E così il Cremlino ha deciso: la strage del Crocus City Hall di Mosca (139 morti) è opera di terroristi islamisti ispirati, addestrati e guidati dll’Ucraina con l’aiuto di Regno Unito e Stati Uniti. Tanto che l’Ucraina, parole di Aleksandr Bortnikov, capo dell’FSB (il controspionaggio russo), si apprestava ad accoglierli come eroi. Non importa che nelle stesse ore il presidente bielorusso Lukashenko abbia detto che i terroristi volevano fuggire in Bielorussia (non in Ucraina). E ancor meno importa che un po’ da tutte le parti occidentali, Italia compresa, ci si affanni a ripetere che non ci sono prove. Intanto perché, se anche ci fossero, le famose prove non verrebbero divulgate, per ovvie ragioni, dai Paesi occidentali che appoggiano l’Ucraina. Il nostro ministro degli Esteri Tajani, per dire, se avesse le prove le consegnerebbe alla stampa e all’opinione pubblica? Difficile crederlo. Allo stesso modo, se i russi hanno prove provate (o anche solo indiziarie) della partecipazione ucraina, britannica e americana alla strage, certo non si affannano a raccontarlo in giro. L’informazione è potere (detto altrimenti: se hai buone fonti te le tieni) e nessuno regala il potere, soprattutto durante una guerra.
Ma ancor più è chiaro che, in un modo o nell’altro, prove o non prove, il Cremlino ha deciso che, se anche non è così, dev’essere così. Questa è, da oggi, la linea ufficiale. E che si tratti di una decisione lo dimostra la dinamica delle dichiarazioni ufficiali. La strage del Crocus City Hall risale al 22 marzo, ovvero quattro giorni fa. Putin ha taciuto a lungo (19 ore, dice chi ha tenuto il conto) prima di pronunciarsi. Poi ha fatto un discorso di circostanza in cui l’unico elemento di rilievo era la considerazione che i terroristi in fuga puntavano verso il confine ucraino (vero, ma nella zona di Bryansk si può anche raggiungere quello con la Bielorussia, vedi Lukashenko) dove sarebbe stata aperta per loro una “finestra” (okno in russo, questa la parola usata da Putin) per passare il confine. Anche Dmitrij Medvedev, il falco di corte, parlava di Ucraina (“Se scopriamo che dietro c’è l’Ucraina ammazzeremo tutti i loro dirigenti”) ma a lui nessuno dà retta. La cosa più importante era il silenzio degli altri, i capi dei servizi di sicurezza, i siloviki (i responsabili di dicasteri che dispongono di forze armate) che costituiscono l’ossatura del sistema di potere putiniano.
Altri due giorni e tutto cambia, si apre una specie di gara ad accusare l’Ucraina. Lo fa il già citato Bortnikov. Lo fa Nikolaj Patrushev, segretario del Consiglio di sicurezza della russia, la vera ombra di Putin. Lo fa Sergey Naryshkin, capo dei servizi di spionaggio estero. E lo fa, naturalmente, Putin. Che cosa significa tutto questo? I russi lo hanno detto: “Ci sarà una risposta”. Quale? L’ipotesi più probabile (nonché la peggiore immaginabile) è che il Cremlino abbia deciso di revocare il tacito patto che vige dall’inizio dell’invasione, e cioè: non mirare ai capi politici. Lo disse anche l’ex premier israeliano Naftali Bennett, che nel marzo del 2022 si era recato a Mosca per un ultimo disperato tentativo di mediazione. In una lunga intervista, Bennett ha raccontato quanto segue: “Sapevo che Zelensky era in grande pericolo, chiuso in un bunker in una località ignota”, così chiese a Putin la parola d’onore che non avrebbe fatto ammazzare il presidente ucraino. La ottenne, quindi mentre lasciava Mosca per tornare in Israele “contattai Zelensky con Whatsapp o con Telegram e gli dissi: Lui non ti ucciderà”. Zelensky quindi chiese al premier israeliano se ne fosse certo. La risposta fu: “Al cento per cento. Due o tre ore dopo Zelensky raggiunse il suo ufficio, filmò un selfie e proclamò: Io non ho paura”.
Ecco. Temiamo che questa specie di fair play tra presidenti sia finito. I russi sentono tutta la difficoltà dell’Ucraina (oggi, comunque, altra rimozione illustra al vertice del potere ucraino: licenziato Oleksy Danilov, segretario del Consiglio di sicurezza) e sono tentati di dare una spallata. Non al fronte dove, come la fallita controffensiva ucraina dimostra, attaccare un nemico trincerato comporta perdite troppo gravose. Ma al vertice: colpire in alto, se non Zelensky qualcuno del suo cerchio magico. Non a caso il capo dell’Fsb, Bortnikov, ha già dichiarato che il capo dell’intelligence militare ucraino, Budanov, è da oggi un “obiettivo legittimo”. E non a caso due settimane fa, a Odessa, un missile russo ha colpito a poche centinaia di metri dal corteo del presidente Zelensky. Certo non un errore di mira (e poi perché un solo missile, quando di solito gli attacchi vengono portati da sciami di droni che “coprono” i missili) ma un avvertimento.
Con le dichiarazioni di oggi, con il coro del vertice russo, si apre la caccia alla guida politica della resistenza ucraina. E le accuse parallele a Usa e Regno Unito sono un monito: statene fuori.
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