Nel mondo mediorientale le trattative più decisive non passano mai dai palazzi ufficiali. Si svolgono lontano dalle telecamere, in stanze dove la luce è fioca, i telefoni restano fuori e le mappe parlano più delle parole. Così, tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, sauditi e francesi si sono ritrovati attorno a un tavolo per affrontare una questione che nessuno vuole ammettere pubblicamente: come disinnescare Hezbollah senza far deflagrare l’intero Libano. È un equilibrio fragile, in cui ogni scelta può diventare la miccia di una nuova guerra. Ma è un equilibrio che Mohammed bin Salman non può più permettersi di ignorare.
Il ritorno di Trump e la pressione americana
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha rimesso in moto vecchi dossier congelati negli ultimi anni. Per Riyad, questo significa un messaggio inequivocabile: se vuole ottenere garanzie sul dossier iraniano e un percorso privilegiato verso gli Accordi di Abramo, l’Arabia Saudita deve assumersi responsabilità dirette. In altre parole, contribuire al ridimensionamento di Hezbollah, forza militare che l’Iran considera essenziale per il proprio scudo strategico. Un compito che i sauditi, pur armati di capacità finanziarie e rete d’influenza, non possono affrontare senza un alleato che conosca il terreno libanese palmo a palmo.
La Francia e la memoria lunga del Levante
È qui che entra in scena Parigi. Nel Levante, la Francia non è mai stata un attore “straniero”: la sua presenza è sedimentata da decenni di relazioni, protezioni, alleanze. È un mondo che i servizi francesi conoscono molto più degli stessi sauditi. La DGSE possiede quella combinazione di discrezione, immersione culturale e contatti capillari che permette di operare senza lasciare impronte. Agenti perfettamente integrati nel tessuto libanese, rapporti con ufficiali dell’esercito, legami con clan drusi e famiglie maronite: un patrimonio informativo che nessun Paese del Golfo può replicare.
Per Riyad, dunque, la Francia diventa la leva necessaria per tentare il colpo più ambizioso da vent’anni a questa parte: indebolire in modo strutturale l’apparato militare di Hezbollah.
L’operazione che dovrà sembrare un affare interno
Il progetto, così come delineato nelle prime riunioni riservate, punta a un obiettivo semplice solo in apparenza: entro la fine del 2026 l’ala armata di Hezbollah deve perdere autonomia, capacità logistiche e margini operativi. Non una guerra civile, non un intervento diretto, ma un’operazione di Stato condotta dall’esercito libanese. In uniforme, in piena legittimità formale, avanzando nei villaggi sciiti del Sud mentre dietro le quinte francesi e sauditi orchestrano movimenti, premi, pressioni e compensazioni.
Ai francesi il ruolo del “suggeritore” invisibile, capace di orientare i vertici militari e anticipare le mosse delle fazioni locali. Ai sauditi quello del finanziatore, indispensabile per sostenere una macchina statale cronicamente a corto di risorse. È un piano che richiede una gestione chirurgica dei tempi e degli equilibri. E soprattutto richiede che nessuno, né in Iran né in Siria, possa dimostrare che l’iniziativa non sia realmente libanese.
La mossa di Hezbollah e il gioco delle apparenze
Nel frattempo, a Beirut, Hezbollah tenta di prendere fiato. Con Naim Qassem alla guida dopo la scomparsa di Hassan Nasrallah, il movimento ha provato a spostare il registro diplomatico, tendendo pubblicamente la mano all’Arabia Saudita e suggerendo un riavvicinamento. Una mossa studiata per evitare un asse ostile Riyad-Parigi-Washington che rischierebbe di soffocare le sue linee di rifornimento, già provate dalla pressione su Siria e Iran. Ma i sauditi non hanno raccolto l’invito. Anzi, il gesto è stato letto come un segnale di vulnerabilità, e ha accelerato le consultazioni con i francesi.
È un gioco di specchi: davanti alle telecamere si evocano dialogo e stabilità, mentre nelle retrovie si preparano mosse destinate a cambiare l’equilibrio di forze.
La posta in gioco: molto più del Libano
Se il piano dovesse procedere senza intoppi — ipotesi tutt’altro che scontata — l’effetto non riguarderebbe solo Hezbollah. Toccherebbe l’intero asse Iran-Siria-Libano, una delle architetture strategiche più solide della regione. Metterebbe alla prova la capacità dell’esercito libanese di affermarsi come istituzione nazionale e riporterebbe la Francia al centro di un teatro che considera ancora parte del proprio retaggio geopolitico. Per Riyad, sarebbe l’occasione di presentarsi come attore stabilizzatore, capace di influenzare gli assetti politico-militari senza affidarsi solo al sostegno americano.
In questo intreccio si muove un dato fondamentale: nessuno, né europei né arabi, vuole che il Libano scivoli nel caos. Ed è proprio questa paura a rendere possibile un’operazione tanto rischiosa quanto straordinaria.
La fase che si apre ora
Nessuno sa se l’operazione riuscirà. Hezbollah non è soltanto un gruppo armato: è un sistema sociale, un’economia parallela, una rete di protezione comunitaria. Disarmarlo significa toccare la struttura profonda del Libano. Ma nemmeno Riyad e Parigi possono permettersi di fallire, perché il prezzo sarebbe un rafforzamento ulteriore dell’Iran e una perdita di credibilità regionale.
Per ora, tutto resta nell’ombra. Le riunioni, i trasferimenti di fondi, le pressioni sui vertici militari. L’unica cosa chiara è che il conto alla rovescia è iniziato. E questa volta non sono né Tel Aviv né Washington a dettare il ritmo, ma un’alleanza nuova, discreta e determinata: il denaro del Golfo e la mano invisibile di Parigi. Una combinazione che, nella storia del Levante, non ha mai lasciato le cose come le ha trovate.

