hanno provato tramite il calcio a fare affari e a tracciare una via al soft power libico. I Gheddafi sono stati negli anni azionisti della Juventus e della Triestina, con il figlio in particolare promotore dell’organizzazione della finale di supercoppa italiana del 2002 a Tripoli, disputata allo stadio 11 giugno, e della candidatura (non andata in porto) della Libia al mondiale del 2010.
Il calcio però per la famiglia del rais ha rappresentato anche fonte di dolori e contestazioni. A Bengasi ad esempio, nel settembre del 2000 sono scoppiate manifestazioni e proteste dopo che la locale squadra dell’Al Alhy, durante una partita contro l’Al Alhy di Tripoli in cui all’epoca militava lo stesso Saadi Gheddafi, ha lamentato un arbitraggio considerato e orientato a favore dei tripolini.
Dopo gli scontri, nei giorni successivi i tifosi dell’Al Alhy di Bengasi hanno fatto sfilare per le strade della città un asino adornato con la maglia di Saadi Gheddafi. Per tutta risposta, da Tripoli le autorità hanno arrestato decine di sostenitori della squadra di Bengasi e hanno sciolto il club, a cui è stata concessa la possibilità di ripartire soltanto nel 2005.
Il derby tra Est e Ovest passa dai campi di calcio
Dualismo tra Tripoli e Bengasi, contestazioni contro il sistema di potere dei Gheddafi: nella faida tra le due Al Alhy del 2000 è descritto tutto il valore extra sportivo del calcio nel Paese. Oggi la situazione non è molto diversa: il calcio ancora adesso è lo specchio del mosaico politico e sociale della Libia. Non c’è più un unico rais, ma ci sono una serie di potentati locali, di capi tribali e di signori della guerra che, tramite il pallone, provano a trovare e a rafforzare il consenso tra la popolazione.
A sottolinearlo nei giorni scorsi è stato il giornalista Wolfram Lacher: “Quanto più la politica libica si limita ad accordi dietro le quinte tra due gruppi di attori – si legge in un post pubblicato su X – tanto più questi attori investono nel calcio per rafforzare il loro sostegno sociale”. Secondo Lacher, ogni squadra in Libia è ricollegabile ai vari potentati locali: i figli di Haftar, in particolare, finanzierebbero una o più squadre a Bengasi, così come il premier Ddeibah, anche in qualità di imprenditore, avrebbe nel suo portafoglio almeno una società stanziata nell’Ovest del Paese.
Ne consegue che il torneo per l’assegnazione dello scudetto, riproporrà sul campo la spaccatura tra Est e Ovest. Così come riportato da AgenziaNova, si sfideranno le due Al Alhy, quella di Tripoli e quella di Bengasi, con i tripolini che terranno a vincere anche contro l’Asswehly di Misurata. La città cioè del premier e sede delle principali milizie che sorreggono le istituzioni dell’Ovest. I vari derby porteranno sul campo gli scontri che, da più di un decennio a questa parte, caratterizzano la vita politica e sociale di un Paese perennemente in guerra.
Cosa significa per l’Italia ospitare il campionato libico
Le partite si terranno tra Pisa, Empoli e Firenze. Saranno elevate le misure di sicurezza in tutta la Toscana, anche perché sugli spalti dovrebbero esserci spettatori di eccezione come, tra tutti, il premier Ddeibah. Per l’Italia comunque, ospitare il torneo libico potrebbe avere una connotazione anch’essa non limitata all’aspetto sportivo.
Roma si conferma come molto vicina alla Libia sotto il profilo del soft power. Il nostro Paese, ancora una volta, viene visto come riferimento dalla controparte libica. Un’occasione in più, anche per la nostra diplomazia, per ribadire l’importanza strategica dell’Italia nel processo di riunificazione della Libia. Il mondo del pallone poi, è un’arma in più a nostra disposizione per avere un ruolo nel Paese a noi dirimpettaio: i libici seguono molto il nostro calcio, nel 2006 hanno festeggiato la vittoria degli azzurri ai mondiali (non senza, anche in quel caso, rimostranze da parte di Gheddafi), negli stadi è possibile notare la presenza di striscioni esclusivamente in italiano. “Fossa dei Leoni”, “Curva Sud” e “Forza ragazzi”, sono frasi molto usuali tra gli spalti sia tripolini che della Cirenaica.

