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Il Partito Repubblicano di Valèrie Pecresse ed il Partito Socialista di Anne Hidalgo, se sommati, non arrivano al 10%. Questo è il primo dato che spicca, analizzando l’esito del primo turno delle presidenziali francesi.

Si tratta delle deludenti performance elettorali di due formazioni politiche che, fino a qualche anno fa, si confrontavano in un sistema che poteva essere definito bipolare. L’Eliseo, per repubblicani e socialisti, non sembra più raggiungibile. E i francesi continuano a premiare i candidati post-ideologici. Emmanuel Macron non è – per sua stessa ammissione – “né di destra né di sinistra”, mentre Marine Le Pen, in specie dalla creazione del Rassemblement National in poi, ha smesso di rappresentare una parte ideologica specifica ed una narrativa novecentesca. Il trend in favore dei partiti di nuova fattura ha avuto inizio cinque anni fa, con la nascita di En Marche! ed il completamento dell’opera di “de-diabolisation” da parte dei lepenisti.

Se è vero che la Francia dà spesso le carte per il futuro del palcoscenico politico continentale, allora converrà prestare parecchia attenzione a questo fenomeno. La Republique En Marche! abbraccia ideali neo-gollisti ma contiene anche la piattaforma ideologica che in Italia definiremmo cristiano-democratica. Renew Europe, il partito politico fondato nel Parlamento europeo grazie alla volontà del presidente della Repubblica francese, è azionista, pragmatico e per nulla ideologico. L’ex Front National, dal canto suo, riesce ad attrarre i voti della Francia profonda intera, superando gli steccati storici tipici dello scacchiere politico novecentesco.

In questo senso, è lecito fotografare una sostituzione de facto: le basi elettorali di socialisti e repubblicani sono sparpagliate e non riescono più ad identificarsi nei partiti tradizionali. In concomitanza, si assiste al trionfo della post-ideologia. L’inquilino dell’Eliseo riesce ad attirare elettori che tradizionalmente guardavano ai repubblicani ma anche una parte di coloro che tendevano a votare per i socialisti. Marine Le Pen ha contribuito a svuotare il partito che fu di Nicolas Sarkozy ma è anche l’esponente privilegiata nel dialogo con gli operai, in specie al Nord. Nel contempo, Lr e Ps non riescono a trovare candidati in grado di ribaltare questa logica.

Valerie Pécresse, per tutta la campagna elettorale, è stata assimilata a Macron. “C’è troppa poca differenza con il presidente uscente”, dicevano i politologi ma anche buona parte dei francesi, per poter competere davvero con il leader di En Marche!. C’è chi ritiene che Les Republicains dovessero candidare un esponente di destra alla Xavier Bertrand ma le primarie hanno raccontato una storia diversa. Poi è arrivata una sconfitta clamorosa. E questo nonostante le elezioni regionali avessero dimostrato l’esistenza di un elettorato cospicuo e favorevole ai repubblicani.

Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, è considerata un ottimo amministratore della capitale ma non è ritenuta adatta per il grande salto nella politica nazionale. A sinistra i socialisti hanno trovato lo spazio occupato da Jean Luch Mélenchon, che raccoglie gli anti-sistemici e che è andato vicinissimo a potersela giocare al secondo turno.

Le competizioni politiche territoriali, per i francesi, sono molto diverse da quelle presidenziali: esiste una linea di demarcazione netta tra chi si occupa di amministrare i territori e chi invece è deputato a fornire indirizzi nazionali e, in chiave geopolitica, anche internazionali. Non è così sentita, a differenza dell’Italia, la necessità di svolgere un cursus honorum che consenta di passare dal basso dei consigli comunali all’alto degli scranni parlamentari: un altro dei motivi per cui soprattutto Anne Hidalgo non è riuscita a “performare” come il Partito socialista avrebbe sperato.

Le elezioni presidenziali transalpine inviano un messaggio anche al resto del Vecchio continente: la sparizione definitive delle ideologie novecentesche può premiare formazioni politiche capaci, sotto il profilo culturale, d’inseguire venti senza troppe connotazioni. Definirsi di destra o di sinistra, in sintesi, può non pagare. Infine, come specificato dal direttore del Giornale Augusto Minzolini, esiste “un’area di governabilità” che tende a privilegiare “aree di riferimento che siano stabili”. E se Macron ha commesso un “errore”, quello è stato mettere in campo “poche riforme”.

Lo scontro sarà insomma tra la “linea della continuità” – come la chiama sempre il direttore – di Macron ed i toni antisistemici che sarà costretta ad utilizzare la Le Pen per recuperare terreno. Un altro motivo per cui, anche coloro che hanno votato per i partiti tradizionali, potrebbero preferire l’opzione offerta dal presidente uscente.





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