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Politica

Il declino dell’Impero americano visto dalla Russia

Gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di transizione estremamente delicata e dal cui superamento dipenderà il mantenimento in vita del sempre più vacillante sistema unipolare post-guerra fredda. Nuove e vecchie minacce stanno erodendo gradualmente le fondamenta dell’egemonia americana, ma...
Jacob Chanlsey Jake Angeli (la Presse)

Gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di transizione estremamente delicata e dal cui superamento dipenderà il mantenimento in vita del sempre più vacillante sistema unipolare post-guerra fredda. Nuove e vecchie minacce stanno erodendo gradualmente le fondamenta dell’egemonia americana, ma il pericolo più incombente e deleterio non proviene né dall’Eurafrasia né dall’America Latina: è insito nell’anima degli Stati Uniti, una nazione nata da una rivoluzione, forgiata dal sangue dei conflitti e votata alla divisione intestina dapprima della guerra civile.

Le contraddizioni dell’America sono (ri-)emerse con virulenza durante l’era Trump e non sarà possibile risolverle in soli quattro anni, ossia durante la presidenza Biden, perché le loro origini sono radicate, profonde e, cosa non trascurabile, hanno (anche) a che fare con la progressiva scomparsa dell’egemonia demografica e culturale dei WASP (White, Anglo-Saxon, Protestant) e l’inevitabile transizione verso una società pienamente multirazziale e largamente post-cristiana.

Se gli Stati Uniti piangono, però, il resto del mondo ride fino a un certo punto: la Russia, ad esempio, ha ragione di temere che l’instabilità domestica, simboleggiata dall’assalto al Campidoglio, possa radicalizzare ulteriormente l’agenda politico-culturale del Partito Democratico. Ed è precisamente da Mosca che, recante la firma dell’ex presidente russo Dmitrij Medvedev, proviene una delle analisi più lucide e stimolanti su quanto è accaduto a Washington a partire dallo scorso 3 novembre.

Il problema elettorale

Il pensiero di Dmitrij Medvedev ha trovato spazio presso TASS, l’agenzia di stampa ufficiale russa, dove ha assunto la forma di un lungo editoriale dal titolo “America 2.0. Dopo le elezioni“. L’ex presidente russo ha iniziato con una disamina del sistema elettorale statunitense, il grande accusato: anacronistico, vulnerabile e fonte di discordia.

Ciò che accade negli Stati Uniti “può provocare cambiamenti significativi nello sviluppo economico globale, colpendo gravemente le istituzioni esistenti del diritto internazionale e il sistema di sicurezza globale”; questo è il motivo principale per cui “una questione puramente interna” legata al sistema di voto americano ha suscitato ovunque un grande interesse. Il mondo non rideva – almeno, non troppo – ma assisteva con preoccupazione all’evolvere degli eventi.

Le elezioni presidenziali del 2020, secondo Medvedev, oltre ad aver evidenziato nuovamente i punti di debolezza di un sistema elettorale datato, potrebbero contribuire a ridurre la fascinazione verso gli Stati Uniti, i quali sarebbero ritenuti “un collaboratore imprevedibile” e con cui “è inconveniente lavorare” da un numero crescente di Paesi.

Il punto, però, è anche un altro. Da un sistema in cui “in linea teorica, persino un candidato che ha vinto il voto popolare di oltre cento milioni di schede potrebbe ancora perdere l’elezione nel voto elettorale”, è lecito attendersi che il malcontento dei vinti possa trovare sfogo nelle strade in “una situazione difficile dove decine di milioni di votanti non credono che il risultato delle elezioni rifletta l’effettiva volontà del popolo”.

Il ricorso massivo al voto postale, causa pandemia, è stato fonte di problemi aggiuntivi. Medvedev sorvola sulle accuse di Trump riguardanti una presunta frode ai suoi danni, preferendo concentrarsi su argomenti più concreti, come ad esempio i tentativi del Partito Democratico “di cambiare la procedura di conteggio dei voti postali negli stati del Wisconsin, Indiana, Carolina del Nord, Minnesota, Michigan, Pennsylvania, Iowa e Alabama in maniera tale da allungare considerevolmente il periodo della loro accettazione; [cosa] che ha permesso di allentare i criteri di monitoraggio per il conteggio dei voti”. Di nuovo, nulla da dire a proposito dell’ipotesi di complotto, ma la consapevolezza che un tale atteggiamento, sommato ad altri eventi correlati, abbia instillato dubbi negli ambienti repubblicani.

Irregolarità in sede di conteggio, ricorsi ai tribunali, pratiche scorrette da parte dei politici appartenenti al Partito Democratico, “tutto ciò difficilmente è in armonia con quelle norme di democrazia che Washington impone arrogantemente ad altri Paesi”. Oltre a questo, fa notare l’ex presidente russo, vi è il caso degli impedimenti agli osservatori elettorali OSCE, i quali chiedono di poter accedere in ogni stato federato dal 2002 ma che nel 2016 non hanno potuto presenziare nei seggi di diciassette stati, aumentati a diciotto nel 2020.

Una società divisa

Il 2020 è stato l’anno della resa dei conti (per le strade) perché, contrariamente al passato, la polarizzazione della società americana in due opposti estremismi sarebbe ormai completa: scomparsi i moderati e gli indecisi, l’America è divenuta teatro di battaglia fra gruppi guidati “da una chiara divisione dei valori” che non ammette dialogo né compromesso e che comunica attraverso censura e violenza.

Non è, spiega l’ex presidente russo, una semplice questione di “conservatori contro coloro che promuovono un cambiamento nelle attitudini tradizionaliste”, ma anche di cittadini “rispettosi della legge contro sostenitori della protesta di strada attiva” e di “impiegati nell’alta tecnologia contro i lasciati fuori dalla rivoluzione tecnologica”.

Quanto fosse ampia quella divisione, però, lo si è compreso soltanto il 6 gennaio, in occasione dell’irruzione al Campidoglio, un evento “che, fino ai tempi recenti, nessuno avrebbe potuto immaginare, neanche nei peggiori incubi”. L’impatto, almeno a livello di immagini, sembra essere stato notevole in Russia, poiché Medvedev lo commenta nel seguente modo: “È stato difficile da credere che eventi rassomiglianti così tanto alla Maidan in Ucraina e ad altre rivoluzioni colorate […] incluse quelle nello spazio postsovietico, stessero venendo trasmessi in diretta in tutto il mondo dagli Stati Uniti”.

La sentenza dell’ex presidente russo è inclemente: “Le tecniche utilizzate in precedenza da Washington per la democratizzazione degli altri Paesi gli si sono ritorte contro”. Restaurare la pax sociale non sarà facile, perché “la polarizzazione continua a crescere e lo spirito a lungo dimenticato del maccartismo si può di nuovo sentire nell’aria”.

La censura contro Trump

Medvedev ha criticato duramente il “Trump-ban” delle grandi corporazioni dell’alta tecnologia e della rete, manifestazione lapalissiana dell’esposizione negli affari politici di piattaforme sociali e nuovi media. Due fattori hanno reso possibile a delle compagnie private di silenziare l’uomo più potente del pianeta: la loro vicinanza ad un determinato mondo politico e l’assenza di una legislazione limitante il loro potere; una combinazione da cui è scaturita “una guerra mediatica senza regole, una guerra intrapresa contro una singola persona”.

La successiva decisione di estendere la caccia alle streghe all’intero mondo della destra, sospendendo e/o cancellando migliaia di profili di veri o presunti repubblicani, conservatori e trumpisti, ha reso “la censura delle corporazioni un fenomeno realmente straordinario” sul quale Medvedev invita i lettori a riflettere e porsi delle domande. “Chi sono”, si chiede l’ex presidente russo, “questi giudici supremi che hanno deciso, di propria volontà e sulla base delle loro regole – ma, nei fatti, guidati dalle loro preferenze politiche –, di poter privare il presidente di un Paese dell’opportunità di comunicare con un pubblico di molti milioni di persone?”.

Sulla censura preventiva delle grandi corporazioni, attuata con il pretesto di evitare sedizioni e combattere i discorsi d’odio, aleggia “lo spettro del totalitarismo cibernetico che sta gradualmente travolgendo la società, sottraendole l’opportunità di vedere la realtà per ciò che è”. Preoccupante è, a questo proposito, che l’eutanasia del pensiero libero stia venendo eseguita da attori privati, i quali “dettando i loro termini, cercano di sostituire le istituzioni statali, usurpando i loro mandati e imponendo aggressivamente le loro visioni ad un gran numero di persone”.

Il futuro delle relazioni russo-americane

Medvedev ha confermato un’ipotesi in circolazione da alcune settimane: al Cremlino sta regnando un clima di realismo pessimistico nei riguardi dell’amministrazione Biden, dalla quale ci si attende “la conduzione di una politica antirussa”. Suggeriscono tale scenario le dichiarazioni di Biden sulla Russia, che, sostiene Medvedev, “sono sempre state apertamente inamichevoli, dure, finanche aggressive”, e le nomine di politici “che non hanno alcun interesse di sorta a migliorare le relazioni fra Mosca e Washington”.

Il Cremlino, al contrario, “è pronto a collaborare con qualsiasi presidente degli Stati Uniti, pronto a restaurare la cooperazione in una vasta gamma di settori”, pur nella consapevolezza che “le relazioni, probabilmente, resteranno estremamente fredde nei prossimi anni”. Ad ogni modo, spiega l’ex presidente russo, si potrebbe cominciare a piccoli passi, ovvero dialogando in quelle (poche) aree dove gli interessi convergono, come ad esempio il controllo degli armamenti (Start III) e la lotta al cambiamento climatico, nell’aspettativa e speranza che la fine di una corsa possa facilitare l’inizio di un’altra.





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