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La pandemia avrà ripercussioni profonde e durature in numerosi settori, ma uno in particolare sarà colpito: la scienza. La competizione per lo sviluppo di un vaccino è importante per via dei conseguenti riflessi di potere e prestigio nel breve periodo, ma gli investimenti nella genetica e nella bio-ingegneria seguiranno un altro fine, di più ampio respiro e di natura più profonda: la salvaguardia della salute pubblica e della sicurezza nazionale da eventuali attacchi bio-terroristici.

Negli Stati Uniti

Il dibattito sul bioterrorismo è entrato nel vivo ed è particolarmente infuocato per via dell’allarmante consapevolezza che il sistema sanitario nazionale non era, e non è, pronto ad affrontare minacce pandemiche di vaste proporzioni. Il Covid19, che in poche settimane ha portato gli ospedali sull’orlo del collasso e messo alla prova la resilienza della società civile, dovrà fungere assolutamente da lezione per il futuro, anche perché i rivali degli Stati Uniti potrebbero sfruttare le falle del sistema per lanciare attacchi bio-terroristici dalla portata devastante.

Come ha scritto il celebre politologo Walter Russell Mead sulle colonne del Wall Street Journal, “il Covid19 non sembra essere una piaga geneticamente modificata, sguinzagliata nel mondo da dei supercattivi – ma il suo massiccio impatto globale mostra quanto efficace potrebbe essere una tale arma. Questo avrà delle conseguenze”.

Quelle conseguenze, secondo Mead, sono che il 2000 sarà il “secolo delle bio-armi” e che “gli effetti distruttivi del Covid19 ispireranno inevitabilmente le menti maligne ad agire”. L’unico modo che gli Stati Uniti hanno per difendersi da un simile scenario, ma il discorso è valido per ogni paese interessato alla propria autoconservazione, è di porre fine all’esternalizzazione delle attività di ricerca sui virus letali in bio-laboratori istituiti in luoghi terzi, incapaci di offrire garanzie adeguate sulla sicurezza e sulle stesse attività condotte al loro interno, e di investire maggiori risorse in prevenzione e bio-difesa.

Secondo Andrea Howard, tenente con specializzazione in armi di distruzione di massa, il governo dovrà delegare ai militari l’intera organizzazione del sistema di bio-difesa, proseguendo su una strada che, in qualche modo, è stata già intrapresa ma richiede serietà e costanza da parte della Casa bianca.

Le basi sono state già poste lo scorso novembre con la pubblicazione della dottrina sul “contrasto congiunto delle armi di distruzione di massa” del Pentagono, delineante un piano embrionale di bio-difesa che prevede una maggiore sincronizzazione di vari attori, fra i quali i dipartimenti della difesa, dell’energia e della salute, un partenariato più stretto fra forze armate, comunità medica e professionisti della tecnologia dell’informazione, e un ruolo di coordinamento del Dipartimento della sicurezza interna e dei centri per la prevenzione e il controllo delle malattie nel potenziare i curricula scolastici e universitari, sensibilizzando la popolazione sul bisogno di simulazioni periodiche per il controllo di situazioni emergenziali.

Gli appelli di politologi e militari stanno già sortendo i primi effetti. La Commissione Bipartisan sulla Bio-difesa, istituita nel 2014 ma sempre rimasta nell’ombra, è fuoriuscita dall’inattività e nei giorni della pandemia ha organizzato seminari, elaborato rapporti e fornito suggerimenti, chiedendo maggiori fondi per la ricerca sui virus ed esprimendo una visione per la prevenzione molto simile a quella del Pentagono, sposando la tesi di un coordinamento inter-dipartimentale e civile-militare. Inoltre, la commissione ha giocato un ruolo importante nell’aiutare l’amministrazione Trump a fronteggiare la crisi, attraverso i propri esperti, e ha anche sponsorizzato un piano per il ritorno alla normalità, il Reopen America Act.

In Cina

Il Beijing Genomics Institute (BGI Group), nato nel 1999, che l’anno scorso ha riportato un fatturato di 405 milioni di dollari, ha colto l’opportunità fornita dal Covid19 per espandere le proprie attività in tutto il mondo, vincendo appalti per la costruzione di laboratori di ricerca e diagnostici e per la vendita di informazioni ed equipaggiamento. Fra i paesi che hanno aperto i confini al BGI Group ci sono la Serbia ed anche alcuni dei grandi alleati statunitensi in Medio oriente, come Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita.

L’espansione del BGI Group rappresenta, forse, la punta di un iceberg, la possibile prova che i timori di Washington inerenti la ricerca sulle armi biologiche da parte dei rivali potrebbe essere una realtà. Infatti, i paesi che si avvicinano all’ente per chiedere strumentazione per la diagnostica all’avanguardia ricevono anche proposte di collaborazione nel campo del sequenziamento del DNA della popolazione. Questo fatto ha messo in allarme i servizi segreti dei paesi più diffidenti, come Australia e Israele, i quali hanno a loro volta convinto gli esecutivi a limitare il rapporto all’acquisto di strumenti.

Gli Stati Uniti hanno trasmesso agli alleati il proprio timore per le insolite richieste del BGI Group, alla luce dei gravi rischi collegati alla fornitura di dati così sensibili sulle popolazioni ad un ente privato, ma presumibilmente vicino al governo e alle forze armate cinesi. Se a Washington il discorso politico sul bio-terrorismo e sulla ricerca pandemica ruota attorno difesa e prevenzione, gli interessi del BGI Group gettano invece delle ombre sulle intenzioni di Pechino per il futuro.

In Russia

Anche in Russia, come negli Stati Uniti, è la prevenzione la parola-chiave che sta monopolizzando i pensieri e le azioni dei decisori politici. Il 14 maggio, il presidente Vladimir Putin ha proposto la creazione di una “banca dati genetica” nazionale, avente l’obiettivo di facilitare il lavoro dei ricercatori e la qualità della bio-informatica, premurandosi di fornire già delle istruzioni al governo in materia di coperture finanziarie. In maniera molto emblematica, il capo del Cremlino ha tenuto a sottolineare che “come nella sfera della produzione della strumentazione scientifica, anche in questi campi dobbiamo salvaguardare la nostra sovranità”; parole che escludono aprioristicamente l’apertura di collaborazioni con altri paesi.

Tre giorni dopo, il 17 maggio, in un’intervista per il canale televisivo Rossia 1, il presidente russo ha spiegato che senza gli investimenti in intelligenza artificiale e genetica sarà impossibile “assicurare il futuro alla nostra civiltà”. Le grandi corporazioni hanno già risposto all’appello del Cremlino: a inizio mese la Rosneft, il gigante del settore petrolifero, ha annunciato la propria partecipazione allo “sviluppo accelerato di tecnologie genetiche”, mettendo a disposizione dai 500 milioni al miliardo di dollari per la costruzione di un centro di ricerca dedicato, e ha anche inaugurato un nuovo corso di laurea specialistica in “salute umana e genomica” all’università Lomonosov di Mosca, nel quale si formeranno i futuri esperti russi di bio-difesa.