Nella competizione tra grandi potenze per il dominio dei Balcani è presente un giocatore di cui si parla e si scrive poco, seppure abbia dimostrato in diverse occasioni di possedere un’agenda e degli interessi da difendere nella regione: il Vaticano.

Come ogni potenza votata alla lungimiranza anche l’ultimo impero d’Occidente – nonché l’unico ad essere dotato di una dimensione immateriale e universale – è consapevole che il successo di qualsiasi ambizione egemonica nella penisola dipende dall’avere un avamposto nella chiave di volta della polveriera d’Europa: il Kosovo.

Le relazioni tra Vaticano e Kosovo

A inizio novembre il primo ministro kosovaro Avdullah Hoti si è recato in visita a Roma per incontrare l’omologo italiano, Giuseppe Conte, e il ministro degli Esteri, Luigi di Maio. L’Italia ha una presenza solida in Kosovo sin dalle fasi immediatamente successive alla secessione dalla Serbia, perciò che i capi di Stato dei due Paesi discutano e si incontrino periodicamente non dovrebbe destare sorpresa.

L’evento che ha avuto meno risonanza mediatica è avvenuto nei pressi di Roma, ma non in Italia. Hoti e la delegazione al suo seguito, infatti, hanno scelto come prima tappa della due-giorni di lavoro la Città del Vaticano, dove hanno incontrato Pietro Parolin, l’influente segretario di Stato al servizio dell’attuale pontefice.

Secondo quanto riferito dai pochi media che hanno coperto la bilaterale Hoti-Parolin, i due hanno discusso di numerose tematiche: libertà di movimento dei cittadini kosovari nello spazio comunitario, il riconoscimento dell’indipendenza de facto del Kosovo, il processo di pace con la Serbia, il rafforzamento della cooperazione bilaterale e le condizioni di vita delle minoranze etniche (serbi) e religiose (cattolici e ortodossi) a Pristina.

Hoti, inoltre, ha ringraziato Parolin per “il supporto che la Santa Sede ha dato al popolo del Kosovo, contribuendo alla pace durevole nella regione dei Balcani occidentali”. Ed è precisamente quest’ultimo punto il più importante ed anche il meno conosciuto, ovvero il ruolo della Chiesa cattolica nella ricostruzione post-guerra dei Balcani.

Il Vaticano non ha mai riconosciuto la dichiarazione di indipendenza del Kosovo del 2008 per ragioni di realpolitik, ossia la necessità di non danneggiare i rapporti con Belgrado e con la chiesa ortodossa serba (e, quindi, con la Russia). Benedetto XVI ha seguito le orme e i consigli del predecessore, Giovanni Paolo II, che è stato un grande amante della nazione albanese e co-autore del risveglio cattolico nei Balcani occidentali nell’epoca post-comunista, optando per l’adozione di una linea basata sulla prudenza machiavellica.

In un commento sulla posizione della Santa Sede nella questione serbo-kosovara espresso ad alcuni mesi di distanza dalla dichiarazione di indipendenza del piccolo Stato balcanico, monsignor Miguel Maury spiegava che il Papa avrebbe continuato a promuovere “il dialogo in un modo che implicitamente riconosce e rispetta l’indipendenza de facto del Kosovo”. A poco meno di un anno dalla proclamazione dell’indipendenza, nel settembre 2009 veniva organizzata una bilaterale tra Skender Hyseni, l’allora ministro degli Esteri kosovaro, e Dominique Mamberti, l’allora Segretario per le Relazioni con gli Stati.

Nel 2011 è stata attivata la Delegazione Apostolica in Kosovo, l’entità che rappresenta e difende gli interessi vaticani a Pristina. Da quella data in avanti è stato un percorso in salita: organizzazione periodica e regolare di bilaterali tra diplomatici ed esponenti del governo, stipula di accordi per lo sviluppo della cooperazione in una serie di settori e, infine, nel 2017, un incontro tra il pontefice regnante, Francesco, e l’allora presidente kosovaro, Hashim Thaci. L’anno scorso, inoltre, la Chiesa cattolica in Kosovo si è mobilitata per raccogliere fondi e volontari da inviare in Albania, colpita da un terremoto nel mese di novembre.

Tornando allo storico incontro tra Thaci, oggi allontanatosi dalla presidenza per affrontare un processo per crimini contro l’umanità, e Jorge Mario Bergoglio; il presidente kosovaro aveva invitato il pontefice a visitare il Kosovo per portare un messaggio di pace e controllare personalmente le condizioni di vita della piccola comunità cattolica, composta da circa 65mila persone. Alla vigilia del vertice tra i due capi di Stato, come segno di buon auspicio, i cattolici kosovari avevano ottenuto la consacrazione di una nuova cattedrale a Pristina dedicata a Madre Teresa.

Ed è precisamente per mezzo di quest’ultima, la defunta suora oggi canonizzata, che si può comprendere l’interesse del Vaticano verso l’antico mondo albanese, che, lungi dall’essere monolitico, presenta un’identità variegata e sfaccettata, trattandosi di un ponte tra civiltà: Tirana, infatti, è plasmata dall’islam e dai trascorsi con l’impero ottomano eppure, al tempo stesso, è sempre stata culturalmente vicina all’Italia e culla di campioni del cattolicesimo, da Giorgio Castriota Scanderbeg ad Anjeze Gonxhe Bojaxhiu.